Metamorfosi involutiveL’Italia è un paese senza intellettuali

Sono molte le persone di cultura che ci hanno lasciato in questo 2020 e che non hanno sostituti all’altezza. Maestri della letteratura, del cinema e della stampa che lasciano un vuoto in un società che favorisce la mediocrità quotidiana e si affida a imbonitori e a stelle presto cadenti

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Lo ricorderemo questo 2020 e non soltanto per la dura prova che esso sta rappresentando per l’Italia e per il mondo intero. Ne serberemo memoria anche per la scomparsa di molte figure d’intellettuali a tutto tondo che, grandissime nel proprio campo ma care a tutti, ci hanno lasciato.

Molti di essi avevano raggiunto età venerande, a riprova del fatto che l’attività della mente è essa stessa una promessa di relativa longevità, ma non per questo e non tutti, erano stati dimenticati. Nella quiete dei propri studi dalle pareti ricoperte di libri o in silenziose località di villeggiatura, essi non avevano mai cessato di essere punti di riferimento e ospiti di rare quanto intense interviste da parte di esponenti di quel buon giornalismo che ancora resiste nel nostro Paese.

Tanti sono stati i lutti nell’ambito della letteratura, del cinema, della televisione di qualità, della musica, della filosofia, della politica, della stampa e per i più popolari tra di essi l’Italia si è commossa, nonostante le preoccupazioni quotidiane e la paura per il futuro. Una sia pur breve pausa di riflessione si è imposta nella canea della polemica politica, nella disarmante banalità del dibattito culturale, nel vuoto delle idee che rinnovano il mondo.

Nel minuto di silenzio riservato loro nei mondi di cui facevano parte, spero che almeno qualcuno si sia chiesto «Chi in questi anni ne ha preso il posto, raccogliendone e rielaborandone l’eredità?» Poiché un maestro, quando è tale, continua a risplendere di luce propria per alcuni anni dopo la morte, ma diventa veramente eterno quando quella luce si trasmette, vivificata e nuovamente fertile, a coloro che ne sono stati, anche indirettamente, allievi e che, salendo sulle loro spalle, sapranno guardare ancora più lontano.

Tra i tanti drammi del nostro tempo c’è anche la preoccupazione che ciò non stia avvenendo e che, tributati gli onori dovuti ai Maestri, in molte circostanze si ritorni alla mediocrità quotidiana, giustificandosi con l’irraggiungibilità del loro magistero, con l’irripetibilità della funzione da essi esercitata, con la rivendicazione di un pensiero debole, ma “politicamente corretto”. Si assumono quali fragili esimenti, i tempi “cambiati” la pervasività dei social media, la superficialità del percorso degli studi superiori e universitari, l’analfabetismo funzionale, la quotidiana crociata contro il merito e l’umano diritto/dovere a distinguersi, a superare i propri limiti, ad emergere grazie alle qualità personali, come avviene invece in quell’altrove verso cui migrano i nostri giovani più preparati e coraggiosi.

Si dimentica che molti dei maestri ormai scomparsi hanno attraversato il secolo forse più difficile della storia umana, hanno sperimentato la precarietà di due guerre mondiali o degli anni appena successivi, hanno studiato nei rifugi antiaerei, hanno vissuto lunghe e umilianti gavette dietro a capiscuola che sovente hanno poi superato di molte lunghezze. Pochi tra di essi provenivano da famiglie ben provviste di mezzi economici e di ampie biblioteche, tutti nutrivano un grande desiderio di migliorare il proprio destino mettendo a frutto i talenti che, da soli o con l’aiuto di chi stava loro amorevolmente vicino, avevano intuito.

Essi sono stati favoriti, piuttosto, da una società che, di volta in volta in ogni campo sembrava attenderli, poiché educata a non poterne fare a meno per orientare il proprio cammino. Forse è in questo che possiamo rintracciare la crisi attuale: la nostra società non attende maestri né ne pretende il sorgere poiché in essi teme di contemplare la propria inconsistenza. Essa preferisce affidarsi a imbonitori, a stelle presto cadenti, a soggetti di cui può essere stolidamente fiera di dire «È uno di noi, parla come mangia, si fa capire, ha i nostri stessi desideri!» Presenze rassicuranti che non esigono il dubbio, che scansano ogni travaglio interiore, che non si assumono la responsabilità di scegliere la strada più impervia e che possono facilmente farsi accettare dalla massa.

«Due strade trovai nel bosco e io, io scelsi quella meno battuta. Ed è per questo che sono diverso.» The Road Not Taken  è una lirica poesia da Robert Frost (più volte insignito del Premio Pulitzer) pubblicata nel 1916 come prima poesia della collezione Mountain Intervallo e può spiegare origine e destino di un Maestro, ma anche il riconoscimento del suo tratto inconfondibile. Tale ruolo sociale di “apritore di piste nuove” essenza di ogni maestro in ogni tempo, fu subito chiaro a John F. Kennedy  che volle Frost presente durante la cerimonia del proprio insediamento il 20 gennaio del 1961 al Portico Est del Campidoglio.

E di un altro grande poeta americano, Walt Withman, furono i versi, scritti quasi cento anni prima per Abraham Lincoln, che ne accompagnarono la salma nel cimitero di Arlington “ O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è terminato;la nave ha superato ogni ostacolo, l’ambìto premio è conquistato;vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta,mentre gli occhi seguono l’invitto scafo, la nave arcigna e intrepida;ma o cuore! cuore! cuore!o gocce rosse di sangue,là sul ponte dove giace il mio Capitano,caduto, gelido, morto.” Quanto tempo è passato da quel nobile appellativo, sporcato oggi da chi ama fregiarsene in una sorta di tragica parodia!

La metamorfosi, abilmente indotta da chi aspira al controllo sociale, da maestro a influencer è forse il più drammatico dei riti culturali del nostro tempo, è sostenuta da una comunicazione viziata, mossa da interessi economici colossali e da non meno rilevanti obiettivi politici globali. Le metamorfosi però, si sa, hanno esiti incerti come ci ricordano Apuleio e Ovidio ma anche Franz Kafka, Robert Luis Stevenson e Oscar Wilde. Quando sono repentine e fuori controllo esse hanno il potere di trasformare gli uomini in asini, in scarafaggi o in mostruose creature amorali.

Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino racconto “per ragazzi” scritto da Carlo Collodi, (Carlo Lorenzini) fu pubblicato in volume per la prima volta nel 1883 dalla libreria editrice Felice Paggi di Firenze e meglio di altri descrive cosa accade quando ai maestri si sostituiscono gatti sbrindellati, spelacchiate volpi e pericolosi mangiafuoco che fanno pagare lo scotto di un luccicante ma illusorio soggiorno provvisorio nel “benessere” del Paese dei Balocchi:

«E mentre dicevano cosí, si piegarono tutti e due carponi a terra e, camminando con le mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi, e le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro brizzolato di nero.Ma il momento più brutto per que’ due sciagurati sapete quando fu? Il momento piú brutto e piú umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.» Infinite sono le similitudini con la realtà politica e sociale del Belpaese che lascio alla fantasia del paziente lettore.

Non possono nascere nuovi maestri in una società che non li attende, che ne ha timore e che talvolta, come nel destino tragico di Pier Paolo Pasolini, li uccide perché non ne comprende il messaggio ma percepisce solo la minaccia per le fragili certezze che caparbiamente nutre, come la notte che con gli ultimi brandelli di tenebre cerca di contendere il cielo alla luce del sole che tenta di sorgere.

Così volle ricordarne il ruolo Alberto Moravia nell’orazione civile tenuta in occasione dei funerali del poeta friulano a Roma, il 5 novembre del 1975: «Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro. Poi abbiamo perduto anche un romanziere. Il romanziere delle borgate, il romanziere dei ragazzi di vita, della vita violenta. Nell’ultimo film, che si chiama Il fiore delle Mille e una notte si vede come questo schema del sottoproletariato, questo schema dell’umiltà dei poveri, Pasolini l’aveva esteso in fondo a tutto il Terzo Mondo e alla cultura del Terzo Mondo. Infine, abbiamo perduto un saggista. Vorrei dire due parole particolari su questo saggista. Ora il saggista era anche quello una nuova attività, e a cosa corrispondeva questa nuova attività? Corrispondeva al suo interesse civico e qui si viene a un altro aspetto di Pasolini. Benché fosse uno scrittore con dei fermenti decadentistici, benché fosse estremamente raffinato e manieristico, tuttavia aveva un’attenzione per i problemi sociali del suo paese, per lo sviluppo di questo paese. Un’attenzione diciamolo pure patriottica che pochi hanno avuto. Tutto questo l’Italia l’ha perduto, ha perduto un uomo prezioso che era nel fiore degli anni. Ora io dico: quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi, è inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso, è un’immagine emblematica di questo Paese. Cioè un’immagine che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini stesso avrebbe voluto» Parole di un altro maestro senza eredi, diradatesi presto insieme a quella folla militante che, già da quel momento e non solo in piazza Farnese, cominciava a “rifluire”.

Rinnovando il mito tragico di Edipo, la nostra società uccide i padri perché non sa riconoscerli e si condanna a vagare cieca per le strade del mondo. Ma stavolta non è del Fato la colpa quanto piuttosto della nostra esplicita volontà di non voler vedere, sentire, capire e soprattutto di non voler percorrere il sentiero più stretto e più difficile che conduce alla scoperta impietosa di noi stessi. Su di esso il fiato corto per la fatica salutare ci impedirebbe di autoproclamarci re del mondo.

Ne La Cravatta di Berlino, scritto nel marzo di quest’anno dopo la scomparsa di Piero Trupia, ho ricordato: «L’ultima sera ci spingemmo sino alle rovine dell’Anhalter Bahnhof la stazione dimenticata di Berlino, orgoglio della Germania prussiana e distrutta durante i bombardamenti dal 1943 al 1945.  Da qui partivano e arrivavano i treni in direzione Roma, Napoli ed Atene tant’è che venne presto soprannominata La Porta del Sud. Forse sollecitato dai fantasmi di quell’andirivieni che sembravano aleggiare tra le rovine, Piero disse improvvisamente: «Hai letto Terzani ? – mi chiese – cita spesso un pensiero buddista «il maestro arriva quando l’allievo è pronto Puoi essere il miglior formatore ma, quando diventi un Maestro ?» Io elencai, non senza imbarazzo, i molti che avevo studiato ed amato: Socrate e Gesù, Sant’Agostino e Gautama, Giordano Bruno e Galilei, Francesco Bacone e Isaac Newton, Voltaire e Gramsci, Einstein e John F.Kennedy La lista era infinita e dava le vertigini.

Poi, coloro che avevo incontrato personalmente, intessendo nel tempo trama e ordito di un’ intensa amicizia: Franco Modigliani, Hans G. Gadamer, Umberto Eco, Giancarlo Lombardi, Emanuele Severino, Mimmo De Masi, Franco Angeli, Gabriele Morello e lui stesso, che non nominai per timore di piaggeria.

«Vedi – mi disse – in una sorta di eterogenesi dei fini, tu li hai riconosciuti come Maestri non per loro intenzione, bravura o carisma, abilità talvolta innate e che, in molti casi, si acquisiscono, ma perché in determinati momenti ed eventi della vita sei stato pronto a percepirli come tali e ti hanno segnato per sempre. In questo ribaltamento della prospettiva se stato tu a costituirli Maestri, eri tu a isolarne il profilo tra la massa dei tanti che avevi conosciuto sui libri o nella vita. Ecco la ragione per cui in molti altri essi suscitavano ammirazione e rispetto ma a te, invece, cambiavano la vita. Erano arrivati puntuali – e ripeté – il maestro arriva quando l’allievo è pronto».

In attesa di tale nuovo avvento che possa aiutare la società smarrita in cui siamo costretti a vagare, ho trovato ultimative le parole di Umberto Galimberti, uno dei Maestri italiani contemporanei che ancora ci provocano, uomo e filosofo saggio e maturo come si conviene ed a cui auguriamo ancora molti anni fecondi. In un’intervista rilasciata a Vincenzo Pascutti per il settimanale Aetnascuola.it il 30 maggio 2019, il filosofo laureatosi con Emanuele Severino e successivamente allievo di Karl Jaspers, ha solennemente dichiarato, riferendosi ai maestri che tutti i giorni hanno il compito di far crescere i Maestri di domani:

«Chiamo “maestro” chi conosce la sua materia, la sa comunicare e ha la capacità di appassionare gli studenti alla cultura, per quella dote personale che non si può “imparare”, ma si possiede “per natura”, fatta di una autorevolezza che gli studenti riconoscono e di una autentica vocazione e dedizione al compito educativo.

“Educare” infatti non è solo “istruire”, ossia trasmettere conoscenze, ma far presa sull’emotività degli studenti che, se non entra in gioco, preclude l’apertura della mente. Del resto, già Platone segnalava che si apprende per “via erotica”. E tutti noi abbiamo studiato volentieri le materie insegnate da professori che ci affascinavano. Per questo ritengo giusto che gli insegnanti, al pari di tutti quanti si presentano a un colloquio di lavoro, che poi è un test di personalità, siano sottoposti ad analoga verifica, onde evitare che chi non possiede le caratteristiche adatte possa restare in cattedra per quarant’anni a demotivare gli studenti, sprecando l’unica occasione che essi hanno di essere educati in quell’età incerta che si chiama adolescenza».

Parole definitive di chi già in passato, a proposito della Felicità consentita all’essere umano, aveva scritto: «La felicità è l’autorealizzazione di se medesimi, di se stessi, e questa è una definizione di Aristotele il quale ritiene che ogni uomo sia fornito di una vocazione, di una inclinazione, che lui chiama daimon, ciascuno ha il suo demone, il musicista, l’artista, il filosofo, l’uomo che lavora manualmente, e la felicità in greco si dice eudaimonia: “la buona realizzazione del tuo demone”. Questa è la definizione di felicità di Aristotele e io sto a questa definizione, l’autorealizzazione, uno se si autorealizza, se fa ciò per cui è chiamato o che è evocato, appunto, è felice».

Rendere felici in un’epoca infelice e consapevoli in un mondo impazzito. Cuore e mente, sentimento e ragione, apollineo e dionisiaco in una sintesi inedita e creativa. Forse è stato ed è questo il vero ruolo dei Maestri: irrigare il deserto dell’anima, come fiumi, ora impetuosi e manifesti, ora carsici e celati, portatori di una stagione fertile e rigeneratrice che lo trasformi nell’Eden primigenio. Noi, timidi accattoni di speranze oltre ogni limite della natura umana, non staremo sulle sponde ad aspettare inerti ed inermi, impegnandoci intanto a ripulire gli alvei ed a rimuovere i tanti detriti che di quei fiumi possano o vogliano ostacolare il corso.

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