Sapore di maleLa nostalgia delle estati in cui si sudava senza per forza avere un’opinione su tutto e tutti

Un tempo nella stagione più calda dell’anno il principale dilemma era se si potesse rullare a biliardino e la sera non si guardavano mai i tg. Adesso non è più consentito sottrarsi al dibattito continuo nei social, né stare mezz’ora senza essere aggiornati sull’ultima dichiarazione

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Quando eravamo piccoli, e la classe politica somigliava meno all’elettorato e quindi sapeva assecondarlo con più professionalità, l’estate era estate. Stagione il cui principale dilemma era se si potesse rullare a biliardino, il cui manifesto politico era il laminato dei gelati (che ne prometteva sempre almeno un paio che poi nel frigo non comparivano mai), e durante la quale non si guardavano i tg. A volte la sera qualcuno accendeva, ma nelle case al mare la tv prendeva sempre malissimo, e poi c’era sempre qualche doccia in ritardo, frittura da seguire, strilli da una stanza all’altra, se non era successo qualcosa di grossissimo certo non ci si metteva a guardare il pastone.

Si tramandava la leggenda d’un’usanza sporadica chiamata «governo balneare», ma erano robe successe prima che nascessimo, vivevamo in un secolo solido in cui la politica non ci disturbava in villeggiatura. Non avevamo la smania d’essere sempre aggiornati, sempre attivisti, sempre con un’opinione sul fatto del giorno. E poi il fatto del giorno non c’era: c’era la villeggiatura. Per tutti, pure per quei disgraziati che la politica la facevano di mestiere. Era quando i portavoce non avevano le ferie rovinate dai disastri innaturali (o, se ce le avevano, non se ne lamentavano a voce alta); era quando gli aperitivi in spiaggia non sfasciavano una parabola di successo (qualcuno ha notizie dei mojito di quest’anno?).

Franca Valeri lo sintetizzava così, quel secolo per il quale sto passando l’estate a struggermi di nostalgia: «Quando la politica era una specie di tabù, non troppo nominato, quando gli uomini chiudevano le porte, quando si poteva entrare con un ristoro, magari dei cioccolatini o uno spumante, e si poteva dire: “Basta parlare di politica!”, e gli uomini tacevano».

Per molti anni l’unica notizia da pagine politiche d’agosto è stato il convegno di Comunione e Liberazione, per pomposità chiamato Meeting; ogni anno c’era qualcuno «di sinistra» (per mancanza di definizioni migliori) che andava a parlarci, e ogni anno c’era lo sdegno di quelli che vivono in perenne assemblea d’istituto e per i quali devi parlare solo a platee che la pensino come te.

Poi è arrivata la perenne simulazione d’impegno, la dichiarazione perpetua, il ciclo social 24 ore al giorno in tutte le stagioni. Poi è finita l’estate.

Adesso l’estate è una stagione in cui sudi e dichiari, dichiari e sudi. Se fai il politico. Se fai l’elettore, tifi e sudi, sudi e tifi. Adesso non è più consentito sottrarsi, stare mezz’ora senza essere aggiornati sull’ultima dichiarazione, lasciar passare una notizia senza esprimere un’opinione forte in merito.

Il discorso di Draghi dai ciellini? Ah, che statista. Ma che ha detto? Ah, boh, che bisogna investire, statista.

Il discorso di Michelle Obama ai Democratici? Ah, che stile. Ma che ha detto? Ah, boh, che Biden ha sofferto tanto, che eleganza, che classe.

La scena di Trump che tenta di prendere la mano alla moglie sulla scaletta dell’aereo? Che imbarazzo, vedrai che perde. Ma solo perché la poverina aveva i tacchi e cercava di non precipitare dalla scala, perde? Vedrai, vedrai.

Il video di Sharon Stone che dice che le sta morendo di virus la famiglia ed è perché le donne non governano l’America, loro sì ci difenderebbero? Ah, che brava, che efficace, che commozione, ha proprio ragione. Ma in che senso ragione, non è che ci siano governi che hanno trovato la cura per il virus, e poi come sarebbe è morta sua nonna di virus, la Stone ha 62 anni, aveva una nonna vivente? Ma che obiezione è, vergognati, allora dillo che sei trumpiana e vuoi lo sterminio dei vecchi.

La Santanchè contro la chiusura delle discoteche? Er Faina contro l’apertura delle scuole? Tommaso Zorzi contro Er Faina? Chiunque sia questa gente, sia chiaro che non ci possiamo astenere dall’essere al corrente di tutte le loro uscite, e avere perentorie opinioni in merito. (La posizione presentabile è discoteche no scuole sì, vedete di non confondervi).

Diceva quel filosofo del Novecento che il monaco cistercense aveva una cultura perché sapeva collegare tra loro le trecento nozioni che aveva; la parrucchiera di Hannover no, non sapendo collegare i quindicimila nomi di shampi e di attori e di cantanti a lei noti.

Il filosofo si sbagliava: noi parrucchiere di Hannover non solo sappiamo che shampoo usa ogni cantante, ma siamo diventate bravissime a capire al volo qual è la posizione giusta da prendere sulla polemica del minuto, senza neanche bisogno di conoscerne i dettagli.

Se Trump twitta che qualcuno deve dire a Michelle Obama che se lui (lui Trump) ha vinto, è tutto merito delle macerie lasciate da suo (suo di Michelle) marito, noi saremo pronte a fare «buh»: sappiamo quando fischiare e quando tifare, intuiamo la posizione presentabile e quella no, e ci è chiaro che l’indicibile di quest’agosto è che l’elettore medio è scarsamente fotogenico come Trump, goffo nel tentare di prendere la mano alla moglie come Trump, privo di amici fighi tra le rockstar e gli attori, come Trump.

E che, essendo finita l’epoca in cui non chiedevamo agli eletti di somigliarci, non c’è una ragione al mondo per immaginare una scena finale diversa da quella della seconda presidenza Trump, per la sceneggiatura di questa stagione. Vado a depositarla, sono indecisa se intitolarla Flirting with Disaster 2, o Ve l’avevo detto.

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