Roma te divora come ’n barracudaLa Raggi non ha avversari perché nessuno con una reputazione si candiderebbe a sindaco

La capitale è una città ingestibile, da sempre. Distanze enormi da coprire senza adeguati mezzi pubblici, furti sugli autobus, traffico insostenibile, aperitivi scadenti, parcheggi in doppia fila e l’elenco potrebbe proseguire all’infinito. La domanda è: perché qualcuno dovrebbe volersi guastare la vita e la carriera provando a domare questo casino?

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

«Roma te divora come ’n barracuda, Roma nuda nuda nuda», (7 vizi capitale, sigla di Suburra, serie Netflix che tratta di malviventi, ovvero di romani).

Mi sono trasferita a Roma a diciott’anni. Il sindaco era Franco Carraro, ma neppure lo sapevo. Venivo da Bologna, un posto così civile che ci sono i portici e se piove neanche ti bagni, e la prima cosa che notai fu che Roma era l’unico luogo al mondo ad aver preso sul serio i Forrester.

I Forrester erano la famiglia della soap televisiva che andava per la maggiore allora, vivevano a Los Angeles, un luogo dove da un quartiere all’altro ci si mettono ore, eppure annunciavano «arrivo», e dopo due minuti citofonavano.

A Roma ci avevano creduto e, a distanze analoghe, uscivano di casa all’ora alla quale sarebbero dovuti essere già all’appuntamento. Con l’aggravante che a Los Angeles ci sono le autostrade, a Roma ci sono i sanpietrini.

La mia prima casa era a Trinità dei monti, e questa frase serve a rendere la vita facile ai commentatori social e ai loro pavlovismi «cosa vuoi saperne tu privilegiata bianca della ztl», ma anche a dire che avevo sotto casa una fermata del metrò («la metro», come la chiamano con quella cadenza che involgarirebbe qualunque parola).

A Roma il metrò è una rarità (come scavano, trovano una tazzina in cui Catilina ha bevuto una tisana di malva, e si ferma tutto: il romano è convinto che ciò sia una benedizione e non un limite, e infatti vive in una Los Angeles senza autostrade e gli pare normale).

Il che significa che averne una stazione sotto casa non serve a niente: non porta in nessuno dei posti in cui vuoi andare (tranne Cinecittà: per i primi tre quarti d’ora della mia vita romana volevo fare l’attrice, ma ora non divaghiamo; le mitomanie d’importazione non sono un tema secondario, ma non vorrei che questo trattato sulla romanità divenisse troppo lungo).

Mancavano una ventina d’anni a quando i cellulari avrebbero fatto le foto (avevamo gli Startac, chiamare costava millenovecento lire al minuto), ma i romani erano già tali e quali a oggi.

Se esprimevi qualche dubbio sulla città t’indicavano uno scorcio d’un qualche foro con la voluttà con cui oggi fotografano tramonti, come a dirti: io tutti i giorni vedo questo, di che vuoi che mi lamenti?

Naturalmente per indicarti quello scorcio erano stati un’ora in macchina e per un’altra ora avevano cercato parcheggio, e quel che davvero vedevano tutti i giorni era un muro scrostato su cui dava la loro finestra in periferia, ma la mitomania sta a Roma come la grandeur a Parigi, e il romano ti parla sempre come se cenasse ogni sera dentro al Colosseo.

E, con la stessa dissonanza con cui oggi fotografano indignati la spazzatura abbandonata, arrivati al cassonetto pieno mollavano lì il sacchetto senza mai fare lo sforzo d’attraversare la strada per arrivare al cassonetto vuoto sul marciapiede opposto (subito prima di parcheggiare in doppia fila «solo due minuti»).

Sono andata via da Roma dodici anni fa, dopo sedici anni e spicci di residenza completi d’ogni esperienza. La portinaia ladra, e il vigile che non è in grado di certificare che quello che t’ha investito fosse sulla preferenziale. La dirigente Rai che s’affatica a mettere una firma facendoti tardare un anno i pagamenti, e la mensa Rai con gli scarafaggi tollerati come animali da compagnia. I tavolini di piazza Farnese che se ci appoggi il cellulare te lo rubano dopo un secondo, e i ristoranti dove ti fanno sedere solo se sei amico degli amici. I tassisti che truffano sulle tariffe fisse, e i passeggeri dei bus che sussultano se odono il mai sentito rumore della macchinetta che timbra il biglietto.

Le istruzioni su come non farsi scippare sul 64 (l’autobus che dalla stazione porta a piazza Navona), e quelle sull’evitare le ciotole degli aperitivi all’aperto già assaggiate dai piccioni. Il lungotevere di notte con gabbiani e pantegane che squarciano l’immondizia nelle ore tra la chiusura dei ristoranti e il passaggio dei furgoni.

L’anno scorso un romano di successo, dopo avermi arringata circa il fatto che solo un commissariamento militare potesse ormai salvare la città, mi ha chiesto a che anno risalisse la mia fuga, e ha annuito: brava, subito prima del crollo. Ho detto anche a lui, come dico a tutti da anni, che la città è tale e quale, ma prima non facevamo foto a tutto. Lui, come tutti, ha scosso la testa: macché, è peggioratissima.

Quando ero romana da un paio d’anni, diventò sindaco Francesco Rutelli. Senza gara il miglior sindaco romano della mia vita adulta, in una città in cui basta fare un tram per essere un eroe civile (l’8, che collega Monteverde al centro, fu una cosa che commosse interi quartieri finalmente collegati in tempi umani senza restare tappati nel traffico della Gianicolense; certo, in una città civile sarebbe stata un’operina qualunque, ma, appunto: Roma l’immobile).

Quando me n’ero andata da pochi mesi, Rutelli si ricandidò. Mi ricordo come se ne parlava: sembrava che si fosse candidato il marziano di Flaiano nella fase in cui i romani del marziano s’erano già rotti i coglioni.

Perché? Ingratitudine, scemenza, romanità? Non ne ho idea, fatto sta che vinse Alemanno. Dico: Alemanno. (Forse quel che intendeva il mio interlocutore l’anno scorso era: hai fatto bene ad andartene prima d’essere residente d’una città che manco i sindaci sa scegliersi, manco quando è facile).

In questo periodo ho molte conversazioni con romani indignati per le chiacchiere sulle prossime candidature a sindaco. Ci sono quelli che ritengono che peggio della Raggi non sia possibile, e quelli che dicono «viécce te, sarà buona la sinistra de Prati»; quelli che non si capacitano della mancanza d’una candidatura forte, e quelli che leggono nei fondi di caffè delle alleanze governative; quelli che «ci vorrebbe Obama, altro che la moglie di Franceschini», e quelli che «ci vorrebbe Calenda, ma a Calenda chi glielo fa fare».

Ecco, questi sono gli unici di fronte ai quali annuisco – non per il nome, bensì per il concetto «perché dovrebbe, Calenda o Alvaro Vitali o Francesco Totti o Nerone».

Perché chicchessia dovrebbe volersi guastare la vita e la carriera tentando di domare una città di parcheggiatori in doppia fila, aspiranti abusivisti, buttatori di spazzatura fuori dal cassonetto, ristoratori che fanno il preconto invece della fattura, poeti della buca e del tramonto, velleitari il cui complesso di superiorità è così infondato che manco sanno raccontarlo, che la mitologia della loro decadenza tocca la narrino i pescaresi, i riminesi, i napoletani?

La domanda non è «ma è possibile che nessun grande nome voglia candidarsi contro la Raggi?»; la domanda è: ma chi glielo fa fare, alla Raggi, di ricandidarsi?

«Triste come un tango tra l’oro e il fango, Roma è un passo a due volteggiando sull’asfalto, Roma è un volto stanco di madonna con le lacrime, gelosa, invadente, custode d’anime, curiosa indolente infedele preghiera, Roma mani infami dentro all’acquasantiera», (7 vizi capitale).

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