La scuola politica del TwigaIl partito della Libera Discoteca è la tragedia di un Paese dove il divertimento diventa un diritto costituzionale

«Me state a rovinà le vacanze» potrebbe essere lo slogan di questa nuova fazione arrogante e furbetta, che avrebbe fatto meglio a pagare i gestori dei locali per restare chiusi anziché concedere lo sciagurato contentino di Ferragosto

Andreas SOLARO / AFP

Pure le riviste specializzate, DjMag Italia fra tutte, riconoscono che la chiusura delle discoteche era inevitabile e che semmai si è fatto male ad aprirle. Anche Ibiza, che sull’industria della notte ci campa, quest’anno ha scelto il Ferragosto light evitando il rischio di riaccendere le luci stroboscobiche e le piste. E tuttavia il partito della Libera Discoteca in Libero Stato si inalbera, si imbizzarrisce, vede nel lockdown della disco l’anticipazione di nuove svolte autoritarie, un assaggio di Bielorussia.

«Domani possono sospendere i comizi e dopodomani si possono ritardare le elezioni. Quando inizi a reprimere una libertà in nome di una emergenza non sai mai quasi finisci», dice Daniela Santanché. «Il governo cambia un’altra volta idea mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro, mentre il virus viene importato dall’estero. Un governo duro con gli italiani e morbido con i clandestini, non se ne può più», protesta Matteo Salvini.

Sappiamo da un pezzo che la disco, nell’abbecedario politico italiano, è catalogata nella colonna di destra, insieme alla vasca da bagno e alle Marlboro. Nei tempi in cui la musica contava qualcosa, la sinistra ascoltava Paolo Conte, la destra ballava con John Travolta.

Ma il partito della Libera Discoteca che oggi insorge sui social ha poco a che vedere con la vita notturna degli immigrati metropolitani alla Tony Manero, con i parquet scassati del 2001 Odissey di New York che nel ’77 ci indicarono la via d’uscita agli Anni di Piombo.

È piuttosto il partito educato dagli ideologhi del Billionaire e del Twiga, dello Smaila’s e del Papeete, i cui titolari hanno avuto un ruolo tutt’altro che collaterale nella definizione dell’estetica prima del berlusconismo e poi del sovranismo a trazione salviniana.

È il popolo che vive la mascherina come una museruola e le regole del distanziamento come esito di un misterioso complotto contro i suoi (potenziali) diritti, il suo (potenziale) stile di vita, la sua (potenziale) felicità.

Magari in discoteca non ci è mai andato, magari passa le vacanze al paese di nonna curando l’orto, magari chiama i carabinieri se qualcuno gioca a pallone sotto le sue finestre, ma che diamine: vai a vedere che adesso, volendo, non si può più neanche ballare insieme ai ricchi in Versilia o con i ragazzini ubriachi a Gallipoli.

«Me state a rovinà le vacanze», ha gridato il trentenne che sabato, alle cinque di mattina, ha menato un infermiere che, durante il soccorso a un infartato, ostruiva con la sua ambulanza la strada per il Just Cavalli di Porto Cervo.

Ecco, la frase potrebbe stare sulle T-shirt del partito della Libera Discoteca, strettamente imparentato col partito del Libero Treno Senza Mascherina, del Libero Vai-E-Torna dalla Croazia e dalla nuova Tortuga libertaria dell’Isola di Peg, dove ci si può ammassare sudati e sbronzi fino all’alba salvo poi lamentarsi perché, al rientro, il test ritarda, i medici sono in ferie, l’aeroporto sprovvisto di kit per i tamponi, e in Italia non funziona mai niente.

DgMag, la rivista internazionale dedicata alla musica elettronica e ai Dj di tutto il mondo, ieri ha riconosciuto con onestà che, se è ingiusto e fazioso indicare le discoteche come unici centri nevralgici della diffusione del virus, «è altrettanto ovvio che le discoteche, per natura, basano il loro successo sull’assembramento: una festa ben riuscita è una festa piena di gente che, insieme, celebra vita e musica».

Chi non lo sa, conclude la rivista «è sordo, cieco e muto, quindi complice»: meglio sarebbe stato, fin dall’inizio, adottare il modello della Germania che ha pagato le discoteche per rimanere chiuse, anziché concedere il contentino dell’apertura ferragostana seguita da serrata.

Tuttavia al partito della Libera Discoteca la razionalità non interessa.

«Vedremo se i giovani sapranno ribellarsi», mi scrive un contatto Fb che forse ha scambiato la battaglia del Billionaire per Praga ’68 o Tienanmen ’89, e la frase chiarisce l’equivoco di fondo, la tragedia culturale del momento: un’opinione pubblica almeno in parte convinta che ci stiamo giocando la libertà, non il benessere collettivo (e in qualche caso la vita) e che il diritto alla discoteca, ancorché non sancito dalla Costituzione, sia equiparabile al diritto alla scuola, al lavoro, alla salute.

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