La Milanesiana a ForlimpopoliLe scale cromatiche dell’arte

La rassegna milanese arriva in Emilia Romagna, nella città natale di Pellegrino Artusi, l’occasione migliore per associare l’uomo, il cibo e le sue tinte, e come queste sono state rappresentate nel corso della storia

Pubblichiamo in anteprima una lettura di Camilla Baresani, che interverrà stasera all’interno della XXI edizione de la Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, durante l’evento dal titolo I Colori della Romagna – L’Italia di Dante e di Artusi.  Sono previste anche le letture di Oscar Farinetti, Fabio Francione, Giulio ferroni, Marco Malvaldi; a seguire la proiezione del “L’arte e la politica in cucina di Angela Ricci Lucchi”  (2020) cortometraggio di Yervant Gianikian, voce recitante Lucrezia Lerro. Chiudono gli Extraliscio. Forlimpopoli, ore 21, Arena Centrale.

Eva era golosa e fu tentata da una mela. Un frutto sferico e rosso: forma e, soprattutto, colore. Ogni essere vivente tende a mettere in bocca oggetti che lo attirano per l’accessibilità e soprattutto per la vivacità dei suoi pigmenti.

Così, trovandoci nella città che ha dato i natali all’Artusi, viene spontaneo associare il tema dei colori a quello dell’uomo e del cibo di cui si nutre. Il “Secolo d’Oro” olandese, grossomodo il Seicento, inventò i colori del cibo con le sue celebri nature morte: tavole stipate di composizioni floreali e di quelle che i gastronomi chiamano “materie prime”.

La prosperità dei commerci spingeva la neoborghesia a commissionare dipinti che rappresentassero in modo perfezionistico i simboli del benessere raggiunto. Nessuno voleva arredare la propria casa con le strazianti immagini del martirio di un santo o di una deposizione di Cristo. Ai pittori si chiedeva un’arte autocelebrativa che usasse tutti i mezzi dell’epoca per esaltare la freschezza dei prodotti della natura.

La tecnica fiamminga della velatura dei pigmenti a olio permetteva di evidenziare le trasparenze, di accentuare i punti di luce mutando l’intensità del colore e rappresentando magistralmente i chiaroscuri.

Così, gli artisti indulgevano su prodotti di eccellenza locale, in pratica il chilometro zero del tempo: tulipani, peonie spampanate, e, soprattutto, cibo. I pesci con le squame sulle variazioni dell’argento, i colori palpitanti dei frutti di mare, la selvaggina da pelo e da piuma, i formaggi e i riccioli di burro, il pane – con evidenziata la brunitura della crosta, le briciole e l’alveolatura della mollica.

E poi le vanterie, ossia i prodotti d’importazione come la frutta e in particolare gli agrumi: e allora via con i grappoli d’uva dai chicchi traslucenti e i limoni sbucciati a spirale con gocce di succo che stillano dalla polpa. Cui si sommavano spezie esotiche importate dalla Compagnia delle Indie: rotolini di cannella, foglie di tè, chiodi di garofano. Nella composizione non mancava l’intrusione di farfalle dalle ali variopinte e magari di una mosca posata sul formaggio, gli zampini e le ali come un velo. Oggi, ci sono cuochi che questi insetti li mettono in pentola.

Se i pittori fiamminghi hanno inventato i colori del cibo rendendoli eterni e facendoci venire molto appetito quando visitiamo i musei dove i loro dipinti sono esposti, i fotografi del Novecento hanno invece creato i colori delle moltitudini.

Certo, anche la pittura si era dedicata a quelli che oggi chiamiamo assembramenti – per esempio le scene di battaglia o le folle riunite per assistere a un’esecuzione -, ma è solo la precisione dei pixel che può rendere l’immensa varietà e vividezza dei colori della pelle e degli abiti degli esseri umani.

Le grandi formazioni di massa – parate militari, manifestazioni, funerali di Stato, spiagge a Ferragosto -, rendono ogni individuo al pari di un pixel che compone un quadro immenso intessuto di colori. Queste immagini fotografiche non lasciano però che gli individui sbavino l’uno nell’altro, come nel celebre quadro di Boccioni, Rissa in galleria, il cui obiettivo era di creare scie, torsioni di un unico movimento.

L’arte fotografica permette piuttosto di sviluppare il tema del singolo nella moltitudine. Se prendiamo un’immagine di massa, caratterizzata da un impasto multicolore, e allarghiamo man mano questo patchwork con le magie dell’alta definizione, arriviamo all’unità dell’uomo, alla sua psicologia e storia personale che cerchiamo di indovinare dall’espressione, dai vestiti, dalla postura, dal colore della pelle rispetto a quella di chi lo circonda.
La fotografia rende tecnicamente possibile risalire dal chiasso cromatico della folla sino al singolo, con un effetto di straniamento. Dalla narrazione pubblica, sociale e politica che è necessariamente multicolore, a quella individuale, più uniforme.

La pittura ha valorizzato i colori del cibo, contribuendo a formare il nostro appetito e il nostro gusto. La fotografia ha esaltato assembramenti, calca, manifestazioni moltiplicando in modo impressionante il nostro senso di necessaria unicità, pur nell’insieme.

Ma cosa ha fatto la parola per i colori? La parola li ha ricreati. La parola ha reso evidenti le scale cromatiche a chi non può vederle. La parola descrive, e così il lettore può apprezzare un abito setoso color melanzana, osservare una ragazza che indossa biancheria intima color carne, disgustarsi per una cena con arrosto color topo che fugge, ridacchiare di un personaggio che un giorno è bianco come un calamaro e quello seguente è rosso come un’aragosta (sono i due colori che si attribuiscono ai tedeschi in vacanza).

Durante il grande secolo del romanzo, l’Ottocento, le parole avevano anche una fondamentale funzione illustrativa. Dovevano dare un’idea dei colori e delle forme del mondo ai lettori stanziali, a chi non poteva viaggiare né visitare musei, e quindi non gli era possibile, tramite l’osservazione diretta o la pittura, scoprire l’immagine di tutto ciò che non avrebbe mai visto: tigri del Bengala, balli principeschi, costumi di popolazioni indigene.

Proprio come la pittura e la fotografia, le parole creano i colori.

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