Il senso della stampaSiamo entrati nei giornali perché ne valeva la pena

Il giornalista americano Pete Hamill è morto a 85 anni. Editorialista e reporter eclettico e di talento ha lavorato, tra gli altri, al New York Post e il New York Daily News. Pubblichiamo un suo articolo di venticinque anni fa in occasione dell'ipotesi di chiusura del New York Newsday che è un ritratto universale dei quotidiani e di chi ci lavora

ROB LOUD / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / GETTY IMAGES VIA AFP

Siamo entrati nei giornali per la vita. I soldi non contavano. Siamo entrati nei giornali per correre suonando il clacson nel traffico che porta alla scena del disastro. Ci siamo entrati per vedere i cadaveri. Ci siamo entrati per denunciare l’ipocrisia dei politici, per sputtanare i padroni di casa che non accendono  il riscaldamento ai loro poveri inquilini, per accusare un poliziotto che ha disonorato la sua divisa. Siamo entrati nei giornali, come ha detto qualcuno, per confortare gli afflitti e per affliggere chi sta comodo.

Mentre scrivo questo, in quello che probabilmente è il mio ultimo giorno nella redazione di questo giornale, giovani uomini e donne stanno facendo il loro lavoro. Anche in un giorno come questo, un giorno con un imperdonabile senso di fine, queste persone rientrano da scene di piccole calamità, con i loro appunti scarabocchiati, o chiamano fonti o estranei per controllare i fatti. Stanno scrivendo al computer, cercando le parole giuste. Ho visto abbracci stoici, ma non piangono. Almeno non ancora.

E quando avranno scritto le loro ultime parole, quando i caporedattori li avranno conciati per le feste per gli errori, le stupidaggini e le imprecisioni che avranno commesso, quando le parole saranno volate via elettronicamente per essere chiuse una volta e per sempre, allora potranno camminare a testa alta. In questo giornale non hanno aggiunto una singola frase alla storia della stupidità umana. In questo giornale non hanno contribuito alla marea di cose grossolane che sta inquinando la vita americana. In questo giornale non hanno intenzione di sottovalutare il lettore. A questo giornale non è mai stato ordinato di “portare l’acqua” a un politico. Quando saranno anziani, stesi su letti di ospedali, con tubi per tutto il corpo, e i nipoti tutt’intorno, loro potranno dire almeno che un tempo hanno lavorato per un giornale per il quale non dovranno chiedere scusa.

Mai.

Per me la morte di un giornale è una cosa terribile. Colpisce direttamente le persone che sono arrivate qui, membri del mio stesso sindacato. Ma la chiusura di un qualsiasi giornale danneggia la città dove ha sede. Nella mia vita ho letto il Brooklyn Times Union e il Brooklyn Eagle, il Daily Mirror e il Journal-American, Pm, lo Star, il Compass, l’Herald-Tribune. Ricordo di aver letto gli articoli di spalla di W.C. Heinz sul vecchio New York Sun, e quando Scripps-Howard l’ha inglobato nel 1948 e l’ha accorpato al World-Telegram, ho iniziato a leggere quest’ultimo. Tutti questi giornali non ci sono più. Non tutti erano grandi giornali. Alcuni erano terribili. Ma posso dire questo: la città in cui sono fioriti era migliore di quella in cui viviamo adesso.

Quei giornali avevano una grande funzione: hanno reso americani gli immigrati. Quando mio padre è arrivato dall’Irlanda nel 1923, il Daily News era nato da quattro anni.

Mio padre ha letto lo splendido tabloid del Capitano Patterson per le storie sui gangster e i nidi d’amore e i milionari caduti in disgrazia. Ha letto di Lindbergh e Jimmy Walker e dopo, nel momento peggiore, dopo aver perso una gamba giocando a calcio, quando perse i suoi lavori, quando i suoi amici erano tornati a dormire agli angoli della strada che pensavano di essersi lasciati alle spalle per sempre, lesse di Franklin D. Roosevelt. Quella fu l’unica ragione per cui non si è arreso ed è tornato a casa. Un giornale di carta gli diede la speranza.

E c’era un’altra ragione: in quel giornale lesse anche di un ragazzo chiamato Ruth che poteva colpire una palla da baseball fino alla contea vicina, e aveva portato in alto una squadra chiamata Dodgers. Le geometrie magnifiche del baseball hanno conquistato la sua immaginazione. Quindi non c’era motivo di tornare indietro. Amava l’Irlanda con la passione sfrenata di un cattolico di Belfast; ma ormai era un uomo di Brooklyn, di New York, degli Stati Uniti d’America. Leggeva ancora il Daily News quando morì a 80 anni.

Al Newsday di New York sapevamo che il futuro era degli immigrati e dei loro figli. Non solo il futuro del giornale, e dei reporter e dei redattori che vi entrarono per la vita che permetteva di fare. Ma il futuro della città. Coreani, dominicani, haitiani, russi, pakistani, afghani, i giovani irlandesi, messicani e colombiani e cinesi: tutti in un’atmosfera vibrante. Loro sono il futuro di questa città. Sono coraggiosi abbastanza da lasciare i loro paesi. Sono qui per scelta. Stanno mettendo su famiglia e facendo figli. Qualsiasi giornale popolare li aiuta a diventare americani. Qui quel tentativo è stato fatto con più intelligenza e impegno che in ogni altro quotidiano di New York.

Ma per costruire un’abitudine, per fare in modo che i figli degli immigrati leggano il giornale al tavolo della cucina, ci vuole tempo. Almeno una generazione. Il New York Newsday non ha avuto questa possibilità. La decisione di far fuori un giornale è stata presa da un tizio venuto dal business dei cereali. Qualcuno che non è di New York. Un uomo dello Utah. Magari è anche un bravo ragazzo. Ha pronunciato molte parole riguardo la sua fiducia nell’eccellenza.

Ma non era pronto per decidere il destino del New York Newsday. Non era figlio di immigrati. Non veniva dalle strade di questa città. Non ne conosceva i corsi e ricorsi storici, la sua storia ciclica di declino e rinascita. Non poteva immaginare la città che stava per venire: una città di businessman dominicani e avvocati coreani, di pesi massimi russi e interbase afghani, una città di torri scintillanti tirate su dai figli di agricoltori analfabeti di Oaxaca, una città di fabbriche costruite co il sudore e l’intelligenza cinese, una città di romanzieri haitiani e professori colombiani. Lui non aveva consapevolezza della città che stava venendo fuori.

Soprattutto, non aveva possibilità di capire che i giovani uomini e donne che lavorano al quotidiano, seduti attorno a me in questo momento a fare telefonate, stanno provando disperatamente a salvare questo giornale. Nessuno ha mai fatto questo tipo di sforzo per mantenere i cereali del “Conte Chocula” sugli scaffali dei negozi di alimentari americani. A nessun manager dei cereali spareranno in Bosnia nell’esercizio delle sue funzioni, questa settimana. Nessun manager dei cereali si aggirerà nella parte sbagliata dei quartieri malfamati per fare il suo lavoro. I giornalisti, invece, fanno queste cose.

E non lo fanno per soldi. Non lo fanno per i benefit. Non lo fanno per la tessera del country club. Non lo fanno per i loro investimenti in Borsa. Non lo fanno per far schizzare il prezzo delle azioni e guadagnarsi l’applauso del loro capo. Se falliscono, i giornalisti non possono andare a gestire un’azienda che produce cuscinetti a sfera o un’impresa di costruzioni. Loro lavorano nell’industria dei giornali. E lo fanno per tutta la vita.

E la vita è quel che vogliono preservare. Chi lavora nei giornali vuole arrivare nei centri della città e sentirne battute, scherzi e risate. Vogliono sentir squillare un telefono e vedere un redattore alzare lo sguardo e poi essere mandati a seguire un evento completamente differente da qualsiasi cosa sia accaduta prima. Vogliono l’adrenalina di dover correre contro il tempo. Vogliono il sospiro di sollievo di gruppo a fine giornata. E poi, si frequentano: sono amici, compagni di squadra, uomini e donne che dialogano tra loro, in piedi, o attorno a un tavolo, avrebbero voluto qualche riga in più per raccontare meglio la storia e un’ora in più per cesellarla. Se sono bravi non vogliono lusinghe; vogliono consolazione, perché sanno che in un mercato imperfetto loro falliscono quasi sempre.

Chiedono solo questo e di prendere metropolitana il giorno dopo e vedere una donna haitiana aprire un giornale e cominciare a leggere, e un messicano pronunciare le parole a se stesso e un vecchio newyorchese che sbircia lentamente una fotografia, per poi girare alla pagine di sport. Trentacinque anni fa sono andato alla stazione di Lexington Avenue e ho visto per la prima volta un uomo leggere un articolo che avevo scritto io. Mi si è offuscata la vista e sono andato via, guardando stazioni abbandonate che sfrecciano nelle vicinanze. Quando sono tornato a casa ho chiamato mio padre e l’ho ringraziato per aver portato a casa i giornali tutti i giorni, tutti gli anni. Era confuso. Non ho provato a spiegare, ma sapevo che in qualche modo la mia vita era iniziata. Mi sono sbagliato su un sacco di cose, ma avevo ragione su quella. Nessun figlio di puttana in abito Brooks Brothers potrà mai portarmelo via. E non potrà portalo via a nessun altro, in questa redazione.

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