Cancellata Bari WeissEditorialista del New York Times costretta a dimettersi da un giornale in balìa dei teppisti di Twitter

Opinionista assunta per dare voce all’America di Trump che nel 2016 il quotidiano liberal aveva trascurato, ha scritto una lettera durissima denunciando il clima di terrore che si è creato nei confronti di chi non condivide le idee dominanti all’interno della redazione. Aveva firmato l’appello di Harper’s sulla cancel culture

Johannes EISELE / AFP

La giornalista del New York Times Bari Weiss si è dimessa dal New York Times, dove lavorava come redattrice e opinionista nella pagina degli editoriali. Ha deciso di abbandonare il quotidiano con una lettera pubblicata sul suo sito, in cui accusa il clima tossico che respira in redazione chi non condivide l’idea dominante del giornale, condizionato ormai dalle pressioni che riceve dai social media, che lo rendono meno autonomo: «Twitter non è nella gerenza del New York Times. Ma è diventato il suo vero direttore».

Bari Weiss si considera «di sinistra che guarda al centro», ma i suoi detrattori la indicano come conservatrice. Ha lavorato al Wall Street Journal dal 2013 al 2017, quando è entrata al Nyt. Recentemente ha firmato la lettera di Harper’s sulla cancel culture, pubblicata circa un mese dopo le dimissioni di James Bennet, responsabile delle pagine op-ed del Times, perché era stato criticato per aver pubblicato un articolo del senatore repubblicano Tom Cotton (che chiedeva l’impiego dell’esercito contro i manifestanti per le strade degli Stati Uniti).

Nella sua lettera di dimissioni, Bari Weiss esordisce ricordando il suo ruolo all’interno del quotidiano: «Sono stata assunta con l’obiettivo di portare all’interno della testata quelle voci che altrimenti non ci sarebbero state: scrittori esordienti, anime di centro, conservatori e in generale quelli che normalmente non avrebbero considerato il Times come loro casa. La ragione della mia assunzione è piuttosto chiara: il fatto che il giornale non fosse stato capace di prevedere il risultato delle elezioni del 2016 era la dimostrazione che non aveva il polso del Paese che intendeva raccontare».

Poi mette in evidenza quel che doveva essere e non è stato: «La lezione che avremmo dovuto imparare dalle elezioni, le lezioni sull’importanza di comprendere gli altri americani, la necessità di resistere al tribalismo e la centralità del libero scambio di idee verso una società democratica, non sono state apprese».

Colpa soprattutto di un modo di intendere il giornalismo non proprio corretto, secondo Weiss: «Le storie sono scelte e raccontate per compiacere lo zoccolo duro del pubblico anziché attrarre i lettori più curiosi a leggere notizie di tutto il mondo e poi trarre le proprie conclusioni. Mi hanno sempre insegnato che il giornalismo è la prima bozza, grezza, della storia. Ma così la storia stessa è diventata un’altra roba insignificante, modellata sui bisogni di una narrazione predeterminata»

Ma più di ogni altra cosa, la giornalista accusa la redazione di non avere un atteggiamento veramente inclusivo, tutt’altro. «Sono stata oggetto di costante bullismo – spiega Weiss – da parte dei colleghi che non la pensano come me. Mi hanno chiamata nazista e razzista; ho imparato a ignorare i commenti sul fatto che “scrivo sempre di ebrei”. Diversi colleghi che sono stati amichevoli con me sono stati presi di mira da altri colleghi. Sui canali Slack dell’azienda sono costantemente sminuita, così come quel che faccio. Alcuni colleghi insistono sul fatto che devo essere allontanata se questo giornale vuole essere veramente inclusivo, mentre altri postano l’emoji dell’ascia accanto al mio nome. E altri che lavorano al New York Times mi apostrofano pubblicamente come bugiarda e bigotta su Twitter, senza il timore che quel che dicono venga punito. Perché non viene mai punito».

Quel che accade nel suo ambiente di lavoro, spiega la giornalista, può essere espresso con parole ben precise, dice: discriminazione, ambiente di lavoro ostile. «Non sono un avvocato, ma so che è un comportamento sbagliato. Non capisco perché sia permesso questo tipo di comportamento all’interno dell’azienda, tutto in piena vista sia per lo staff e sia per i lettori del giornale».

A questo punto Weiss riprende i toni della lettera pubblicata su Harper’s, che anche lei ha firmato, con tono sarcastico: «Perché pubblicare qualcosa di stimolante per i nostri lettori o scrivere qualcosa di audace, quando possiamo assicurarci il risultato (e i clic) pubblicando il nostro 4000° articolo in cui sosteniamo che Donald Trump è un pericolo per il paese e il mondo? Così l’autocensura è diventata la norma».

E ancora: «Gli editoriali che appena due anni fa sarebbero stati facilmente pubblicati oggi metterebbero in difficoltà il caporedattore o il giornalista, forse fino a licenziarli. Se si ritiene che un pezzo possa avere un contraccolpo interno o sui social media non viene proprio pubblicato».

Nel finale, però, Weiss si lascia a due ultime considerazioni. La prima: «Sono consapevole che al giornale ci siano tanti altri giornalisti che la pensano come me, ma sono intimoriti e non dicono nulla. Forse perché credono di essere al sicuro se seguono la linea del Times, o forse perché ci sono milioni di disoccupati in questo Paese e si sentono fortunati ad avere un lavoro. O forse perché sanno che, oggi, difendere certi principi significa avere un bersaglio sulla schiena. Tutto ciò fa presagire male per i giovani scrittori e redattori che vogliono fare carriera».

La seconda è più ottimistica: «Per questi giovani scrittori e giornalisti c’è una consolazione. Mentre in posti come il Times e altre grandi istituzioni giornalistiche tradiscono i loro standard e perdono di vista i loro principi, gli americani hanno ancora fame di notizie accurate, opinioni vive e dibattiti sinceri. Ho notizie di queste persone ogni giorno. L’America è un grande Paese e merita un grande giornale. Ciò non esclude che alcuni dei migliori giornalisti lavorino per questo giornale, e continuerò a seguirli. Ma non posso continuare a fare il lavoro per cui sono stata assunta. Riprendo una frase che Adolph Ochs descrisse in una famosa dichiarazione del 1896: “Dobbiamo fare delle colonne del New York Times un forum per discutere su questioni di interesse pubblico e, a tal fine,  invitare alla discussione tutte le sfumature di pensiero”. L’idea di Ochs è una delle migliori che abbia mai letto. E ho sempre trovato conforto nell’idea che le idee migliori vincano sempre. Ma le idee non possono vincere da sole. Hanno bisogno di una voce. Hanno bisogno di un pubblico. Soprattutto, devono essere supportate da persone disposte a vivere per loro».

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