L’occasione del referendumOcchio alle percentuali del No, potrebbero far fallire il progetto strategico di Bettini

L’ideologo dell’alleanza tra Pd e Cinquestelle ragiona come se i grillini fossero ancora una forza del trenta per cento, ma non è così. E, inoltre, tratta l’ala riformista e liberale come una forza residuale, da dieci per cento, ma il risultato del 20 settembre sul taglio dei parlamentari potrebbe lasciare intendere che, in realtà, è ben più ampia

edwin andrade, Unsplash

Goffredo Bettini insiste con il suo modello a tre gambe: PD-Cinquestelle-Riformisti. Il centro-sinistra con il trattino, vecchia maniera. Con qualche imbarazzo solo per la quarta gamba, che ogni tanto dimentica, la sinistra di Leu e dintorni. Scatta in quel caso il riflesso condizionato del vecchio PCI: nessun nemico a sinistra. Ma non è sempre molto chiaro sul suo destino: assorbirla, strumentalizzarla (gli piacerebbe), ignorarla?

La novità, rispetto al testo scritto per Linkiesta, è che il piccolo saggio su Il Foglio suscita qualche reazione moderatamente critica in casa PD. Persino Nicola Zingaretti gli dà un buffetto sulla guancia. E si permettono delle obiezioni Maurizio Martina e Gianni Cuperlo, esponenti del corpaccione dem. Quanto a Lorenzo Guerini ha già indicato da parte sua una strada diversa, con un contro manifesto pubblicato anch’esso su Il Foglio.

Ma questa strada diversa è davvero il problema non dichiarato della tesi bettiniana, che prescinde totalmente dall’esistenza all’interno del PD di chi questo rilancio dei DS o del PDS condito da salsa grillina proprio non lo può digerire.

È il primo punto debole della strategia di Goffredo Bettini. Sia alla base del partito che soprattutto nella sua rappresentanza parlamentare (selezionata da Renzi), quanti sono davvero i disponibili alla linea strategica con i 5Stelle? La tesi di Bettini dà per scontata una gamba PD molto compatta, perché liberata dalle scorie renziane del riformismo moderato, a cui assegna – bontà sua – una percentuale, il 10 per cento, e un compito ancillare: garantire al tavolo a tre gambe i voti che mancano per essere competitivi con la destra. Ma se ne stia in un angolo, ben distante e distinta. 

A sostegno di questa impostazione, Gofffredo Bettini (vedi intervista a “in Onda” sulla 7) fa ricorso a una categoria fondamentale della politica, il realismo. Piacciano o non piacciono, i grillini ci sono e si deve fare i conti con loro. Questo è pragmatismo, bellezza.

Ma qui scatta la seconda obiezione non da poco al disegno bettiniano, che, non dimentichiamo, è addirittura strategico.

Di quale Movimento 5Stelle stiamo parlando? Quello del 32 per cento del 2018, ormai sciolto come neve al sole? Quanto valgono oggi elettoralmente i seguaci di Beppe Grillo? 

Bettini fa finta che il movimento sia qualcosa di ancora rilevante, con un peso elettorale paragonabile al 20 per cento del PD, ma è davvero questa la realtà, visto che si vuole essere realisti?

Il Movimento appare oggi un assieme verticistico e oligarchico di velleità frustrate, di parlamentari allo sbando, terrorizzati dall’antipolitica che gli porterà via l’ultima fetta di sopravvivenza con il taglio delle Camere.

Alla base, e questo va segnalato ai distratti, i meet up sono evanescenti o scomparsi e non sono riusciti a formare liste nell’80 per cento dei Comuni che andranno al voto in settembre. L’unico candidato consistente è presente in Liguria, ma a prezzo di un accordo che solo i misteriosi meccanismi di Rousseau hanno autorizzato.

Dove va a finire il disegno bettiniano, se i 5Stelle scendono sotto il 10 per cento? E che senso politico avrebbe allora il tripartito da portare alle elezioni politiche? 

Bettini potrà rispondere che l’appello non è ai vertici ma agli elettori, ma chi sono questi elettori? I 5Stelle veraci, quelli della protesta, quelli di Bibbiano, saranno seriamente utilizzabili nell’ingegneria bettiniana?  Gli altri sono in parte già rientrati dal PD che volevano punire perché troppo coinvolto in Banca Etruria, la banca della Boschi (nonostante le assoluzioni), e guidato all’epoca dall’antipatico Renzi. Altri ancora sono incerti tra Giorgia Meloni e la Lega. Dipenderà da chi la sparerà più grossa, ma la direzione di marcia è quella, o il rientro nel non voto.

Insomma, costruire un bel castello “realista” su realtà tutte da dimostrare è una scommessa. Rispettabile perché alla fine l’unico democratico che muove le acque è proprio il sussuratore di vertice, ma riassumendo: non può parlare a nome di tutto il PD e non può risuscitare i morti fuori dal perimetro PD. I miracoli non sono una categoria del pragmatismo.

Forse occorre fare una verifica, e l’occasione c’è il 20 settembre. Non tanto per le elezioni amministrative, quanto per il referendum.

Tutti i voti che si raccoglieranno attorno al NO sopra il 10% con cui la corsa è iniziata, manderanno un messaggio utile per la ricostruzione del sistema politico nazionale.

Un risultato doppio o triplo dello scontato segnalerà l’esistenza di un’Italia diversa da quella immaginata ai tavolini romani, a tre o quattro gambe che siano.

E forse il realismo sarà incoraggiato a cercare nuove vie.

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