Un referendum lose-loseAnche se vince il Sì, il Partito democratico perde comunque

Nicola Zingaretti ha deciso di schierarsi per il taglio dei parlamentari, ma in questo modo mette i dem in una posizione di sconfitta a prescindere: se la riforma passa se la intestano i grillini, se viene respinta ha perso la sua identità per nulla

Se il Sì al taglio dei parlamentari, nella quarta e decisiva lettura alla Camera, ha costituito il suggello della subordinazione del Partito democratico all’agenda e alla retorica populista, ma ha almeno consentito di avviare una nuova stagione animata da (vane) speranze di riscatto, il Sì al referendum rischia di essere molto più costoso e lacerante per i democratici, dopo un anno trascorso ad incassare i niet dei gerarchi minori e maggiori della fattoria degli animali grillina. 

È assai più difficile di un anno fa per Zingaretti & C. raccontare che, ingoiando il rospo di una Costituzione malamente mutilata, il Partito democratico propizierà una svolta storica, sbarrerà la strada alle destre, costituzionalizzerà il populismo grillino e lo riallineerà ad un’identità più coerente con quella della sua vocazione progressista. 

Dopo la formazione del Governo Conte II, mentre la dirigenza zingarettiana si affrettava a rivendere l’accordo con il Movimento 5 stelle come la ricomposizione della “frattura a sinistra” originata dalla subalternità renziana al mainstream liberal-liberista, il nuovo esecutivo ha subito ripreso a muoversi, anche sul piano sociale, lunga la linea dell’asse Di Maio-Salvini, coniugando populismo economico e politico all’insegna di un “gentismo” particolaristico, insensibile in primo luogo a criteri di giustizia e di equità generale. 

Da questo punto di vista, quota 100 e il taglio dei parlamentari costituiscono due esempi della stessa inclinazione predatoria, due usi del bilancio e delle istituzioni pubbliche per la manutenzione del consenso di breve periodo, a spese degli equilibri economici e politici dell’Italia di domani: il che non vuol solo dire delle “nuove” generazioni, ma anche delle “vecchie”, che dopo l’arraffa-arraffa e le ordalie trascineranno ancora più faticosamente la propria vecchiezza in un Paese impoverito e decivilizzato.

L’obiettivo dichiarato di “romanizzare i barbari” (vaste programme) è stato alla fine derubricato a quello più modesto di dissimularne la barbarie. Non di convertirli alla civiltà politica contro cui questa barbarie si era costituita, fino a infettare trasversalmente tutto lo spettro politico italiano, ma di tradurre nel birignao politichese democratico il vaffanculese proto-populista del Movimento 5 stelle. Insomma, il Partito democratico per un anno non ha fatto con il Movimento 5 stelle niente di diverso di quello che Berlusconi continua a fare con il nazional-sovranismo di Salvini e Meloni: accettare la subalternità ed esibire una “diversità” moderata come garanzia di affidabilità europea. 

Adesso, con il referendum i nodi vengono al pettine. Stando in scia a 5 stelle, il Partito democratico precipiterà in una delle più classiche situazioni lose-lose e si condannerà in ogni caso alla sconfitta. Se vince il Sì, a cui i dem rimangono attaccati passivamente con mille divisioni interne, la vittoria sarà del Movimento 5 stelle e la sconfitta sarà di tutti quelli che (come il Pd) solo alla fine in Parlamento si sono piegati alla madre di tutte le battaglie grilline. Se mai vincesse il No, il Partito democratico  perderebbe due volte: come partito che ha rinnegato la posizione giusta e ha sposato quella sbagliata e pure punita dagli elettori. Da questo punto di vista, perdere il referendum sulla posizione del No, riconquistando una autonomia di identità e di iniziativa dall’azionista di controllo della maggioranza, avrebbe almeno alcuni aspetti positivi.

Una qualche consapevolezza del problema, ma non della soluzione, deve iniziare a fare breccia al Nazareno se al momento la strategia del Partito democratico è di scomparire dalla campagna referendaria, disertando le tribune elettorali che gli spettano di diritto in base alla legge sulla par condicio (è accaduto due volte, mercoledì e giovedì, negli speciali di Rai Parlamento) e cancellando, come ha ricordato ieri Fabio Martini su La Stampa, il referendum come tema di dibattito nei 19 giorni della Festa nazionale dell’Unità di Modena. 

Si tratta di episodi incredibili e grotteschi, ma anche straordinariamente eloquenti delle difficoltà del Nazareno. 

Il passaggio dalla rimozione del problema del “taglio” dei parlamentari alla negazione della sua effettiva problematicità sembrerebbe dimostrare che, nella psicologia del Partito democratico, qualcosa sta affiorando sul piano della coscienza. Ma a meno di un mese dal voto, rinviare a inizio settembre, in una Direzione convocata ad hoc, la decisione definitiva sul referendum sembra preludere a una scelta poco lungimirante: rimanere sul Sì – anche con un partito diviso – e sperare di esserne ripagati con il voto riconoscente di elettori grillini in Puglia e nelle Marche. Non proprio una strategia patriottica.