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Il male oscuroCome far crescere la (bassa) produttività italiana

Secondo gli esperti servono quattro mosse: digitalizzare il Paese, modernizzare la scuola, sostenere le pmi più innovative e riformare la giustizia. Saranno passaggi cruciali nella ripresa post-Covid

Photo by Josue Isai Ramos Figueroa on Unsplash

La produttività, un male oscuro dell’economia italiana. Lo ha certificato l’Unione europea nel suo Country Report, pubblicato a inizio febbraio, e lo ha confermato il Piano nazionale di riforma, varato a inizio luglio da parte del governo italiano, che la considera una delle priorità su cui bisogna lavorare nei prossimi anni.

Perché, come raccontano i numeri, la produttività italiana ormai non cresce più dal 1995: un’eventuale inversione di tendenza sarebbe un toccasana per la nostra economia, che crescerebbe anche dell’1,5% annuo. «Servirebbe un deciso cambio di passo». È questa l’idea della professoressa Gloria Bartoli, segretario generale dell’Osservatorio Produttività e Benessere della Fondazione economia Tor Vergata. «È necessario che la classe politica capisca l’importanza del fattore produttività agendo sulle cause che la rallentano da troppo tempo, più che sui temi elettorali».

È innanzitutto necessario fare un distinguo: «Non bisogna confondere la produttività dei fattori, o efficienza dell’economia, con quella del capitale e del lavoro. La Commissione europea da anni ci chiede di aumentare la prima, che ci permetterebbe di far crescere i salari e aumentare il lavoro buono per la prossima generazione, anche se troppo spesso si parla ancora di ore lavorate e cunei fiscali».

Temi che tornano frequentemente sulle prime pagine dei giornali, anche se incidono poco o nulla sul fattore produttività. «Spesso si prende come riferimento la Germania, ma se andiamo a guardare le migliori imprese manifatturiere tedesche e italiane notiamo come i loro valori di produttività siano molto simili. Perciò a fare la differenza sono tutte le altre, che devono saper tenere il passo dei migliori», afferma il professor Augusto Ninni, docente di economia applicata all’università di Parma.

Le cause della bassa crescita della produttività sono molte: la scarsa diffusione dell’innovazione digitale è tra le principali. Dovuta soprattutto alla concentrazione di piccole imprese, che in Italia rappresentano la maggioranza schiacciante del tessuto imprenditoriale, addirittura il 95% del totale e il 29% del nostro Prodotto interno lordo. «La capacità innovativa tradizionale, misurata dall’investimento in ricerca e sviluppo, è minore in Italia rispetto agli altri Paesi e questo è dovuto spesso alla piccola dimensione delle imprese, che spesso si focalizzano su altri aspetti», evidenzia Ninni. «Purtroppo, in Italia le piccole imprese vengono continuamente aiutate dallo Stato, ma sono quelle che rallentano il processo di innovazione perché non riescono e non vogliono adeguarsi agli standard della concorrenza internazionale. Questo è un grave limite per loro: per questo lo Stato dovrebbe incentivare le piccole imprese che crescono o in alternativa le medie e le grandi, che sono quelle realmente efficienti», sottolinea Bartoli.

Altre cause importanti sono «l’inefficienza tanto della pubblica amministrazione quanto della giustizia, sia civile sia penale, e la mancanza di una adeguata formazione digitale da parte di studenti, lavoratori e manager». Un tema, quello della formazione, su cui insiste anche Ninni: «Nulla inciderebbe di più sulla produttività quanto l’investimento in scuola e istruzione, perché serve avvicinare i ragazzi alle lauree scientifiche, come anche richiesto dal mercato». Il dato sull’occupazione dei laureati Stem, che nell’indagine Almalaurea del 2019 raggiungeva quasi il 90%, lo dimostra.

Non è un caso, perciò, se nella classifica del 2019 stilata dalla rivista Forbes, dove venivano indicati i migliori Paesi nei quali investire, l’Italia risultasse trentesima, mentre il resto d’Europa dominava i primi posti, piazzando ben 11 Paesi nei primi 20.

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