Il peso dell’esclusione socialeI fondamentalisti islamici spagnoli non sono gli eredi dell’Eta

Intervista allo scrittore Lorenzo Silva, celebre giallista madrileno esperto di terrorismo, sulle differenze tra l’organizzazione armata basco-nazionalista separatista e l’integralismo violento di al Qaeda e Daesh, che fanno leva sull’emarginazione per fare proseliti, da Madrid a Ceuta, dalla Catalogna all’Andalusia

PAU BARRENA / AFP

Sono giovani, emarginati e spesso molto arrabbiati con il resto della società, che non li riconosce e li taglia fuori da tutto: dall’istruzione migliore ai posti di lavoro più ambiti. Su di loro, in un certo senso, pesano le origini e un razzismo ancora diffuso che li identifica come «mori», in un’accezione negativa.

E così, quando si presentano al colloquio per un impiego, per esempio, la provenienza dei familiari può diventare una zavorra e il fatto di chiamarsi Mohammed e non Juan può precludere una buona carriera e delle opportunità di vita diverse.

La spirale di risentimento inizia così, e per alcuni finisce nel terrorismo.

Sono di origine maghrebina ma sono (anche) spagnoli, perché nati o cresciuti in Spagna. Non tutti, però, li riconoscono come tali, anche se parlano la stessa lingua dei loro coetanei e frequentano gli stessi locali.

L’esclusione sociale che coinvolge gli spagnoli di nuova generazione (le cui origini possono essere marocchine o algerine), può spingere i soggetti più fragili verso una direzione estrema, che li illude e promette loro una specie di riscatto sociale. Perché il terrorismo funziona così: seduce con un linguaggio diretto e altera il significato dei valori di ciascuno.

Con il fondamentalismo islamico, è la fede a essere corrotta e ogni precetto viene trasformato per adattarsi alle necessità più violente. Ma se in Spagna, fino a qualche anno fa, il terrorismo era associato (quasi) unicamente all’Eta, l’organizzazione armata basco-nazionalista separatista, responsabile di centinaia di morti, oggi le autorità del Paese fanno i conti anche con il jihadismo (soprattutto dopo l’attentato di Barcellona, dell’agosto 2017).

Per alcuni giovani di origine maghrebina, l’islam diventa una questione di identità (cosa che non accadeva negli anni Settanta, per esempio) e secondo alcuni studiosi, il jihadismo in Spagna potrebbe aver preso il posto lasciato «vacante» dalle vecchie cellule terroristiche.

Ciò che lo differenzia dall’Eta, sciolta ufficialmente nel 2018, è l’ideologia e alcune caratteristiche. Le minacce di al Qaeda e dello Stato islamico sono globali e in quei casi gli individui puntano a morire in un’azione fanatica.

Una doppia circostanza che con Eta non si registrava. «Sono due cose completamente diverse e lo confermano persone che hanno lavorato nella lotta al terrorismo», spiega lo scrittore Lorenzo Silva, celebre giallista spagnolo, esperto di temi legati all’islam.

Silva, quindi il jihadismo non è la nuova Eta?
No. Eta era un’organizzazione tipica del XX secolo, con radici nel XIX. Il suo immaginario è nazionalista, la sua struttura marxista-leninista, rivoluzionaria e, pertanto, gerarchica e piramidale.

Che cosa intende?
In Eta esisteva un protocollo da rispettare, con una catena di comando molto chiara. C’era una disciplina quasi militare. La jihad è un’altra cosa: è un fenomeno del XXI secolo e presenta altre peculiarità.

Tipo?
È una rete amorfa, non c’è una gerarchia chiara e le ispirazioni sono diverse. Inoltre, gli appartenenti a queste cellule sono diventati autonomi e la polizia, infatti, non riesce a intrappolare l’attivista in una rete. Eta fu neutralizzata completamente grazie all’intervento delle autorità, perché detennero 15 volte i suoi vertici e, alla fine, senza i capi l’organizzazione non funzionava, proprio perché era concepita come una struttura gerarchica. Al Qaeda e Daesh, invece, funzionano perché hanno un sistema a ragnatela e usano molto internet.

Questo fa la differenza?
Sì, anche perché Eta era più prevedibile: una volta che le autorità avevano controllato il protocollo risultava più semplice individuarli. Ora, invece, si può vigilare su un sospettato a lungo, con pedinamenti e controlli: per anni magari non fa niente, poi, all’improvviso, con una cintura esplosiva, compie un attacco. È un terrorismo diverso.

Alla base di Eta e del jihadismo, però, c’è un importante fattore legato all’identità. Questo non può essere considerato un tratto comune?
Eta era però un gruppo di “liberazione nazionale” del XIX-XX secolo. La jihad è, prima di tutto, un movimento internazionale: loro non credono nel comando e crescono uniti nell’islam. Poi approfittano dei fenomeni del XXI secolo, come i social network, per reclutare, radicalizzare i più giovani e distribuire istruzioni. Tutto questo lo fanno pubblicamente, mentre Eta era un’organizzazione clandestina e ai membri veniva dato l’ordine di attaccare in segreto. Daesh lo fa pubblicamente, rivolgendosi potenzialmente a chiunque.

Chi entrava a far parte di Eta lo faceva perché influenzato da spinte separatiste. Una delle ragioni che porta le nuove generazioni nel fondamentalismo islamico è legata all’emarginazione. È così?
Sì, se si fa l’analisi del jihadista medio, in qualsiasi posto d’Europa, si tratta di qualcuno che vive una condizione socio-economica sfavorevole. In Spagna, il fenomeno migratorio massiccio risale agli anni Novanta: questi chavales (ragazzini, ndr), se rimangono nel loro quartiere e il fatto di non trovare lavoro, magari per pregiudizio, è un elemento che genera risentimento, che è uno dei motivi alla base della radicalizzazione. Ed è lì che si forma uno spazio chiuso pericoloso, dove si infilano i predicatori.

Il carcere che ruolo ha?
L’emarginazione, molto spesso, li porta a commettere piccoli reati, come lo spaccio. Dietro le sbarre, possono incontrare jihadisti già detenuti, i quali li avvicinano. Poi subentra l’emulazione e, improvvisamente, un ragazzo che non ha mai letto il Corano, che fuma, che beve e che fa uso di sostanze diventa un fondamentalista islamico. Il carcere è un’esperienza molto deprimente e chi li avvicina sa come offrirgli “un’alternativa”.

Che sarebbe?
Diventare un mujaheddin. I fondamentalisti fanno credere a questi ragazzi che è possibile offrire ad Allah le umiliazioni subite. Le carceri sono i principali luoghi di reclutamento per i jihadisti, in tutte le parti della Spagna. Loro li aspettano lì. La mente dell’attentato della Rambla del 2017 era un marocchino finito dentro per traffico e pare che si fosse radicalizzato proprio in carcere, dove è passato dall’essere un narco a un imam.

Quali sono, secondo lei, i luoghi più a rischio radicalizzazione in Spagna oggi?
Catalogna, dove più che in altri luoghi è visibile “la diversità” ed è più semplice chiuderti nella tua bolla d’aggregazione, creando un pericoloso circolo vizioso, Ceuta, Melilla, l’area metropolitana di Madrid e anche alcune zone dell’Andalusia.

Il passato moresco dell’antica Andalusia musulmana gioca ancora un ruolo nel reclutamento jihadista?
Non tanto, direi che gli viene attribuita un’importanza più poetica. Viene invocato talvolta come elemento simbolico, più che altro.

E il fatto che molti arabi, soprattutto quelli provenienti dai Paesi più ricchi, abbiano comprato possedimenti in Andalusia (magari per le vacanze), costituisce un’influenza particolare?
Credo che la loro influenza sia soltanto economica. A Marbella, per esempio, vanno i sauditi. In questi luoghi portano ricchezza, fanno investimenti immobiliari, comprano auto di lusso, diventano soci di club esclusivi e assumono personale quando vengono. Ma credo che l’ascendente sia solo questo.

Per la traduzione dell’intervista ha collaborato Giulia Di Norcia

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