Le scelte da fareFranceschini nomina Trione alla guida della Scuola dei beni culturali, un esempio per la scuola vera

La ripresa non può che partire da nuovi modelli, intercettando nuovi pubblici. Tentare stancamente di ripristinare lo status quo ante virus sarebbe l’accettazione di una rapida morte, nei musei come tra i banchi

(Foto: Linkiesta)

Il post Covid sta scoperchiando una pentola sul punto di bollire e finalmente si prova a capire che scuola e formazione sono settori prioritari e ineludibili per il Paese. Dagli asili all’alta specializzazione. Ragionando per paradossi, se i musei hanno recuperato appena il 10% del pubblico, si può anche ipotizzare un anno sabbatico per le mostre e scelte drastiche nella programmazione. La scuola, invece, non può restare chiusa poiché gli effetti sarebbero devastanti per le nuove generazioni, altroché portare i ragazzi a vedere mostre e collezioni.

Per un’Azzolina che sonnecchia c’è sempre un Franceschini che qualche soluzione la studia. È di ieri sera la notizia della nomina di Vincenzo Trione alla presidenza della Scuola dei beni e delle attività culturali, incarico quadriennale per chi dovrà stabilire una nuova didattica sulla gestione del nostro patrimonio artistico, una macchina dal freno a mano tirato che dovrebbe offrire molti più posti di lavoro e incentivare il rilancio internazionale di un settore strategico. Prima di Trione, la presidenza spettò a giuristi quali Sabino Cassese e Marco Cammelli.

Critico, curatore, giornalista, saggista, Vincenzo Trione è soprattutto un accademico nella migliore accezione possibile del termine, fermamente convinto che lo studio specialistico sia necessario per occupare ruoli di responsabilità quando si parla di cultura, in un mondo dove sembrano contare altre meriti, con l’inaugurazione chic al centro e l’aula relegata nell’angolo. Preside della Facoltà di Arti e turismo allo Iulm di Milano, Trione testimonia la necessità civica della docenza e se la Scuola seguirà i suoi impulsi e la sua esperienza, allora potrebbe diventare il miglior bacino di reclutamento di una nuova classe dirigente che dovrà gestire musei, biblioteche, archivi. Figure troppo a lungo impolverate nella mentalità da funzionario inamovibile. Sarà difficile estirpare vecchie abitudini, però questa sembra davvero l’ultima chiamata, soprattutto pensando alla digitalizzazione e allo sfruttamento economico di un patrimonio di cui sempre si parla ma sul quale gli interventi decisivi languono.

Ritornando al paradosso iniziale, siamo di fronte a un bivio e a una scelta. O la scuola italiana si riprende attuando scelte coraggiose, anticonservative, immettendo forze fresche e dando vita a un vero e proprio ricambio generazionale a patto si parli di studiosi preparati e al passo con i tempi, oppure questa volta dà il giro.

Riprendendo un’altra notizia di giornata che segna l’impatto devastante della pandemia sui musei italiani (tra quelli riaperti dopo il 18 maggio solo 455mila visitatori contro i 4,5 milioni dello scorso anno significa una perdita colossale), proviamo a pensare che la ripresa non può che partire da nuovi modelli, intercettando nuovi pubblici e creando nuovi specialisti nel campo della comunicazione e della gestione del patrimonio culturale. Tentare stancamente di ripristinare lo status quo ante virus sarebbe l’accettazione di una rapida morte, nel museo come nella scuola.

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