Nuvole di fumoInsieme ai boschi in Sicilia bruciano gli ultimi scampoli di un futuro possibile

Le cause degli incendi sono prevalentemente dolose. Ma il problema è culturale, sociale, economico. «Le cause maturano nella scarsa consapevolezza civica e ambientale anche dei giovani, nelle condizioni di mera sopravvivenza nelle aree interne dove si vive di assistenza pubblica», dice Vincenzo Lo Meo, dirigente del Servizio per il Territorio di Palermo del Dipartimento Regionale per lo Sviluppo Rurale

GIOVANNI ISOLINO / AFP

In una drammatica pira infernale tutto sembra bruciare in terra di Sicilia, esclusa ormai da ogni forma di misericordia. Bruciano i boschi e le campagne a ridosso delle città, ardono i roghi di protesta nell’hotspot dell’isola di Lampedusa ormai allo stremo di ogni residua solidarietà, si infiamma la polemica sul degrado ambientale, sugli ormai incolmabili ritardi infrastrutturali e amministrativi ad ogni livello, sulle tristi movide in cui ogni regola sembra ignorata dal grido di migliaia di giovani locali o turisti che si illudono di essere immortali e rischiano invece di essere portatori di lutti perfino nelle proprie famiglie.

Tra le volute di fumo che avvolgono l’Isola del Sole, la diffusione degli incendi boschivi ha registrato quest’anno un incremento esponenziale, rispetto alla media degli anni precedenti. Come sempre si affastellano ipotesi di ogni genere, impugnate, come spesso accade, quali utili strumenti per il contrasto all’attuale governo regionale presieduto da Nello Musumeci e sostenuto anche dalla Lega di Matteo Salvini, che vi esprime l’assessore alla Cultura.

Si ipotizza il ruolo della criminalità organizzata, si fanno diagnosi sommarie su un elevato numero di piromani che se dovesse essere confermato farebbe della Sicilia il luogo prediletto da Jean Martin Charcot, fondatore della psichiatria moderna nell’Ospedale della Salpetriére a Parigi nel 1862 anche se, bisogna ricordarlo, la prima Real Casa dei Matti fu fondata a Palermo dal barone Pietro Pisani nel 1824, prima istituzione, illuminata per i tempi, sorta allo scopo di dare dignità e cura ai malati di mente.

Stanco di tante ipotesi, talvolta strumentali e generiche, ho fatto mio l’antico detto popolare che indica “nell’andare alla testa dell’acqua” cioè risalire il corso sino alla sorgente, il primo passo per comprendere un fenomeno. Per quanto non mi sia congeniale il genere, ho voluto intervistare, pro veritate, alcuni soggetti competenti, apprendendo molte cose nuove e correggendo alcuni errati convincimenti.

Ho iniziato con il dottor Vincenzo Lo Meo, dirigente del Servizio per il Territorio di Palermo del Dipartimento Regionale per lo Sviluppo Rurale dell’assessorato Agricoltura, Sviluppo Rurale e Pesca Mediterranea della regione Sicilia. Chiedo scusa, mentre riprendo fiato apprendo che si tratta di ciò che ha incorporato quella che un tempo era nota come Azienda delle Foreste Demaniali.

«Le Guardie Forestali?», chiederà il lettore; no, esse dipendono da un assessorato diverso denominato Territorio e Ambiente. «Ma, non sono state accorpate nell’Arma dei Carabinieri?», insisterà l’informato osservatore al di là dello Stretto.

Non in Sicilia, in forza dello Statuto Speciale dell’Autonomia che su questa ed altre materie le conferisce competenza esclusiva (Regio Decreto di Umberto II del 1946, antecedente, quindi, alla Costituzione repubblicana, anche se poi incorporato nella medesima).

Il dottor Lo Meo è una persona professionalmente qualificata, molto cortese e disponibile a rilasciare a Linkiesta un’intervista telefonica pomeridiana durata quasi un’ora e che riassumerò per punti.

Dottor Lo Meo, definito e perimetrato il ruolo da lei ricoperto, cosa può dire in merito a quest’eccezionale e drammatica vicenda siciliana di cui tutto il Paese segue con ansia gli sviluppi?

«Vorrei precisare che il servizio che dirigo ha competenza sugli aspetti gestionali delle aree costituite da sessantamila ettari di bosco demaniale più altri ventimila nei comuni della provincia di Palermo colpita quest’anno nella misura che stimerei dal 30% al 50% in più della media degli anni precedenti. Le risorse umane di cui dispone sono costituite, oltre agli impiegati amministrativi, da operai dipendenti a tempo indeterminato e da turnisti a cui sono assicurate per fascia 151 giornate lavorative, altri 101, altri 78. Attesi i compiti gestionali, essi curano gli interventi ordinari per realizzare barriere tagliafuoco, vigilare dalle residue torrette di avvistamento poste sulle alture, intervenire in supporto ad altre forze nel corso degli eventi incendiari. Nonostante una legge regionale del 1996 ne prevedesse l’impiego sino all’età massima di cinquant’anni, a seguito di un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale che ha mantenuto il precedente limite di sessantasette anni, l’età media è molto elevata con le comprensibili conseguenze sulle prestazioni fisiche e manuali; inoltre, molti di essi beneficiano della Legge 104/92 in favore dei portatori di handicap. Se a ciò si aggiunge che l’emergenza sanitaria, soprattutto nella fase del lockdown, ha impedito i canonici interventi primaverili sul campo, si comprende come l’attività di presidio ne abbia risentito in modo determinante».

Si affastellano tante ipotesi su mandanti ed esecutori. Quali sono, a suo avviso, le cause esterne che quest’anno possono essere considerate all’origine di tale abnorme incremento degli incendi?

«Al riguardo ho letto e sentito molte sciocchezze circa il ruolo della mafia, la speculazione successiva sui terreni arsi, l’interesse degli operai forestali all’incremento delle ore assegnate che sono invece fissate e immodificabili. Se dovessi percentualizzare, ascriverei il 75% al dolo, il 15% a colpa (bruciatura non a norma di stoppie, interventi nei fondi privati obbligatori ma non eseguiti, ecc), il 10% a incidenti causati da sbadataggine da parte di automobilisti ed escursionisti. Quanto al dolo, che certamente è la causa più rilevante, non mi sento di individuare una regia preordinata. Vorrei ricordare che con legge regionale del 2000, poi divenuta testo unico nel 2015, sui terreni oggetto di incendio è inibita ogni attività per cinque anni e il pascolo per dieci. E, ovviamente, nessun incendio può indebolire le tutele giuridiche delle riserve naturali che restano immutate».

Allora, da cosa nasce una tale impressionante e ricorrente attività dolosa?

«Al riguardo, mi sento di poter individuare tre principali raggruppamenti di potenziali colpevoli: l’incendio rotativo di terreni destinati a pascolo e sfuggito al controllo, i piromani di ogni età che pure esistono e che provano soddisfazione patologica nel provocare e assistere al rogo, eventuali ritorsioni e risentimenti all’interno delle squadre degli operai, spesso originate da futili motivi, dal convincimento di aver subito dei torti o da contenziosi in corso con l’Amministrazione o con l’Inps, che trovano nell’appiccare l’incendio un’improduttiva, quanto drammatica forma di rivalsa verso colleghi, superiori, istituzioni. Pensi che solo quest’anno l’Ente di Previdenza ha inviato oltre cinquemila lettere per chiedere la restituzione di compensi o indennità erogate per errore o percepite indebitamente. In Sicilia ne basterebbero anche meno per alimentare il sentimento di frustrazione. Va considerato, inoltre, con attenzione il livello di istruzione e di sentimento collettivo di alcuni addetti non sempre consapevoli del valore del gesto che si commette a danno dell’interesse di tutti. Ovviamente, si possono attendere molti mesi e perpetrare tali crimini quando si prevedono venti di scirocco che propizieranno il disastro».

Visto quanto da lei affermato e tenuto conto che soltanto qualche piromane di cui poi sono state accertate le condizioni mentali è stato individuato e arrestato negli anni recenti, non resta allora che la prevenzione. Qualcuno ha parlato dell’impiego permanente di droni per un monitoraggio continuo. Di quali strumenti disponete?

«Pochi, purtroppo, tenuto conto dell’ampiezza del territorio da presidiare e del fisiologico ridursi del numero di Guardie Forestali che hanno anche la qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria con porto dell’arma di ordinanza. Sono solo duecento in tutta la Sicilia (superficie totale 2.171.100 ettari, ndr). Il bando per assumerne di nuove dovrebbe essere emanato a breve a cura del competente assessorato Territorio e Ambiente. Noi intanto possiamo potenziare la vigilanza mediante le torrette di osservazione, il pattugliamento con gli operai a tempo indeterminato e gli interventi di prevenzione “passiva” quali le barriere tagliafuoco già citate. D’altra parte si tratta di fenomeni prettamente estivi ed una buona e intensa prevenzione sui terreni in primavera dovrebbe essere sufficiente. Quanto ai droni, ne escluderei l’utilizzo permanente mentre ne ho molto apprezzato il ruolo durante gli eventi, per coordinare il lavoro delle squadre a terra con i lanci aerei».

Dobbiamo aspettarci roghi di tale portata anche in futuro?

«Sarò molto franco. Il problema è culturale, sociale ed economico. Le cause maturano nella scarsa consapevolezza civica e ambientale anche dei giovani, nelle condizioni di mera sopravvivenza nelle aree interne dove si vive di assistenza pubblica, in abitudini rurali ancestrali che ancora permangono. Sino a quando i boschi non saranno percepiti come possibile fonte di reddito e non di assistenzialismo e non si comprenderà che una risorsa naturale nel proprio territorio può essere una miniera d’oro per piccole imprese locali impegnate nella tutela, nel turismo alternativo e destagionalizzato, nella sperimentazione silvo/pastorale, queste aree saranno percepite solo da pochi come un patrimonio ereditato e su cui investire. È accaduto con le prime riserve marine, prima osteggiate dai pescatori e poi comprese e condivise nell’ottica di uno sviluppo sostenibile e compatibile ma non per questo meno remunerativo. Ovviamente anche il legislatore regionale dovrà fare la propria parte in tale prospettiva che, mi creda, in certe zone della Sicilia ancora non si contempla».

Qui si conclude l’intervista al Dirigente Regionale Vincenzo Lo Meo, che ringraziamo.

Roma locuta, causa finita, recita il brocardo latino tratto dai “Sermones” di Agostino d’Ippona, a significare che l’intervento dell’Autorità esaurisce il tema, una sorta di cassazione. Niente affatto.

Ho voluto sentire il parere dell’agronomo Aurelio Scavone, tra i fondatori del movimento Città per l’Uomo promosso da P. Francesco Paolo Rizzo s.J, Nino Alongi e Giorgio Gabrielli, protagonisti della Primavera di Palermo negli anni ’80. Produttore e coltivatore da generazioni, Scavone è molto noto in Sicilia per l’impegno profuso lungo decenni in molte ed equilibrate battaglie ambientali condotte sul campo, nelle Istituzioni locali di cui è stato componente e nell’ordine professionale che ha presieduto per molti anni. Ad Aurelio do del tu. Ci conosciamo da cinquant’anni.

Aurelio, esiste una regia degli incendi di questi anni?

«Premetto che il fenomeno in Sicilia ha le radici nelle scelte politiche fatte in passato e rimaste immutate fino ad oggi. L’incendio è un fatto politico, favorito certamente in anni recenti dagli effetti del cambiamento climatico in ogni parte del mondo, dal lockdown di quest’anno che è diventato però anche un alibi per lavori di prevenzione non eseguiti. In campagna infatti nessun vincolo o divieto era presente per la cura del fondo privato e, visti gli spazi e le caratteristiche del lavoro, ciò sarebbe dovuto valere anche per gli interventi pubblici. Il tema in realtà è collegato a dinamiche di consenso elettorale e di clientele di ogni genere che hanno attraversato amministrazioni regionali e locali di ogni colore politico. Circa mandanti ed esecutori degli incendi, io credo si possa parlare di un pensiero dominante unico e di regie locali. Sugli operai forestali si sono costruiti imperi politici immensi ancor prima dell’assessore e poi presidente Salvatore Cuffaro, incontrastato dominus del settore per decenni. Nonostante ogni apparente modernizzazione, i siciliani hanno sempre avuto un rapporto inestricabile e complesso con la terra, sia sul piano simbolico che su quello pratico e politico. Molto più che con il mare a cui spesso hanno voltato le spalle; per non parlare delle aree interne, un pianeta essenzialmente rurale ed agro pastorale che ha generato una grande letteratura. Un rapporto di amore odio, gratitudine e rivalsa, sacralità e risentimento che andrebbe indagato con molta attenzione e con competenze diverse dalle mie».

Cosa intendi per pensiero dominante unico e regie locali?

«Penso innanzitutto ad un rapporto predatorio nei confronti di ciò che non è di mia proprietà. Se qualcosa è pubblico, non è di tutti, bensì di nessuno. Vale per il territorio, vale per i comportamenti sociali ed imprenditoriali ed è figlio di un individualismo sconosciuto in Emilia Romagna o in Veneto, di cultura originaria ugualmente rurale ma terre di cooperative. Il discorso si farebbe lungo. A questo pensiero unico si collegano regie locali cioè interessi speculativi di piccolo o grande cabotaggio che sui terreni bruciati concepiscono due tipi di progetto: la dimostrazione che lo Stato, o la Regione, sono impotenti e inaffidabili rispetto a protettorati locali che spesso sostengono i politici in cambio di ritorni non indifferenti sul piano dell’assistenzialismo o dei finanziamenti europei; si tratta di collusioni e interdipendenze ormai accertate, dove possibile perseguite dai magistrati siciliani; e non vale solo per l’agricoltura. L’ulteriore espressione di tali regie locali si manifesta trovando breccia nella debolezza dell’impianto legislativo regionale e nella conseguente burocrazia: è vero infatti che per anni i terreni bruciati non sono utilizzabili ma, chi accerta il dies a quo, cioè la data dell’incendio più recente? Chi ha mai controllato se il tale impianto, se non addirittura la tale lottizzazione, è sorta su un terreno andato a fuoco otto o nove anni fa? Viviamo in una terra che ha ancora gli scheletri delle villette di Pizzo Sella aggrappati ai fianchi di una montagna arsa chissà quante volte in passato. Sulla “collina del disonore” furono rilasciate nel 1978 trecentoquattordici licenze alla società Sicilcalce Spa facente capo ad Andrea Notaro, cognato del boss Michele Greco. Fu ceduto poi alla Calcestruzzi di Gardini e Ferruzzi con il noto seguito di confische. I proprietari hanno ancora oggi in corso un contenzioso infinito, sostenendo di avere acquistato “in buona fede”. Molte ville sono state completate e abitate. O abbiamo dimenticato cosa ruotava intorno al Parco dei Nebrodi, mai oggetto di incendi significativi e all’attentato al suo ex presidente Giuseppe Antoci su cui ancora si dibatte anche in Commissione regionale antimafia? Molti degli incendi si verificano in comuni che non hanno un Piano Regolatore oppure il medesimo giace ancora presso l’Amministrazione regionale per la definitiva approvazione. Intanto? Tu costruisci e futtitinni, per citare una frase celebre del film “Baaria” di Giuseppe Tornatore. Se ciò è possibile per realizzazione ampiamente visibili, figurati per micro realizzazioni agricole o “agroturistiche” su terreno privato o in concessioni pubbliche di novantanove anni».

Temevo questa tua lunga analisi, ma avendoti sollecitato non posso bloccarti anche se devo. Cosa si può fare subito?

«Non chiudere gli occhi e vigilare, anche come società civile. Pensa che l’incendio del Bosco della Moarda sopra il paese di Altofonte, alle porte di Palermo, è stato appiccato da ben cinque inneschi diversi e distanziati. Tutti piromani? Certamente vanno incrementati i controlli amministrativi e sul campo, ma a tappeto e non solo a chi si sa aver commesso piccoli e poco significativi reati. Adempimenti poco incidenti ma che fanno “statistica” da esibire quando serve. Certamente vanno utilizzate le torrette sin dalla primavera e assunte le Guardie Forestali. Ma altrettanto convintamente vanno utilizzati i droni per il controllo, non di singoli e improbabili focolai invernali, ma delle manomissioni del territorio, delle cave abusive, del riuso di quelle regolari ma abbandonate, dei fenomeni di dissesto idrogeologico. A proposito, sapevi che molti insegnamenti fondamentali nella Facoltà di Agraria sono stati aboliti? Erano quelli che davano anima a questa professione. Hanno fatto la fine dell’Estimo negli Istituti commerciali. E, da ultimo, assegnare ampie porzioni di Demanio, unitamente alle risorse umane e finanziarie corrispondenti finora accentrate presso la Regione, ai Comuni, rendendoli responsabili dello sviluppo e della tutela. Rivedere il ruolo dei Consorzi andando oltre la gestione dell’acqua e ridisegnandone competenze, organici, interventi e risultati. Insomma, facendo Politica dell’Ambiente e non, nella migliore delle ipotesi, mera gestione amministrativa del medesimo».

Grazie. L’intervista si conclude qui. Le “campane” le abbiamo sentite. Speriamo che quelle reali non suonino di nuovo, insieme alle sirene dei Vigili del Fuoco, per segnalare l’evacuazione di una Sicilia che, intanto, già si spopola di suo.

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