Effetti collateraliSe il Regno Unito non rispetterà l’accordo con l’Ue, la Spagna potrebbe riprendersi Gibilterra?

Londra e Madrid hanno firmato un memorandum d’intesa sul territorio britannico d’oltremare nella penisola iberica. Il patto scadrà col periodo di transizione post Brexit. È più facile da prorogare, ma la violazione del Withdrawal agreement da parte del governo Johnson potrebbe creare un pericoloso precedente

Afp

Il mondo antico si esauriva qui, sullo stretto di Gibilterra. Cosa aspetta questo strapuntino del (fu) impero britannico dopo le colonne d’Ercole della Brexit? Mentre a Bruxelles procedono a mano armata – diplomaticamente parlando – le trattative con la delegazione inglese, per via dell’ennesima giravolta di Boris Johnson, un altro fronte del duello con l’Unione Europea si apre all’estremità del continente. Come un’Irlanda del Nord sul Mediterraneo.  

Appena sei chilometri quadrati di estensione, ma con un aeroporto, e 32 mila abitanti, la Rocca sorveglia uno dei bracci di mare più trafficati al mondo. Per via della posizione strategica, da secoli è contesa da due potenze: la Spagna, che la considera l’«ultima colonia» su suolo europeo, nonché un’enclave dentro l’Andalusia, e la Gran Bretagna, orgogliosa di uno dei 14 territori d’oltremare (come le Falkland). 

Venne occupata nel 1704 da una flotta anglo-olandese durante quella che per l’epoca era una guerra mondiale in piena regola. Da allora, la bandiera di Sua Maestà non è stata più ammainata. Nel trattato di Utrecht che sancì la pace nel 1713, Gibilterra venne ceduta «para siempre» (letterale) alla corona inglese. I suoi cittadini, oggi, hanno passaporto British: c’è un Parlamento, ma il governatore è stabilito da Londra. 

Nel 1967 e nel 2002, due referendum hanno respinto una gestione condivisa con Madrid, ribadendo la fedeltà a Elisabetta II con percentuali plebiscitarie: il 99,64% nel primo caso, il 98,97% agli inizi di questo millennio. Nel 2016, però, Gibilterra ha votato in aperta controtendenza alla madrepatria sull’addio all’Ue: con cifre simili, il «Remain» ha stravinto, al 95.9%. E questo dato ci traghetta al presente. 

A fine anno, infatti, scade l’«anno di transizione» post-Brexit, cioè la proroga del vecchio regime. In teoria, i rapporti futuri erano scritti nel patto di recesso che Johnson era riuscito a far digerire a Westminster: lo stesso testo – con valore legale – che sta de facto violando col disegno di legge sul mercato interno. Il primo ministro sta alzando la posta sull’accordo commerciale con l’Ue, ma lo stallo rischia di sacrificare la libertà di movimento. 

Senza un lieto fine nei bilaterali, un altro confine potrebbe diventare incandescente oltre a quello fra le due Irlande. A ricomparire sulla mappa sarebbe la frontiera fra Gibilterra e la Spagna: varcata ogni giorno da 15 mila transfrontalieri (10 mila dei quali iberici) e vitale al turismo quanto all’economia della piana costiera, portuale ma anche basata sui servizi. Da qui la proposta, ad alto tasso politico, di Madrid: l’ingresso nell’area Schengen. 

Beneficiano di Schengen anche quattro nazioni fuori dall’Unione (Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein), ma anche quand’era membro il Regno Unito l’ha sempre avversata. Il 10 settembre, in occasione del Gibraltar National Day, Johnson ha dedicato metà del discorso al futuro: «Siete parte integrante della famiglia britannica – ha scandito –. A meno che e finché non deciderete altrimenti, nemmeno un frammento di sovranità verrà ceduto». 

 

Ma la Spagna è un vicino ingombrante. Se il Regno Unito non rispetta i patti, perché dovrebbe farlo Madrid? L’infrazione di Londra, tra l’altro, ha riportato a galla i malumori di frange Tories: almeno 30 deputati sarebbero pronti alla ribellione, scrive il Times. Non si addice alla più antica delle democrazie, né all’orgoglio British, disattendere le promesse. 

Ieri, in aula, il premier ha detto che nessun primo ministro accetterebbe il Withdrawal Agreement. Memoria corta: lui l’ha fatto, negoziando un nuovo testo e votandolo nell’autunno del 2019. Alla lista dei dissidenti, al momento del voto, s’è aggiunto uno del calibro di Sajid Javid, l’ex cancelliere (ministro delle finanze) silurato da Boris a febbraio. 

Ma lasciamo Londra e i rituali parlamentari, torniamo alle pendici della Rocca. Ros Astengo è una giornalista storica della Gibraltar Broadcasting Corporation. Le tensioni di Bruxelles riverbereranno fino allo stretto? «Senza dubbio», risponde. Il governo ha ribadito a più riprese che considererebbe il «no deal» come il peggiore dei finali. 

«Il problema per Gibilterra – puntualizza Astengo – è che confina geograficamente con uno Stato membro dell’Ue, la Spagna. Non è un segreto che ci sia stata grandissima tensione su quella frontiera nel corso degli anni, ma sembra esserci volontà da entrambe le parti, Gibilterra e Spagna, di trovare una soluzione per un confine fluido, a prescindere da ciò che succede fra Regno Unito ed Ue». 

C’è già stato uno «storico bilaterale» fra le controparti, ma il primo ministro locale Fabian Picardo ha messo in chiaro di non essere disposto a rinunciare a sovranità o giurisdizione; a quel punto, meglio abbandonare i colloqui. La reporter aiuta a leggere il dato referendario del 2016 nella giusta luce: «Semmai, ha rafforzato la relazione fra Gibilterra e il Regno Unito», spiega Astengo. 

«Downing Street ha sempre saputo che le ragioni del voto non hanno niente a che fare con solido desiderio di restare parte della famiglia inglese – chiarisce la cronista –. Il Regno Unito ha sancito nell’accordo di recesso della Brexit l’impegno a negoziare un rapporto con l’Ue che includa Gibilterra, nonostante la forte opposizione della Spagna». Insomma, non è reciso il cordone ombelicale con la madrepatria. Anzi. 

«È importante ricordare che il confine con la Spagna è già uno hard border – conclude Astengo –. La Rocca non è parte di Schengen: quindi passaporti o documenti di identità sono da sempre stati esibiti alla frontiera. L’ipotesi di entrare nell’area Schengen o nell’unione doganale sono al vaglio del governo, ma le discussioni sono ancora in corso».  

Quanto al sentimento della gente, non diversamente dalla madrepatria, i cittadini accusano «Brexit fatigue». Tradotto: dopo anni di liti e sovraesposizione mediatica, i gibilterrini sono stufi. Guardano con apprensione il braccio di ferro a Bruxelles. Con i due giganti, c’è il rischio di ignorare la voce dei diretti interessati. «È difficile stabilire quale scenario preferirebbero – conclude la giornalista –, ma direi: qualsiasi risultato che funzioni meglio per Gibilterra». 

In una parola: pragmatismo. Un paracadute c’è. Regno Unito e Spagna hanno firmato un memorandum d’intesa sulla cooperazione con Gibilterra. Scadrà insieme al periodo di transizione, ma è più facile da prorogare. 

Secondo la credenza popolare, finché i macachi abiteranno la cordigliera che sovrasta la penisola, sarà saldo il dominio britannico. Non a caso, nel 1942 Winston Churchill ordinò di rinfoltire la colonia, con esemplari da Marocco e Algeria. Cosa si inventerà stavolta Boris? La distanza fra l’attuale inquilino di Downing Street e il suo idolo Winston è verticale come i 426 metri d’altitudine della Rocca di Gibilterra. Ma le scimmie sono ancora là. 

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