Sorso amaroLa crisi del mondo dei liquori made in Italy

Prima il lockdown e le esportazioni a singhiozzo, poi le limitazioni ai locali: gli imprenditori del settore parlano di un 2020 con perdite intorno al 50 per cento. La presidente di Confindustria spirits: «È come se avessimo cancellato tutti i passi avanti fatti in questi anni»

Afp

Un terzo di vermut, un terzo di bitter e un terzo di gin: è questa la ricetta del Negroni, il cocktail italiano più famoso all’estero. Per non parlare dello Spritz, l’aperitivo che dal Veneto ha fatto il giro del pianeta. Poi ci sono gli amari, le grappe, il limoncello e la sambuca. I liquori rappresentano un’eccellenza del made in Italy. Hanno lanciato mode. Iconici e riconoscibili, citati nei film e presenti sul menù dei ristoranti di mezzo mondo, oggi rischiano di pagare un conto salatissimo a causa del Covid.

Prima il lockdown e le esportazioni a singhiozzo, poi le limitazioni ai locali. Gli imprenditori del settore non nascondono le preoccupazioni per un anno nero: nel 2020 si stimano perdite intorno al 50 per cento, un giro d’affari che crolla.

Nell’estate appena trascorsa, quella dei focolai in Costa Smeralda e delle discoteche chiuse dal governo dopo Ferragosto, i drink sono diventati sinonimo di assembramento. Simboli di una spensieratezza che eliminava distanziamento e precauzioni.

«La gente aveva voglia di uscire, ma non è giusto criminalizzare chi beve un cocktail. Se la movida fosse stata controllata meglio ne avremmo beneficiato tutti. Non c’erano troppi spritz, c’erano pochi controlli. Da parte delle istituzioni è mancato un sistema preventivo serio sulle riaperture». Micaela Pallini è la presidente del gruppo spiriti di Federvini, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di alcolici, ma è anche la titolare dell’omonima azienda romana fondata nel 1875, famosa per il mistrà, gli sciroppi e la sambuca.

Parlando del suo marchio, Pallini spiega a Linkiesta una delle facce della crisi: «Noi siamo leader mondiali del limoncello nei duty free. In tutti gli aeroporti del mondo e sulle navi da crociera c’è il nostro liquore. Ma quest’anno il settore del duty free è completamente morto. Dicono che il mercato potrebbe tornare ai livelli pre-Covid nel 2023-2024. Non sappiamo cosa ci aspetta. Dopo tutti i soldi investiti in questi anni, è come se avessimo gettato un patrimonio alle ortiche».

Il Covid ha dato un colpo pesante a un settore in ascesa. La cosiddetta Spritz economy vale 4,3 miliardi di euro per le aziende del nostro Paese, secondo i dati dell’Osservatorio Wine e Spirits di Federvini. Le esportazioni sono cresciute del 7,4 per cento negli ultimi dieci anni e il settore è stato trainato dalla moda dell’aperitivo, diventata globale. Gli Stati Uniti sono il primo mercato di riferimento.

Tra le 300 aziende italiane del settore ci sono colossi quotati in Borsa come Campari, che monopolizzano le bevute in tutto il mondo. La maggior parte però, l’80 per cento, sono piccole e medie distillerie legate al territorio, con tradizioni familiari e lavorazioni artigianali tramandate nel corso dei secoli.

«In questo periodo ci ha danneggiato la mancanza del turismo, che per noi è fondamentale. I viaggiatori russi e americani sono grandi consumatori, spendono e bevono prodotti di fascia alta». Le città d’arte sono rimaste a secco. «Il nostro settore – continua Pallini – ha bisogno del consumo fuori casa perché solo così si conoscono i prodotti e si diffondono le mode».

Si beve al ristorante e in hotel, al bar e nei locali. I produttori lo sanno bene: il 50 per cento delle vendite arriva da lì. Un consumo sociale, a differenza dei paesi del Nord Europa dove si beve di più a casa.

Il Covid ha messo in ginocchio gli esercenti, quelli che comprano gli stock di bottiglie. «Questa pandemia è stata un bagno di sangue per tutti e il nostro ragionamento è stato: se i nostri clienti spariscono, poi spariremo anche noi», racconta a Linkiesta Marco Ferrari, amministratore delegato del Gruppo Montenegro, che produce l’omonimo Amaro, ma anche il Vecchia Romagna, lo spritz veneziano Select e altri marchi distribuiti in settanta Paesi del mondo.

«Abbiamo pensato a misure per andare incontro alla ristorazione e ai locali, quindi più flessibilità sui termini di pagamento, dilazioni e riduzione degli ordini minimi. Le faccio un esempio: se prima un cliente ordinava una cassa intera per ogni prodotto, ora è possibile prendere casse miste con una o due bottiglie per ogni tipologia».

Oltre 130 anni di storia, 340 dipendenti e un fatturato da 258 milioni nel 2019, l’Amaro Montenegro ha resistito alla tempesta. Come nei suoi celebri spot televisivi. Negli Stati Uniti e in Australia, ma anche in Europa, i clienti sono tornati a consumare. E l’estate ha portato risultati meno negativi rispetto alle aspettative. «Le aziende del settore – riflette Ferrari – hanno retto perché sono sane, hanno i “muscoli”, ma ci preoccupa l’impatto sul lungo periodo. Se ci fossero altre chiusure, il Covid darebbe il colpo di grazia anche agli operatori più solidi nel mondo dell’ho.re.ca. (ristorazione, hotel e bar)».

La presidente di Confindustria spirits Pallini non ha dubbi: «Rischiamo di perdere pezzi, parliamo di imprese che potrebbero non superare la crisi». Presto la liquidità potrebbe diventare un problema. In molti hanno dovuto ridimensionarsi, tagliare collaboratori ed eventi, rinunciare agli investimenti in comunicazione. «È come se avessimo cancellato tutti i passi avanti fatti in questi anni».

Le richieste di aiuto al governo, finora, sono rimaste inascoltate: «Avevamo chiesto il rinvio dei pagamenti, ma nulla di fatto». Nessun segnale nemmeno alla proposta di abolire il contrassegno fiscale di Stato, quello applicato sulle bottiglie per garantire il pagamento dell’accisa e la tracciabilità del prodotto. Micaela Pallini non ci gira intorno: «Il contrassegno è una complicazione burocratica da eliminare, una modalità che risale quasi a un secolo fa, ormai superata grazie ai controlli telematici. Ma alla fine dei conti, nessuno mette mano alla vera semplificazione amministrativa. Forse perché, chi dovrebbe farlo, non conosce nemmeno il funzionamento di queste dinamiche». L’amaro è servito.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta