La crisi del lavoroIl grande baratro dei precari: oltre un milione di contratti a tempo in meno

Secondo la nota trimestrale congiunta di Istat, ministero del Lavoro, Inps, Anpal e Inail, soffrono soprattutto i contratti a termine, in somministrazione e a chiamata di breve e brevissima durata. Tra i giovani, persi oltre 400mila occupati

(Photo by Vincenzo PINTO / AFP)

I dati sulla situazione del mercato del lavoro italiano continuano a confermarlo: a pagare il prezzo più alto della crisi legata alla pandemia sono stati i giovani e quelli con i contratti meno tutelati. Nel giorno della mobilitazione dei sindacati nelle piazze, a certificarlo è la nota trimestrale congiunta di Istat, ministero del Lavoro, Inps, Anpal e Inail: il segno meno riguarda soprattutto le posizioni lavorative a tempo determinato, i contratti in somministrazione e a chiamata di breve durata. Che in totale sono 1 milione 112mila in meno nel confronto con l’anno prima.

Con il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione che hanno “congelato” i contratti stabili, il grosso della crisi si è riversato su chi stabile non è. E il mix con i vincoli del decreto dignità, ha portato a riversare i risparmi delle aziende sul costo del personale interamente su questo bacino.

La dinamica delle posizioni a tempo determinato «risulta fortemente negativa» soprattutto a causa dell’impatto dell’emergenza Covid sui contratti di breve e brevissima durata, si spiega nella nota congiunta.

Nel secondo trimestre, oltre un quarto delle posizioni lavorative attivate prevedeva una durata fino a 30 giorni (il 3,8% un solo giorno), il 39,3% da due a sei mesi e solo lo 0,5% superiore all’anno. A diminuire sono stati soprattutto i contratti brevissimi, concentrati in quei settori che più hanno risentito del lockdown. A partire dalle attività cinematografiche, televisive ed editoriali, dove le assunzioni con durata di un solo giorno incidono per il 46,2 per cento. Stesso scenario negli alberghi e nella ristorazione, dove l’incidenza dei contratti a un giorno è scesa in un anno dal 23,8 al 5 per cento.

I più colpiti i lavoratori a chiamata e in somministrazione. «Nel secondo trimestre dell’anno, queste figure hanno risentito più di altre degli effetti dell’emergenza sanitaria», spiega la nota. I lavoratori a chiamata sono 164mila in meno rispetto allo scorso anno (-59,6%). E chi ha lavorato, lo ha fatto in media solo per 9,7 giornate retribuite al mese. I somministrati calano del 19 per cento, scendendo a 313mila unità.

Crollano i contratti a termine, scesi di 383mila unità in tre mesi, pari a 737mila in meno nei primi sei mesi dell’anno. Mentre rallentano sia i contratti a tempo indeterminato sia le trasformazioni verso contratti stabili. Continuano a calare gli autonomi: -101mila nel trimestre, -219mila in un anno. Dati confermati anche dal Tesoro, che nel secondo trimestre ha registrato un calo del 30,7% nella apertura di nuove partite Iva rispetto allo scorso anno.

Quello che soffre più di tutti, come prevedibile, è il settore dei servizi, dove si contano 462mila occupati in meno rispetto ai tre mesi precedenti. Nell’industria il calo è stato di 35mila unità, nelle costruzioni di 7mila.

Analizzando la dinamica delle posizioni lavorative a partire dai flussi giornalieri delle comunicazioni obbligatorie del 2020, dall’inizio del lockdown a marzo la nota registra una progressiva perdita di posizioni lavorative che al 30 giugno arriva a circa -578 mila posizioni, di cui -424 mila a termine. Per un totale di 1 milione 567 mila attivazioni di lavoro in meno.

Entrando nel dettaglio dei dati, si vede che – a distanza di 12 mesi – diminuisce la permanenza nell’occupazione soprattutto per i giovani di 15-34 anni. E tra i dipendenti a termine l’alta uscita dall’occupazione (-8,1 punti) si associa all’aumento verso la disoccupazione (+1,5 punti) e soprattutto verso l’inattività (+6,6 punti). Sotto i 35 anni nel secondo trimestre si contano 271mila occupati in meno (-416mila in un anno). Tra i 35 e i 49 anni in tre mesi si sono persi 191mila posti di lavoro (424mila in un anno). Restano stabili invece gli occupati over 50.

Unico dato positivo è che, per effetto del bonus baby sitter introdotto da marzo in poi, sono aumentati i lavoratori pagati con il “Libretto famiglia”, crescendo dai 60mila circa di marzo ai 185mila di giugno.

Mentre le Ula, unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (che indicano la quantità di lavoro prestato nell’anno da un occupato), subiscono una «eccezionale diminuzione» sia nel trimestre (-11,8%) sia su base annua (-17%). A conti fatti, gli occupati sono 841mila in meno in un anno. Calano anche i disoccupati in cerca di lavoro (-647mila), ma si contano 1 milione 310mila inattivi in più rispetto allo scorso anno. Il tasso di occupazione perde un altro 1,2% nei tre mesi, toccando il 57,6%: il valore più basso dal 2016.

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