Carburante per il populismo Con il coronavirus il mondo del lavoro è sempre più polarizzato

La crescita della disuguaglianza sta colpendo la nostra società e diventa sempre più evidente man mano che gli istituti di statistica catturano i dati economici di questo 2020

Pixabay

È un grande classico dei periodi di crisi economica, dalla Grande Depressione degli anni ‘30 alla recessione del 2008-09, un effetto diretto cui non si sfugge, neanche ora che viviamo quella peggiore dal 1945. La crescita della disuguaglianza che accompagna fatalmente queste fasi sta colpendo la nostra società e diventa sempre più evidente man mano che a fatica – vista l’eccezionalità di quanto è accaduto – gli istituti di statistica catturano i dati economici di questo 2020. In Italia questa disuguaglianza riguarda direttamente, oggi ma non solo, la possibilità di un posto di lavoro.

C’è un dato che rende tutto più evidente relativo alle transizioni lavorative delle varie categorie della popolazione attiva italiana, cioè quelle composte da chi un lavoro ce l’ha o lo sta cercando. Nel secondo trimestre del 2020 che include tutto il lockdown, diminuisce la percentuale degli occupati rimasti con un lavoro negli ultimi 12 mesi: dal 93,12% e 93,44% dei due precedenti trimestri si scende al 91,11%, non troppo distante dal 91,76% del terzo trimestre del 2013, il momento più basso della crisi del 2011-2013. Cresce invece in modo ancora più netto la proporzione di coloro che passano all’inattività: il 6,78%, un valore record.

Dati Istat

 

Siamo quindi di fronte a un forte deterioramento della situazione occupazionale che a differenza di quanto accaduto nel 2008-13 colpisce di più le donne. Non è questa però la disuguaglianza più rilevante, che invece ora si trova nella polarizzazione. Basti pensare che solo metà di chi nel secondo trimestre 2019 era occupato a termine oggi si trova nella stessa situazione.

Il fatto singolare è che per ora non crolla la percentuale di quanti sono passati dal contratto a termine a quello indeterminato, che erano a inizio estate il 23,2%. poco meno che nei precedenti trimestri, ma decisamente di più del 19,8% nel 2013 . Decolla poi al 16,8% – il 19,2% tra le donne (percentuale mai toccata prima) – la porzione di chi passa all’inattività.

Dati Istat

La crisi non si è tradotta tanto in un blocco delle assunzioni quanto nell’interruzione dei contratti ritenuti non necessari o non sostenibili. Più che negli anni precedenti, oggi molti lavoratori precari italiani si sono trovati davanti a un bivio polarizzante: l’assunzione permanente o la fine del lavoro.

Tanto per capirci, tra il 2016 e il 2019, dopo le decontribuzioni dei contratti permanenti e prima del Decreto Dignità, la percentuale di quanti godevano della trasformazione del proprio contratto a termine era molto più bassa di quella attuale: meno del 20%, a volte inferiore al 15%.

Dati Istat

Questo ci dice che potrebbe essere vero quanto viene sostenuto da molti analisti, e di cui si è discusso anche sul New York Times, cioè che vi è un gap che si allarga tra coloro che hanno competenze, acquisite negli studi e adatte a trovare lavori sempre meglio pagati e coloro che non ne hanno e che non hanno saputo procurarsi le sempre più numerose skill necessarie, rimanendo discriminati con posti sempre più superflui e pagati sempre meno in termini reali. In Italia questi ultimi, dominanti a livello numerico, finiscono nel mare magnum dell’inattività.

Un fenomeno simile a quello che si osserva tra chi lavora a termine è evidente anche tra i disoccupati. L’Italia è da sempre il paese della disoccupazione di lungo termine ma sono pochi, decisamente meno di un tempo, coloro i quali a fine giugno erano nella stessa situazione di un anno prima: il 24,8%. Viceversa sono rimasti stabili o in discesa molto limitata, quelli che sono passati dalla disoccupazione all’occupazione, (il 22,4%), più di quanto accadeva per esempio tra 2013 e 2014.

Dati Istat

E coloro che erano già inattivi? Il loro numero continua a crescere, come quello di chi diventa disoccupato, mentre diminuisce la percentuale di chi trova un lavoro.

Dati Istat

I prossimi mesi, compatibilmente con l’evoluzione della situazione sanitaria, ci diranno se questi dati dipendano dall’eccezionalità che stiamo attraversando o se derivino da qualcosa di più profondo e strutturale, come dicono gli economisti.

Il pericolo è che vi sia una accelerazione di un trend consolidato: quello alla polarizzazione (o apartheid, come possiamo chiamarla in modo più pop) nel mondo del lavoro. Con una maggioranza senza gli strumenti per resistere alle tempeste economiche e che rimangono sospesi tra la disoccupazione, l’inattività, e quando c’è bonaccia, un contratto a termine, e una minoranza sempre più avvantaggiata, che non teme neanche il Covid.

Come è stato sottolineato Oltreoceano le conseguenze di questa situazione non sarebbero solo economiche, ma anche sociali. La rabbia di chi percepisce di essere lasciato indietro e discriminato dalla minoranza vista come “privilegiata” è l’ingrediente perfetto per il populismo economico, che viene messo in atto da chi la rabbia vuole cavalcare e che fatalmente, come in un circolo vizioso, andrà a deteriorare ulteriormente le possibilità di ripresa e cambiamento.

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