Storie da un mondo estremoPerché ci piace guardare le serie tv su distopie e ucronie

Gli sceneggiatori creano una realtà diversa dall’esistente, tuttavia gli scenari di fondo sono realistici, ovvero presentati come se lo fossero. Siamo affascinati da contesti intrisi di fatti inquietanti che potrebbero accadere in futuro o non mai, laddove la vita ha qualcosa di indesiderabile e spaventoso

edit Philippe LOPEZ / AFP

Psicopolizie, regimi che bruciano i libri, persone che vivono arrancando, donne costrette a partorire, cittadini braccati e sotto controllo, la propaganda che mostra un mondo diverso da come appare. Distopie e ucronie descrivono un mondo che non vorremmo mai. Ma allora perché ci affascinano? Forse perché, immaginando un futuro e un presente diverso ci fanno ragionare sul passato e sul presente, su quello che poteva essere e non è stato.

Forse perché mostrano scenari peggiori a cui siamo scampati, forse perché siamo calamitati da un mondo a cui abbiamo rischiato di appartenere o a cui potremmo (in futuro) rischiare di appartenere. Un mondo distante, ma con un’anima di fondo realistica. C’è una nuova serie su Netflix, si chiama “La Barriera” (la Valla) ed è nuova nuova. Ci sono diverse puntate, ma per ora ne hanno caricata solo una. Venerdì 18 settembre è uscita la seconda, le altre verranno nelle prossime settimane.

Racconta di una Spagna ucronica, dopo un’ipotetica terza guerra mondiale, dopo l’avvento dei populismi e dopo un virus devastante. Ricorda qualcosa? I protagonisti sono controllati, una famiglia è divisa, l’esercito è dappertutto, le insegne e la propaganda sono in antitesi con quello che si vede: una Spagna povera, una Madrid sotto coprifuoco. I cartelloni di propaganda ricordano quelli di “1984”, l’intonaco delle case è sbiadito, l’asfalto è scrostato.

È ciò che gli autori hanno immaginato probabilmente partendo dal presente: il virus ricorda l’epidemia in corso, i regimi populisti che hanno innescato la terza guerra mondiale ricordano gli attuali populismi nel mondo reale. Su Netflix questi spagnoli stanno facendo bene. Da “La Casa di Carta” a “Vis a Vis”, molte serie Netflix di qualità sono spagnole. Quindi, forse, questa serie vale la pena di essere guardata. Ma ucronie è distopie sono dannatamente affascinanti.

Su Amazon Prime aveva spopolato “The Man In The High Castle”, l’uomo nell’alto castello. Una serie Tratta dal romanzo di Philip Dick “La svastica sul sole” che racconta una storia diversa, alternativa. Un universo in cui le potenze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e si vive in un’America divisa in due: da un lato dominata da un Giappone imperialista, dall’altra parte sotto dominio nazista. Uno scenario tutt’altro che allettante: un’ucronia.

E ancora, il “Racconto dell’ancella”, “The Handmaid’s Tale”, serie tratta da un libro di Margaret Atwood, pubblicato più di trent’anni fa e approdata prima su Tim Vision e ora su Prime. Il Racconto dell’ancella ci proietta nella cruda Gilead, dove le donne hanno ruoli divisi in base al colore del vestito che portano, dove la fertilità è rara e dove vige il maschilismo al suo stadio estremo: alcune donne, le ancelle, sono considerate come mere fattrici e vivono, passando di famiglia in famiglia, con il nome dell’uomo che le possiede, partorendo i figli dei militari.

La Atwood aveva immaginato l’estremo di una dittatura cattolica, dove la donna era sottomessa all’uomo e l’unico suo scopo era produrre prole. Uno scenario da incubo. E guardando la serie, fatta così bene che ci si immedesima nella protagonista Difred (di proprietà di Fred, santo cielo), si soffre e si scalpita insieme a lei. Poi c’è Snowpiercer, dove il mondo intero è congelato e l’unica vita possibile è su un treno diviso in classi sociali che non si ferma mai. Un treno che, se stai sul fondo, mangi una poltiglia nera e sei l’ultimo degli ultimi. Lotta tra classi, lotta per sopravvivere.

E c’è “Black Mirror” che, con i suoi mini episodi sconvolgenti, ci fa pensare attentamente alla realtà attuale e a quello che potrebbe succedere in società dominate dalla tecnologia. Emblematico è l’episodio “Nosedive – Caduta Libera” e il sistema a punti social, dove ogni cittadino ha una sorta di applicazione dove ogni acquisto, amicizia, relazione sociale è valutata con delle stelline (da 1 a 5). La media di queste stelline influisce sulla vita reale. I servizi pubblici e privati all’individuo sono erogati sulla base del punteggio. E, se ci pensiamo, questa cosa non è che sia tanto lontana dal sistema a punti cinese, Social Credit System.

Ora vanno di moda, ma distopie e ucronie non sono cose nuove. Il libro della Atwood è stato scritto anni fa; “la Svastica sul Sole”, pure. E, se torniamo indietro, ne troviamo ancora. Da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, pubblicato nel 1953, al classico 1984 di George Orwell, del 1949, al Il mondo nuovo di Aldous Huxley, del 1932. Lo splendido Fatherland dello splendido Harris.

L’antitesi dell’utopia diventa distopia: mondi terribili, dove il contesto sociale descritto contiene qualcosa di indesiderabile e spaventoso. Cosa sarebbe successo se Mussolini avesse vinto la seconda guerra mondiale? Hitler? Questa è ucronia, basata sul concetto per cui la storia narrata, in un certo momento, si discosta con corso alternativo dalla storia reale, seguendo un sentiero diverso e fantastorico.

Nelle distopie e nelle ucronie gli autori creano un mondo che è diverso dall’esistente e tutto il contrario di un mondo utopistico. Ma gli scenari di fondo sono realistici, ovvero presentati come se lo fossero. Ci si immedesima in quei contesti e nei personaggi. Perché, alla fine, le molle che spingono uno scrittore e uno sceneggiatore a scrivere sono fatti reali, elementi sociologici di fondo o tendenze esistenti portate all’estremo. E quindi, si tratta di immaginare eventi che un tempo o nel futuro, anche se non si sono verificati o non si verificheranno mai, erano possibili in un dato momento, saranno possibili in futuro o non saranno possibili mai. Ed è l’alternativa, il loro essere alternativi, che ci attrae. Cosa sarebbe successo se, cosa potrebbe succedere se?

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