Compartimenti stagni“Snowpiercer” è una lente di ingrandimento dell’attualità

In un futuro post-apocalittico, l’umanità è confinata a vivere su un treno dove i vagoni sono divisi per classi, in un viaggio infinito. La serie di Netflix è un manuale su come non deve essere la convivenza

Agenti che sparano, sommosse generali, violenze, un leader assente e un tentativo generale di ribellione. Potrebbe sembrare la cronaca degli ultimi giorni dall’America, sconvolta dai riot e in piena crisi da coronavirus.

Invece sono scene tratte da “Snowpiercer”, la nuova serie televisiva trasmessa da Netflix, 10 episodi di cui al momento sono disponibili i primi tre (vengono pubblicati a cadenza settimanale).

Il gioco delle somiglianze è sempre una tentazione. Da un lato c’è la realtà, con scontri e rivendicazioni sociali. Dall’altro una serie televisiva incentrata su un futuro post-apocalittico, in cui la lotta al cambiamento climatico è fallita, il mondo è centinaia di gradi sottozero e un treno di 1001 vagoni, ultimo baluardo dell’umanità, corre senza sosta lungo il globo.

È lo Snowpiercer, pilotato dal misterioso Mr Wilford (la “W” campeggia fin dalle prime scene), qui i passeggeri sono divisi secondo rigidi criteri di classe sociale. Davanti i ricchi, che godono di comodità come spa e sushi. In coda i miserabili, malnutriti e pestati, cui però è indirizzata la simpatia dello spettatore. Anche qui, come nella realtà, la rivolta scoppia in seguito alla morte di una persona.

La serie è un reboot dell’omonimo film del 2013 di Bong Joon-ho, il regista sudcoreano trionfatore agli Oscar 2019, a sua volta ispirato al graphic novel francese “Le Transperceneige”, di inizio anni ’80.

Seguendo la tradizione del prequel, gli eventi della serie si collocano otto anni prima del film, senza però che cambi molto.

Resta uguale, soprattutto, il gioco delle metafore: dal viaggio senza fine, all’evanescenza dei comandanti, passando per la divisione tra classi e l’impiego di una droga per sedare le rivolte, in grado di addormentare per qualche anno.

Tutti richiami ovvi ma che, trasposti in scena (sia nel film sia, finora, sulla serie) funzionano.

Come il mondo, anche il treno è un ambiente instabile. Tutti i tentativi di fare ordine, dalla violenza all’opera di pacificazione dell’hostess Melanie Covill (Jennifer Connelly) sono destinati a fallire. Si creano crepe.

Una è l’omicidio di un membro della terza classe, delitto per cui viene chiamato a indagare l’ex investigatore Andre Layton (Daveed Diggs), in realtà un sedizioso, autorizzato a superare i confini delle classi.

Gli incontri creano i presupposti per il caos. La tensione porta a scontri, fino a quando il suicidio di un passeggero della coda del treno provoca la sollevazione. E la dura risposta degli agenti.

In generale, il problema principale della serie è il confronto con il film. Non ne possiede il ritmo (fatto anche normale, data la maggiore lunghezza), né la finezza stilistica, né la regia.

Tuttavia, riesce lo stesso a inquadrare le complicazioni del microcosmo umano, attraverso armonie e contrasti. Non c’è solo lo sdegno annoiato della prima classe, gli intrighi politici della terza o la vena combattiva dei movimenti in coda. È nella sua interezza una lezione, in negativo, di convivenza.

E cosa si impara? Prima di tutto, che supera le narrative semplificate dell’oppressione e della violenza (anche se servono a suscitare simpatia per gli ultimi) per affondare lo sguardo a un livello approfondito. Non teme, insomma, la complessità.

E poi che, a differenza di quanto avviene nella realtà, sullo Snowpiercer il ribelle agisce per disperazione. Scendere dal treno è impossibile. Restarci significa accettare la sua divisione per classi, che, come si dice all’inizio, è pensata per essere «perpetua». Un’istanza estrema.

Al contrario, fuori di metafora e sulla terraferma, chiedere più giustizia e uguaglianza, a cominciare da leader capaci e in grado di dialogare, è l’inizio della politica. Un’istanza giusta. E la devastazione dei riot è il modo più efficace per boicottarla.

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