Mai rovinare una bella storia con la verità“L’effetto spettatore” è il termine inventato dagli americani per giustificare la nostra stronzaggine

Nel 1964 il New York Times pubblicò un articolo accusando 38 residenti del Queens di aver guardato senza far niente la 28enne Kitty Genovese mentre veniva pugnalata davanti ai loro occhi. In realtà i testimoni erano una decina, alcuni hanno chiamato la polizia, e una addirittura l’ha soccorsa. Ma ormai il fatto era già diventato una categoria sociale

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Il primo istinto dell’essere umano, quando un altro essere umano inciampa, non è chiedere «Oddio, ti sei fatto male?»: è ridere.

Se sei tu quello che è inciampato, scriverai un vibrante editoriale sulla mancanza di empatia (parola che si porta persino più di “resilienza”, e che forse è ancora più fastidiosa); se però sei quello ancora in piedi, che guarda il tizio rotolato per terra, ti sembrerà perfettamente normale ridere.

La cinematografia ti dà ragione, d’altra parte: sono cent’anni che coi film comici ridiamo di gente che scivola, su bucce di banana o altro. La differenza, come sempre tra dramma e commedia, la fa il finale: se ho riso del tuo scivolone, e poi entro la fine del film tu muori, mi sentirò in colpa. Per evitare ciò allo spettatore, si farà in modo di far capire da subito il genere: è un film da ridere, o sembra niente e questo poi muore?

Nel dubbio, se vediamo qualcuno inciampare per strada, nel 2020 lo filmiamo col telefono, come facciamo con tutto: se non finisce male, possiamo postarlo sui social e farlo diventare virale.

Nel 1964 c’erano i telefoni a disco, e i rullini delle foto dovevi portarli a sviluppare. Kitty Genovese aveva 28 anni e viveva a Queens.

Una sera di marzo la uccisero, e sarebbe stato un omicidio come tanti, non fosse stato che il New York Times – due settimane dopo, avendo avuto tempo di ragionarci – pubblicò un articolo con questo sobrio incipit: «Per più di mezz’ora 38 rispettabili cittadini di Queens, rispettosi della legge, sono stati a guardare mentre un assassino perseguitava e accoltellava, in tre diverse aggressioni, una donna a Kew Gardens. Due volte i suoni delle loro voci e le improvvise luci dalle loro finestre l’hanno interrotto e fatto fuggire. Ogni volta è ritornato, l’ha braccata, l’ha accoltellata di nuovo. Non una di queste persone ha telefonato alla polizia durante l’aggressione».

C’erano, nell’articolo d’epoca, anche virgolettati che parevano presi dalla sceneggiatura d’un film di mafia: non volevo essere coinvolto, non volevo finire nei casini, io mi faccio i fatti miei, e altre istanze umane, fin troppo. Abe Rosenthal, che poi divenne direttore del NYT ma all’epoca era il responsabile delle pagine locali, ci scrisse un libro (assai sbugiardato, dopo).

Fu così che Kitty Genovese divenne una categoria della psicologia sociale: l’effetto spettatore. Con tanto di studi che ci spiegavano, dopo esperimenti d’ogni tipo in tutto il mondo, che non è che quei trentotto fossero stronzi: era l’effetto spettatore. Se assisti a una disgrazia e ci sei solo tu, te ne occuperai; ma se c’è tanta gente, penserai che qualcun altro provveda, che non ci sia bisogno del tuo intervento.

Ogni volta che lasci morire una signora che ha un malore nella sala d’attesa del pronto soccorso perché mica puoi interrompere la partita ad Angry Birds, o non intervieni quando qualcuno si sente male in metrò perché stai per fare il record a Candy Crush, non è che sei stronzo: è l’effetto spettatore. (Al massimo interromperai la partita per filmarlo, quello che si sente male: metti che sia l’occasione per un video virale, diamine).

Sarà sicuramente un vantaggio dato dal senno di poi, ma risulta incomprensibile che questa legge psicologica derivi da un omicidio compiuto alle tre di notte: se ti svegli sentendo le urla, penserai d’essere l’unico sveglio, no? Ma è inutile opporsi a chi crede d’aver trovato un fondamento scientifico alla mancanza di quella cosa di cui ci piace tanto cianciare: l’empatia.

Solo che poi passano gli anni, e si scoprono nuovi strati della storia. Non è vero che nessuno s’è occupato di Kitty: gli spettatori erano una decina e non trentotto, alcuni hanno chiamato la polizia, altri hanno equivocato quel che avevano sentito, una addirittura l’ha soccorsa, Kitty le è morta tra le braccia, mentre tentava di rassicurarla dicendo che l’ambulanza sarebbe arrivata di lì a poco.

Avrebbero potuto raccontarla com’era andata davvero, è una storia così cinematografica (l’assassino che si dichiara colpevole d’altri due omicidi di donne ma non viene creduto, il fratello di Kitty che, traumatizzato, si arruola in Vietnam e perde le gambe) che non serviva abbellirla con facili psicologismi.

La signora che aveva soccorso Kitty, Sophia Farrar, è morta giovedì, novantaduenne, e il New York Times (nel cui pezzo originario non era menzionata: mai lasciare che la verità interferisca con la creazione d’una categoria psicologica) l’ha tardivamente celebrata.

Sentendosi evidentemente un po’ in colpa per avere manipolato cinquant’anni prima la verità in nome d’una storia che facesse effetto, non hanno troppo sottolineato che il soccorso di Sophia a Kitty non smentisce le analisi sulla reazione d’un pubblico di sconosciuti a una scena drammatica: non erano sconosciute, a volte Kitty accompagnava a scuola il bambino di Sophia la mattina, era buon vicinato, mica un pubblico di sconosciuti che guarda scivolare su una buccia di banana un tizio mai visto e lo filma col telefono, salvo poi scoprire che quello s’è rotto un femore e forse non è il caso di montarlo con una musichetta da commedia.

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