L’asino e l’elefanteLe elezioni presidenziali saranno l’ennesimo scontro tra i due volti degli Stati Uniti d’America

Due mondi, due concezioni di Stato e di società inconciliabili e che possono trovare esito solo nella battaglia frontale dove chi vince prende tutto. Gli americani non saranno pronti, ancora per almeno uno o due decenni, a un compromesso storico a stelle e strisce

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Il 20 gennaio del 2021 il Commander in Chief degli Stati Uniti d’America pronuncerà queste parole nelle mani del presidente della Corte Suprema: «Giuro solennemente di adempiere con fedeltà all’ufficio di presidente degli Stati Uniti e di preservare, proteggere e difendere la Costituzione al meglio delle mie possibilità». Se vorrà, potrà aggiungere «e che Dio mi aiuti» quale frase non protocollare ma pronunciata dai presidenti più recenti. Donald Trump e Barack Obama hanno giurato per propria scelta sulla Bibbia appartenuta a Abraham Lincoln.

Seguirà il discorso davanti al Congresso, la sfilata, Covid permettendo, lungo Pennsylvania Avenue e l’insediamento alla Casa Bianca. Si aprirà così il quarantaseiesimo mandato presidenziale che durerà quattro anni. Mentre tutto il mondo si interroga sull’uomo che ne sarà protagonista, l’unica certezza è che il presidente della Corte Suprema sarà il sessantacinquenne John G. Roberts Jr. nominato da George W. Bush nel 2005.

La durissima campagna elettorale in corso, resa ancora più difficile e complessa dalla straordinaria diffusione del contagio, contrappone Donald Trump e Joe Biden le cui biografie ed appartenenze politiche sono note; sono i due volti dell’America multirazziale ancora alla ricerca di quella Felicità il cui diritto è sancito dalla Carta Costituzionale e mai stata oggetto di nessuno dei pur numerosi emendamenti che l’hanno integrata nel tempo.

Ben oltre le immense risorse economiche messe in campo da entrambi attraverso un meccanismo rodato da tempo, con donazioni che vanno da pochi dollari a centinaia di migliaia dei medesimi offerte dalle varie e riconosciute lobbies, vincerà colui che meglio avrà interpretato i sentimenti profondi di milioni di cittadini americani che vivono per l’80% in aree urbanizzate, anche se in misura molto diversa tra loro; dagli oltre otto milioni di New York ai centomila di High Point nella Carolina del Nord o di Palm Bay in Florida. Per il resto, migliaia di cittadine, talvolta villaggi, distribuite dalla gelida Alaska alla Florida tropicale ma unite dalla bandiera a stelle e strisce che sventola su quasi tutte le case, oltre che da un ottimo sistema stradale ed aeroportuale.

La matassa intricata del carattere degli americani è stata dipanata in migliaia di opere letterarie e teatrali, di film e di serie televisive che hanno fatto il giro del mondo dal secondo dopoguerra in poi e di cui varrebbe la pena di trovar il bandolo. Ma non qui, almeno per ora. Non c’è alcuna famiglia americana che non abbia avuto un caduto nelle tante guerre combattute in meno di centocinquanta anni a partire dalla American Civil War e fino a quelle odierne che sotto forme diverse vedono boots on the ground in molte parti del pianeta.

Dagli Stati Uniti sono giunte in ogni zona geografica popolata abitudini, modi di dire, prodotti e tutto ciò che sino a qualche anno fa identificava l’american way of life, ma anche idee di profonda evoluzione in tema di diritti civili, di libertà di stampa, di etica d’impresa, di stili di management, uniti a profonde contraddizioni quali la pretesa di imporre il proprio modello di democrazia, l’imperialismo commerciale e culturale, l’odio profondo per ogni forma di socialismo che raggiunse il culmine con il maccartismo degli anni ’50 e ’60, decimando un’intera classe di intellettuali e di scienziati sospettati di intelligenza con l’Unione Sovietica.

Tratti di un Dna culturale che si risveglia a fasi alterne nell’eterno conflitto tra democratici e repubblicani per manifestarsi pienamente durante le elezioni presidenziali che si svolgono secondo regole federali e modalità indirette rimaste a lungo immutate e che appare utile riassumere in tempi in cui in Italia i partiti al governo si guardano l’ombelico, pretendendo di ridurre il Parlamento con un’accetta arrugginita e discettando di riforme elettorali a tanto al chilo. Fatte salve le differenze tra una repubblica parlamentare ed una presidenziale e federale, sono il metodo rozzo e il vuoto di contenuti che fanno rabbrividire. Speriamo che gli italiani chiamati al referendum del 20 e 21 settembre se ne rendano conto.

Torniamo oltre oceano. Superate le “primarie” di partito che selezionano il candidato alla presidenza dei due schieramenti e che sono state già celebrate, ha luogo da novembre in poi il voto popolare che individua i 538 grandi elettori del Collegio Elettorale Americano. Poiché vige il sistema maggioritario definito winner take all, il vincitore prende anche i seggi dell’avversario nella misura massima fissata dalla Costituzione per ogni singolo stato, alcuni dei quali sono determinanti di fatto, anche se mai da soli. Bastano 270 grandi elettori per aprire le porte della Casa Bianca al candidato e ciò anche se l’antagonista ha prevalso globalmente nel voto popolare sommando i consensi ottenuti ma non utili per la vittoria finale , come accaduto nel 2000 ad Al Gore e nel 2016 a Hillary Rodham Clinton.

In questa tornata, Florida, Michigan, Pennsylvania, Carolina del nord, Arizona e Wisconsin sono swing states (stati in bilico) proprio perché storicamente hanno svolto tale ruolo esprimendo complessivamente 91 grandi elettori, un terzo dei voti necessari. Nel 2016 prevalsero seppur di misura i repubblicani, oggi alcuni sondaggi vi vedono un lieve vantaggio di Biden. Nello stato dell’Ohio, vero e proprio microcosmo in cui coesistono entrambi i partiti, sono stati eletti finora tutti i presidenti repubblicani. Mentre la California che esprime 55 grandi elettori è da sempre ampiamente democratica, altri stati sono a vocazione repubblicana con punte di esplicito conservatorismo e, anche se minori per popolazione e numero di grandi elettori, danno un somma significativa.

Definita la parte tecnica di un meccanismo non sempre noto a tutti, andiamo alla componente sociologica e, per certi aspetti antropologica, che trova poi espressione nel voto. Gli Stati Uniti hanno da sempre alcuni valori non negoziabili. Il primo è la sicurezza nazionale, specchio di quella personale e della proprietà privata, talvolta eretta a feticcio ma sempre tenuta in considerazione da una popolazione che mantiene il diritto di acquistare e possedere armi senza alcuna limitazione. In un Paese che pure offre un’ ampia gamma di garanzie della libertà individuale, la sicurezza ha sempre avuto la priorità.

Un’esigenza che viene da lontano, da quel DNA cui ho fatto cenno e che esercita un ruolo determinante non soltanto a livello nazionale ma, in modo specifico in molti degli stati interni a vocazione rurale. Per quanto giustificata dai colpevoli eccessi di veri e propri criminali razzisti presenti all’interno dei corpi di polizia, la richiesta che sale da alcuni esponenti democratici e il timore che essa possa condurre a depotenziare se non a disarmare gli agenti, saranno determinanti.

Un secondo elemento è ancora più profondo. L’americano medio, in maggioranza wasp, letteralmente “vespa” ma in acronimo white, anglosaxson, protestant, è stato educato a considerare il proprio paese come un mondo nuovo in cui le ideologie sono guardate con sospetto. Si pensi che nel Rotary, il maggior sodalizio tra professionisti e imprenditori con finalità amicali, benefiche e di servizio civico, fondato nel 1905 a Chicago da Paul Harris e diffuso in tutto il mondo, è ancora oggi scoraggiata la trattazione di temi quali la politica e la religione, rispettati ma considerati divisivi.

L’accoglienza, inevitabile in paese fondato da profughi in cerca di una vita migliore, non è in discussione ma pone la condizione della piena accettazione dei valori americani e l’abbandono di costumi atavici laddove ritenuti non conciliabili con lo spirito dei padri fondatori. Al discusso atteggiamento di Donald Trump nei confronti dei migranti dal Messico e nonostante le atrocità che esso ha comportato, è favorevole la maggior parte degli americani, preoccupati, oggi più che mai, per il proprio posto di lavoro e per il traffico di stupefacenti, superficialmente attribuito solo agli “stranieri”. Su tali temi il Pontefice della Chiesa Cattolica non è stato per nulla tenero come dimostrano le immagini di un eloquente “non verbale” durante l’incontro con il presidente americano in Vaticano il 24 maggio del 2017.

Un ulteriore elemento che si muove nell’animo americano è rappresentato dalla frammentarietà del corpo elettorale del partito democratico, arcipelago dalle molte isole che si salda in specifiche occasioni connotate da forti emozioni, ma che di fatto non controlla da vicino i propri rappresentanti che spesso si costituiscono in establishment radical cich, argomento non privo di verità che ancora una volta Trump non esiterà ad enfatizzare.

Poi c’è il “sogno americano” passaporto utilizzato da tutte le forze in campo per entrare nel cuore degli americani ma da porte diverse. Per i repubblicani si manifesta nello spirito calvinista, tanto caro a Max Weber, dell’assenza della Grazia che salva, della prevalenza delle opere sul perdono, della prevalenza della responsabilità individuale circa il proprio destino su quella collettiva, del self made man, dell’opportunità di passare da strillone ad inquilino della Casa Bianca. Luoghi comuni, valori tramontati, prospettive sociali illusorie e smentite dalle grandi dinastie presidenziali?

Forse, ma ancora radicati nel sentimento nazionale, superata la beat generation e la catastrofe del Vietnam che pure hanno lasciato tracce profonde, torna a dare peso a capelli corti e ad abiti impeccabili nonché agli arruolamenti volontari nella Guardia Nazionale o nei Marines che non hanno mai avuto vuoti negli organici. Così come rimane immutabile la propensione, vissuta come virtù, al risparmio familiare per garantire ai figli scuole ed università qualificate. Tutti elementi che trovano in Donald Trump, nonostante tutto, il proprio, seppur tutt’altro che immacolato, campione.

Sul versante opposto il sogno presenta caratteristiche molto diverse: la definitiva eliminazione di atteggiamenti e pratiche razziste, delle residue forme di segregazione fattuale, uno stato sociale più generoso supportato da una maggiore e più equa fiscalità, un sistema sanitario pubblico e universale, un sistema scolastico di più alta qualità collegato a più facili accessi all’istruzione universitaria, l’abolizione della pena di morte in tutto il Paese, la fine del commercio libero e della detenzione diffusa di armi per difesa personale, una rivoluzionaria attenzione verso l’ambiente anche a danno della produzione industriale tradizionale ed energivora.

Elementi che hanno contribuito all’ascesa di Barack Obama ma, al tempo stesso ad una profonda delusione del troppo poco realizzato in otto anni dal primo presidente di origini afro americane. Un candidato come Joe Biden, certo per via dell’età di un improbabile secondo mandato, saprà convincere un paese smarrito ed impaurito che teme per la propria sicurezza e per il proprio lavoro?

Due mondi, due concezioni di stato e di società inconciliabili e che possono trovare esito solo nello scontro frontale dove chi vince prende tutto. Gli Stati Uniti non saranno pronti, ancora per almeno uno o due decenni, ad una sorta di compromesso storico a stelle e strisce. Saranno aiutati dai mutamenti demografici già in atto, dal calo delle nascite nelle famiglie bianche e benestanti versus la prolificità delle componenti nere, ispaniche ed asiatiche, dalle ricorrenti catastrofi ambientali.

Da ultimo, le vicende collegate alla pandemia, arma ritenuta molto potente dai democratici per delegittimare la pretesa di Trump di un secondo mandato. I comportamenti sono stati criminali, le menzogne all’ordine del giorno, le vittime maggiori di oltre centomila rispetto ai caduti nella Guerra del Vietnam,  la lotta con Anthony Fauci quotidiana, continua, spesso impari ed evidenziata anche dalle rispettive ed opposte dimensioni fisiche dei due ma non per questo non condotte a viso aperto dal minuto ma determinato virologo di origini siciliane. Eppure potrebbe non bastare.

Il conflitto permanente con la Cina, accusata di essere l’”impero del male” come già Ronald Reagan definì l’URSS, di rappresentare l’origine dei tutti le difficoltà americane, il neo isolazionismo rispetto all’Europa, già praticato dal presidente Woodrow Wilson nella prima parte del proprio mandato all’inizio del secolo sorso, potrebbero compattare il voto e dare a Trump quel secondo mandato che la morte negò a Abraham Lincoln e a JFK e il popolo americano a Lyndon Johnson, a Richard Nixon ed a Jimmy Carter.

Quanto poi ai mondi dell’impresa e della finanza, è superfluo sfogliare le pagine scritte da Alexis de Tocqueville nel 1831 o dal sociologo contemporaneo Pierre Bourdieu secondo il quale gli individui possono costruire fenomeni sociali tramite il pensare e l’agire ma tale costruzione avviene sempre all’interno di un’ineludibile struttura che mai può essere rimossa. Si sa già ora da che parte staranno le principali multinazionali americane operanti nei settori tradizionali.

Se, per dannata ipotesi, Donald Trump dovesse prevalere, avrà vinto per il confronto con l’avversario e non certo sul programma politico o sul fascino personale. Il consenso del popolo americano sarà stato costretto dalla scelta tra un male ritenuto necessario e un leader debole che non è nelle sue corde ed evocherebbe il patetico ricordo di Jimmy Carter, pur essendogli infinitamente superiore.

Il Partito democratico potrebbe essere ritenuto un giorno responsabile dell’eventuale sconfitta, avendo scelto un candidato vicino al cuore di molti americani ma non allo spirito del Paese e peggiore sarebbe stata la vittoria alle primarie del socialista Bernie Sanders, se solo riuscissimo a guardare gli Stati Uniti di oggi con almeno un occhio che non sia europeo.

Se dovesse accadere il peggio, il popolo democratico dovrà avviare una ricerca nuova che potrebbe anche condurre a un giovane nuovo JFK che magari sta ancora studiando da Governatore o da District Attorney in qualche stato dell’interno. Un uomo, o una donna, che sia in grado di comprendere che un “grande Paese” come lo ebbe a definire il regista William Wyler, nell’omonimo film del 1958, può crescere e cambiare solo con una persona che vi innesti le propri giovani energie capaci di farlo guardare lontano liberandosi, per quanto possibile, da pregiudizi anche illustri che impediscono però agli Stati Uniti d’America di tornare ad essere agli occhi del mondo quella terra promessa che si aprì davanti agli occhi dei Padri Pellegrini sbarcati dal Myflower il 6 settembre di quattrocento anni fa.

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