Come il governo dei tecniciIl referendum è lo strumento dei politici quando non riescono ad affrontare l’impopolarità

I voti referendari segnano i passaggi, che la normale vita parlamentare non riesce a gestire. Camera e Senato stanno perdendo presa come luogo di contrasto delle idee argomentate anche per la presenza di commissioni, audizioni

E rieccoci con un nuovo referendum, l’ultimo in Italia, se escludiamo quelli tenuti a livello regionale, è stato quello bocciato alla fine del 2016, il referendum “di Renzi”, che chiedeva di riformare la seconda parte della Costituzione. I referendum sono stati negli ultimi tempi numerosi. Abbiamo avuto quello britannico sulla permanenza nell’Unione europea, quello scozzese sull’indipendenza dal Regno Unito, quello catalano sull’indipendenza dalla Spagna, quello greco sulle politiche di austerità, e, in Italia quello sull’acqua e quello sulle trivelle.

I referendum segnano dei passaggi, quelli che la normale vita parlamentare non riesce a gestire. È una richiesta di legittimazione, quando questa sembra non emergere dalla vita politica ordinaria. Il referendum potrebbe essere paragonato al “governo dei tecnici”: quando le forze politiche non riescono ad affrontare l’impopolarità, questa è delegata ai tecnici, ma ovviamente votata dal Parlamento.

I referendum sono un quesito a favore o contro: «vuoi questo, oppure quello». Quali conseguenze possa avere una scelta piuttosto che un’altra non è esplicitato, ma non potrebbe nemmeno esserlo, nel quesito referendario. Si suppone perciò che il calcolo sulle conseguenze sia stato fatto dagli elettori prima di andare a votare. Ossia, si suppone che gli elettori siano informati in misura sufficiente, oppure, se non lo sono, abbiano una sorta di «intuizione primigenia» su quali siano i propri interessi e quelli generali.

La modesta prevedibilità degli effetti (non dei risultati, perché ci sono i sondaggi) dei referendum aumenta la volatilità della vita politica nazionale e internazionale. Che cosa sarebbe accaduto se il referendum lo avessero vinto i separatisti scozzesi o catalani, oppure i greci contrari all’austerità (a dire il vero, i contrari lo avevano vinto, ma il governo ha poi agito diversamente)? Non possiamo saperlo.

Torniamo al taglio “lineare” del numero dei parlamentari, l’oggetto del prossimo referendum. Il Parlamento è un luogo in cui si «parla», e dove si cerca un accordo. Il Parlamento si stacca, infatti, dai desideri degli elettori che hanno obiettivi diversi, per cercare un qualcosa – il “compromesso” – che sia comunemente accettato.

Il rifiuto delle classi dirigenti – come mediatori degli interessi contrastanti – è la caratteristica del Populismo. Che poi i populisti abbiano una propria classe dirigente in formazione per contrastare le classi dirigenti già insidiate è una contraddizione non osservata dai suoi seguaci, oppure, se osservata, è rifiutata.

Il Parlamento come luogo di contrasto delle idee argomentate anche per la presenza di commissioni, audizioni, sta perdendo presa. Tornano in auge le polemiche dell’Ottocento. Il politico e diplomatico spagnolo Donoso Cortez definiva la borghesia come la classe che (sa solo) discute (re). Una classe, secondo lui, che, messa di fronte alla scelta fra Gesù e Barabba, invece di decidere subito dove stia il bene e dove il male, organizza una commissione parlamentare. Il Parlamento non è per sua natura il luogo dell’indecisione. Dipende di quale decisione si parla e se l’indecisione è voluta o meno. 

Nel dopoguerra in Italia la decisione – legata alla doppia esperienza vissuta del Fascismo e prevista come effetto della “Guerra Fredda” – di avere un bicameralismo perfetto con elezioni su base proporzionale era volta a impedire che qualcuno potesse stravincere. Lo stesso valeva per il Primo ministro che diventava solo presidente del Consiglio, che non nominava né licenziava i ministri, che era nominato dal presidente della Repubblica, che era eletto dal Parlamento e non dal Popolo, e che era l’unico che potesse sciogliere le Camere. Insomma, la scelta allora fu di evitare il danno delle decisioni non solo sbagliate ma irreversibili.

Oggi non esistono queste contrapposizioni “esistenziali”, perché si è trovato il compromesso nel modello di una società di libera iniziativa individuale entro uno stato sociale diffuso – il lascito “buono” del Novecento. La discussione è, alla fine, intorno alla combinazione (ai pesi relativi) di libertà individuale e protezione sociale. La modestia del messaggio politico odierno è nella sua “prosaicità”, da contrapporre alla “tragicità” di una volta.

In un mondo tragico uno può spendere al meglio il proprio tempo partecipando alla vita di partito o almeno andando a votare, in un mondo prosaico uno pensa all’utilità marginale del proprio tempo, che, se non dedicato alla politica, potrebbe portare dei benefici maggiori – il “qualunquismo razionale”. Aggiungiamo perciò all’analisi sui limiti dei referendum anche l’astensionismo, che riduce la legittimità dei risultati.

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