La politica del silenzio Come il Governo Conte ha dissipato la leadership italiana nel Mediterraneo

A un passo da una nuova crisi libica, e con i venti di guerra fra Grecia e Turchia alle porte, il ministro degli Esteri Di Maio ha trasformato l’azione diplomatica in un banale partenariato economico con Tripoli. Invece che andare in Libia avrebbe fatto meglio ad andare ad Abu Dhabi

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in visita a Tripoli

Il viaggio in Libia di Luigi Di Maio svela finalmente le ragioni della sua abbronzatura: il governo giallorosso ha deciso di abbandonare la propria consolidata leadership nella crisi libica e con essa ogni velleità di mediare tra le parti, reclinando sulla comoda posizione di un partner commerciale. Per questo, il titolare della Farnesina ha passato i giorni cruciali della trattativa tra Tripoli e Bengasi a prendere il sole.

Se l’Italia avesse voluto e ora volesse continuare a gestire il ruolo di leadership che ha svolto per anni in Libia, Di Maio non si sarebbe limitato a incontrare al Serraj e poi Aqila Saleh raccomandando loro di “consolidare la tregua”. Avrebbe affrontato di petto il nodo vero della fragilità del cessate il fuoco e sarebbe volato direttamente ad Abu Dhabi e poi a Parigi e poi a Mosca per contribuire a costruire in prima persona una rete di pressioni che obblighino Haftar a piegarsi ad abbandonare le armi. Un Haftar che, spalleggiato dagli Emirati e non ostacolato da Putin e Macron, non solo ha denunciato come “mediatico” l’accordo tra Tripoli e Bengasi, ma che rafforza la sua posizione militare a Sirte e Al Jufra e già giovedì scorso ha lanciato 12 missili Grad sulle milizie di al Serraj.

La firma di Aqila Saleh – Egitto consenziente – sotto l’accordo di cessate il fuoco infatti non vale molto, per la drammatica ragione che né lui, né i molti notabili di Tobruk che lo sostengono, dispongono di una pur minima forza militare. Questa, in Cirenaica, è tutta e solo nella disponibilità di Khalifa Haftar, che continua a avere dalla sua parte la forza d’urto dei 2-3.000 mercenari russi della Wagner e soprattutto il consistentissimo appoggio militare degli Emirati che non hanno affatto aderito al cessate il fuoco. Dunque, la polveriera libica è sempre sul punto di scoppiare, la guerra combattuta per Sirte e al Jufra può essere fatta deflagrare da Haftar da un momento all’altro ed ha dell’incredibile che l’Italia non sia in prima fila nella pattuglia di guida diplomatica che tenta di evitare questo esito a fianco degli Stati Uniti, veri artefici della tregua siglata.

Invece, al solito, l’Italia di Di Maio (e di Conte) corre in aiuto di quel che ritiene sia il vincitore (l’aveva già fatto a gennaio con Haftar, quando sembrava vincesse) e trasforma la sua leadership passata in un banale partnerariato economico, rispolverando per di più  la vecchia proposta di Berlusconi, a suo tempo irrisa dai 5 Stelle come dal Pd, di costruire l’autostrada rivierasca tra Tripoli e Bengasi.

Il tutto, si badi bene, tenendosi ben lontano Di Maio nel colloquio con al Serraj, dal denunciare lo scabroso accordo da questi siglato con Tayyp Erdogan sullo sfruttamento dei giacimenti metaniferi del Mediterraneo Orientale che vede l’Italia non solo contraria, ma in realtà schierata dalla parte opposta e confliggente delle ragioni della Grecia e della Francia. Tema questo che di nuovo spiega l’abbronzatura di Di Maio, che nulla ha fatto o detto dalla spiaggia su una crisi che pure ha visto le fregate italiane partecipare alle manovre militari navali attorno a Cipro che hanno visto le navi greche, a fianco delle quali navigavano quelli italiane, ad un soffio da una deflagrazione armata contro quelle turche.

Solare e ineffabile ad agosto è stato il silenzio di Di Maio (e di Conte) mentre Macron inviava in quelle acque sempre più navi militari e avvisava di avere steso “una linea rossa” a difesa delle ragioni della Grecia e contro quelle della Turchia e Ankara lo minacciava col vice presidente Fuat Oktay di voler far deflagrare un conflitto: «Se i tentativi di Atene di espandere le sue acque territoriali non sono motivo di guerra, allora cosa sono?».

Silenzi, passività, rinunce, ridimensionamento drastico e definitivo del ruolo dell’Italia in Libia e nel Mediterraneo che si possono capire se prodotti dalle note capacità e visioni strategiche di un Luigi Di Maio e di un Giuseppe Conte, ma che è incomprensibile che siano condivisi dal Pd di un Zingaretti che evidentemente non sa e non vuole guardare oltre la cinta daziaria di Roma.

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