Per chi non si arrende“Base Italia” sarà una rete per tornare a far vincere il riformismo, dice Marco Bentivogli

L’ex segretario della Fim Cisl presenta la nuova associazione fondata con Luciano Floridi: «Non saremo un altro think tank. Noi promuoveremo attivismo partendo dalle idee, non faremo il club dei competenti. Non moriremo di chat e aperitivi»

Marco Bentivogli adesso è un battitore libero, dimessosi da segretario generale della Federazione italiana metalmeccanici Cisl ha fondato ora l’associazione “Base Italia”: un laboratorio politico pensato per la «promozione e la realizzazione di iniziative di studio e di ricerca in materie economiche, giuridiche, sociali e ambientali a livello nazionale, in materia di lavoro, assistenza, sicurezza, salute, istruzione e formazione, ambiente, finanza ed economia, al fine di sviluppare e promuovere le varie potenzialità del Paese», si legge nel sito.

Il presidente è Luciano Floridi, filosofo e professore Ordinario di Filosofia e Etica dell’Informazione a Oxford. Nel comitato scientifico figurano nomi importanti: da Carlo Cottarelli alla docente di Diritto del Lavoro Lucia Valente, dal gesuita Francesco Occhetta al sociologo Mauro Magatti.

Nonostante i molti corteggiamenti dal mondo della politica, Bentivogli ha fatto quindi una scelta moderata, che implica sì un primo passo in politica, ma sposa anche l’idea di creare un luogo d’incontro per le varie aree riformiste del Paese.

Qual è l’ambizione della nuova associazione “Base Italia”?
È importante, rimettere insieme le persone che si sono chiamate fuori dall’impegno ma che prima ancora si sono completamente disinteressate del sociale, della politica, della loro comunità. Vi pare normale derubricare dall’agenda di ogni partito che il 47% degli italiani non vota più e quelli che votano o lo fanno contro qualcosa o qualcuno? E che semmai i più coinvolti sono i supporters con la bava alla bocca dalla rabbia?

Il vostro manifesto descrive una realtà con un forte impegno politico e argomentazioni di alto livello. Riuscirà a non coinvolgere solo il mondo di professori, professionisti e intellettuali?
Ci sono tanti lavoratori, lavoratrici, studenti, persone in cerca di lavoro. Ci sono grandi intelligenze ma al servizio della semplificazione della complessità. Quello che è mancato in questi ultimi anni è stato il ruolo degli intellettuali. Ce ne sono per fortuna molti che non vogliono stare nella bolla delle élite ztl a parlarsi addosso e non vogliono essere altra cosa rispetto al resto del Paese.

Il mondo, la vita è sempre più complessa, oggi bisogna tradurre, semplificare mettere in grado le persone di essere informate, di capire. E poi bisogna costruire pensieri lunghi, strategie che affrontino il setaccio del consenso. Se continuiamo a lasciare questo lavoro di semplificazione ai populisti la loro sarà banalizzazione utile alla ricerca del nemico sempre lontana da soluzioni. Bisogna riniziare a promuovere solidarietà e cooperazione, legami sociali. Ricostruire la comunità nazionale è fondamentale. Ritornare a vedere i partiti, il sindacato, le associazioni come qualcosa in cui impegnarsi, dare una mano. Questo è il nostro compito.

Se ne sono dette tante sul suo futuro: sembrava destinato a raggiungere Carlo Calenda, poi Matteo Renzi. Perché ha fatto questo tipo di scelta? Non si sente ancora pronto?
I partiti sono importantissimi. Ma credo che l’impegno civile abbia mille forme e tempi diversi. In tutti i partiti vi sono persone veramente in gamba e l’antipolitica e le generalizzazioni serve a nasconderli abbassando il livello sui più mediocri. Vale in tutti gli ambiti non solo in politica.

Credo che se Base avrà un ruolo, lo avrà indipendentemente dai destini dei singoli attivisti. Spero che diventerà un luogo permanente e duraturo dove tutti i riformisti si trovino a casa. Non sentite quante persone in gamba chiedono «come posso dare una mano al Paese» e non si sentono, nell’immediato una militanza politica. Il nostro contributo sarà a cooperare, a integrare forze, culture che mentre impoveriscono il loro impianto ideale e valoriale, concorrono sempre solitarie. L’atteggiamento di troppi non è un eroica vocazione minoritaria di testimonianza (che va rispettata specie in tempi di cinismo e arrivismo) è la divisione data dal personalismo, poco comunitario e per nulla generativo. I democratici americani (ma avviene in tutti i grandi partiti delle democrazie adulte) vanno da Biden (liberale) a Sanders (sinistra radicale).

Si vota in un periodo definito la leadership e dopo chi perde lotta insieme a chi ha vinto. In Italia ci si divide e chi vince epura il perdente o chi perde boicotta la vittoria in un clima o di scissione o di congresso permanente. Poi ci si stupisce che ognuno veda tutte le correnti interne di ogni partito declinato solo da mere questioni di potere.

“L’Italia deve tornare a crescere” è un’ottima presentazione. Il vero problema è: come fare?
Mettendo insieme, come dice Luciano Floridi, il verde degli ambienti (la terra, le persone, etc.) con il blu del digitale. L’Italia ha qualche ritardo in più: l’inefficienza della Pubblica amministrazione, il rafforzamento e ammodernamento del sistema di istruzione e formazione, la riforma della giustizia (siamo la repubblica più che della certezza del diritto, della proliferazione di quantità e tempistiche dei contenziosi) le infrastrutture materiali e immateriali. Mettere insieme il Piano Amaldi sulla ricerca con il nostro Fraunhofer italiano per creare innovazione e trasferire tecnologie e competenze.

Quindi?
Si stanno costituendo nodi territoriali in tutto il Paese. Sarà una rete, un network. Per ora senza politici, perché dobbiamo dare energia alla partecipazione di chi si è chiamato fuori. Guai al “noi e loro”. Poi ci sarà una seconda fase ma il territorio sarà fondamentale. Il nostro scopo è promuovere partecipazione. Quest’ultima ha bisogno di luoghi che la accolgano e di una cultura di riconoscimento dell’altro. Guardate il nostro Comitato scientifico, tra gli economisti, ce ne sono di 4 impostazioni diverse. La sfida è costruire ovunque capacità di sintesi e di ricerca di una “base comune” prima di idee e poi di iniziativa.

Avete già in mente dei nomi per creare la “rete di riformisti e progressisti”?
No, il nostro è un progetto “open source”, chi ha buona volontà e vuole donare tempo, qualche soldo e un approccio di cooperazione. Le adesioni che ci stanno arrivando sono sbalorditive. C’è del buono ovunque tra tutte le culture e tutte le generazioni, bisogna cambiare approccio altrimenti si raccattano solo ambiziosi o cariatidi.

Può essere “Base Italia” una fonte di idee e proposte anche per il governo in carica?
Chi vuole raccogliere idee e proposte ne troverà in Base. Attenzione non saremo un altro think tank. Noi promuoveremo attivismo partendo dalle idee. Non faremo il club dei competenti. Faremo la rete di chi “vuole dare una mano”. Non moriremo di chat e aperitivi.

Base Italia promuoverà iniziative di studio e ricerca e seguirà con attenzione il  mondo del lavoro. Cosa deve cambiare in Italia affinché il capitale umano torni al centro dei progetti politici?
Il lavoro? È la battaglia campale. Non vogliamo proporre alle nuove generazioni, il Sussidistan, la repubblica dei sussidi. Il lavoro degno, come dice Papa Francesco, quello libero, creativo, partecipativo e solidale. Un milione di giovani(soprattutto tra i 15 e i 35 anni) ha perso il lavoro nel primo semestre dell’anno. Mi piacerebbero politici come Angela Merkel che con risultati migliori ha detto ai tedeschi, ci aspetta un periodo durissimo, bisogna rimboccarsi le maniche, ci vorranno sacrifici. La verità non andrà di moda ma rispetta le persone la loro intelligenza. Ingannare un disoccupato o chi sta per perdere il lavoro è un crimine. Io avrò fatto i miei errori come tutti quelli che si danno da fare ma ho preferito fischi e a volte aggressioni a ingannare le persone.

Quando vedremo “Base Italia” all’opera?
Siamo già partiti, siamo passisti-scalatori, bisogna raccogliere sempre tutte le energie e tenere il gruppo insieme. Insieme si è più forti e più liberi, bisogna imparare di nuovo a farlo.

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