Viso e tempo perdutiLe mie canzoni eroiche fraintese che canterà Matteo Setti

“Cemento” e “Nell’ombra e sull’onda” saranno presto pubblicate. All’inizio s’era fatta confusione: il testo sul mestatore era stato interpretato come un cantante che parla di sé. Poi ho ceduto a questa interpretazione, ma almeno sono tornato ai bei periodi che credevo andati per sempre

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Quel viso che mi ha tanto innamorato e che non rivedrò… è ovvio che non rivedrò quel viso, non posso mica cambiare vita a ogni viso che mi innamora, e che il terzo giorno dopo averlo visto non riesco più a ricordare, e penso che sia meglio così, meglio così, quel viso…

Ma non è di questo che voglio scrivere, non è quel viso che voglio ricordare, voglio ricordare quella canzone.

Io sono centenario, è noto, e sempre lo sarò, nel ’42 del Novecento ero giovane, ero ventiduenne quando Zweig, Stefan Zweig, si tolse la vita. Cosa c’entra? Non lo so. La vita perduta, il tempo perduto, le biografie eroiche, queste piccole definizioni, piccole e ridondanti, ronzano sulle coltivazioni della scrittura. Impollinano, impollinano una parola provenendo da un’altra, una frase provenendo da un’altra frase, ronzano nella testa come su un prato estivo e si aggiungono alla segheria delle cicale.

La pagina è un appezzamento, il meglio è quando la percorri con uno stelo d’erba in bocca e gli occhi un po’ socchiusi perché il sole, perché la luce del sole ti fa confusione, come adesso qui.

Quel viso m’è un po’ riapparso e l’ho subito perso.

Dicevo: Zweig oltre al resto scriveva biografie eroiche, come le chiamava lui. Pare che eroe derivi da eros, pare che sia il suo accusativo, il complemento oggetto, oggetto d’amore, sia nel senso che è fatto d’amore sia nel senso dell’amore fatto a suo favore.

Insomma, la metto come mi pare. Perché, come dovrei metterla? Di questo appezzamento sono io il possidente e lo coltivo come mi va. Insomma, l’eroe, la creatura nata per atto d’amore, atta poi a propagare quell’atto. Le api, la biografia eroica dell’ape regina, la biografia eroica delle api generate, che propagano l’amore tra i fiori. In natura tutto è simile, dovrebbe essere così anche per le creature umane, ma le creature umane raramente secernono dolcezza, il miele. Qualche volta sì, quel viso…

Insomma, la biografia eroica: me ne ricordai più di una ventina di anni dopo, mi chiesi se fosse possibile una canzoncina eroica. Ora, Zweig a un certo punto diventò nostalgico, gli parve che il mondo fosse il mondo di ieri, e che il mondo di oggi non fosse che la visione, e anche l’ascolto e anche la percezione, del continuo tremore di un crollo.

La mia vita, diceva, quale vita? Quella di prima era la mia vita, quella d’oggi non so che vita sia, di chi, dico noi e vedo frammentazioni, miriadi di zaffate, getti acri, sgradevoli e pure molto finti, difatti hanno parabole corte e, dopo un archetto di fumo nell’aria, spariscono in un ebete nulla.

Rimpiange, Zweig, la vita come pezzo unico di vita, la propria, e tutti avevano una casa, la propria, in un proprio paese, in una propria città, e la moneta era stabile, era d’oro, e tutto aveva “una sua norma, un peso, una misura, era tutto preciso… il funzionario poteva con certezza cercare nel calendario l’anno dell’avanzamento e quello della pensione…”, la lista del benessere è lunga, l’impero è vasto come un vastissimo orologio esatto, che però si sfascia, schiacciato dal tacco della guerra con gli stivali.

La vita tutta tutta regolata, chi l’ama? A parole nessuno, un po’ di spavalderia ci vuole nella vita. Ma nel momento difficile l’amerebbero tutti. A questo punto? Ah, la canzoncina. Non avevo più vent’anni, ne avevo più del doppio nell’Italia degli anni Sessanta. Vedevo crescere case, scrissi un’ode al cemento, la popolazione abbandonava le grotte tra gli archi degli acquedotti romani, l’acquedotto Alessandrino, quello dell’Aqua Marcia (senza la c nell’Aqua), abbandonava le catapecchie di fango nel fango del Mandrione.

Il giorno della consegna degli appartamenti popolari era giorno di festa nei cortili, c’era una felicità. Col tempo uno dimentica la felicità, anzi non la dimentica, la soffre. So benissimo di cosa sto parlando, ci scrissi una canzone eroica, detti voce al mestatore, al faccendiere, all’intrallazzatore, al garbuglione, al mediatore d’affari e d’impresa, all’eroe negativo, che magari mazzettizza tutto ma chiude l’opera nei tempi previsti, con un bel risparmio sui lavori infiniti e anche sulle continue penali causa rinvio, un grandissimo risparmio rispetto al denaro imbertato.

Ora, lo sa tanto cinema e lo sanno tanti romanzi, quelli nei quali si fa il lavoro sporco, quelli nei quali i personaggi neri giganteggiano: sanno che per la durata del film e del romanzo il fruitore (questo cazzo di fruitore) sta con lui, si sente lui, partecipa agli utili spettacolari del misfatto. A questo servono.

Che c’è? Sfugge che a questo servono? Essere truffati nella realtà da un genio della finanza è una cosa, vederlo in finissima azione è una malia. L’eroe Eracle, Ercole, era un sanguinario, scuoiava leoni, uccideva l’idra immortale, catturava tori, cinghiali, cervi, scacciava uccelli, rubava i pomi d’oro nel giardino delle Esperidi.

Era questo che volevo dire? No. L’aneddoto è un altro: ora Matteo, Matteo Setti, ottimamente canta le mie canzoni, ascolta quella del mestatore, è preso da entusiasmo, la vorrei portare a Sanremo, dice… Matteo, dico io… Sì, bella, perfetta, dice lui, proprio giusta… Ma, dico, non mi pare che… Ma sì, dice, è un bellissimo omaggio al cantante, alla figura del cantante.

Aveva preso il mestatore per un cantante. Non gliel’ho detto subito, la storia è durata per un po’. Si parlava di questa canzone come la canzone eroica del cantante che cantava di sé. Se in maniera edificante o immolandosi, non so, non ho mai approfondito quale fosse la sua interpretazione.

Poi gli ho dato ragione, sì, quel cantante è un mestatore, il risolutore di problemi, affascinante e spiccio nei film. Non perché i cantanti lo siano, non lo sono, ma perché io lo fui. Insomma, sono tornato ai bei tempi, come Zweig. Ho fatto la mia solita confusione: è il sole, le api ronzano, le cicale segano, i fiori godono. Le canzoni, “Cemento” e “Nell’ombra e sull’onda” saranno presto pubblicate. Quel viso l’ho perduto.

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