Esserci o non esserci Come far ripartire il Paese a cominciare da noi stessi (e dal No al referendum)

Il tempo degli slogan e delle promesse elettorali è finito. Per cambiare rotta bisogna ripensare la società dal basso, perché a fare la differenza saranno le comunità più piccole come famiglia, scuola e aziende. Insieme al nostro senso della collettività

Oggi abbiamo di fronte due modelli di Paese contrapposti e due visioni dello sviluppo che la crisi Covid ha reso incompatibili. A questo punto dobbiamo scegliere, perché il compromesso strisciante degli ultimi 40 anni non è più possibile per la dimensione del debito pubblico, per la crisi demografica senza precedenti a cui andiamo incontro e per l’asprezza della competizione internazionale che la crisi Covid renderà ancora più evidente. Bisogna scegliere adesso perché mai più avremo 200 miliardi di capacità di spesa e investimento, e dal 2022 in avanti saremo costretti a porci il problema del rientro del debito.

Ma a parte i numeri e le compatibilità finanziarie la scelta è culturale, di modello di vita, di equità sociale e di trasferimento intergenerazionale, tutti temi con risvolti etici o comunque relativi ai valori profondi della nostra comunità. La scelta è tra cambiamento e riforme o conservazione e status quo, tra merito e nascita, tra crescita e debito, tra futuro dei giovani e privilegi delle passate generazioni, tra realismo e promesse, tra la gioia di costruire noi stessi e la furbizia di sfruttare gli altri, tra lavoro e sussidio. È la scelta attuale tra creare un mondo migliore o illuderci di poter galleggiare sfruttando il lavoro e ciò che è stato edificato delle passate generazioni, la scelta della parabola del Vangelo secondo Matteo di separare il grano buono dalla zizzania cattiva.

Il passato – Per oltre 40 anni siamo vissuti in un compromesso dilatorio. L’intrecciarsi di un welfare senza confronti in Europa in termini di contributi a fondo perduto travestiti sotto varie forme di legittimità (baby pensioni, quota 100, pensioni di invalidità, reversibilità del trattamento, reddito di cittadinanza), con uno burocrazia pletorica e pervasiva ma incapace di modernizzare i suoi servizi essenziali anche in presenza della rivoluzione digitale, ha consentito di rimandare il problema per decenni. A tutto questo ha contribuito un’offerta politica molto più sensibile ai propri interessi di bottega che all’interesse collettivo.

Il debito pubblico è cresciuto a dismisura (oltre 2.300 miliardi di debito accumulato nel periodo dal 1990 al 2024), promesse altisonanti e prive di qualsiasi aggancio alla realtà («Abbiamo sconfitto la povertà»), la nascita di movimenti politici all’insegna del “noi siamo diversi e faremo cose mirabolanti” (da ultimo i 5 stelle, ma prima è stata la stella di Renzi e ancor prima il berlusconismo) ha permesso di illudere vasti strati di elettori e di rimandare il problema indebitando lo stato e spendendo a piene mani. In ogni stagione c’erano promesse mai o molto parzialmente rispettate di uno stato più efficiente, più equo, di meno ruberie e sprechi, che hanno attratto, illuso e poi disilluso milioni di voti. La costante è sempre stata la critica alla vecchia politica e una mirabolante promessa di novità assoluta che puntualmente non si realizzava.

La realtà è che ogni vera riforma dello stato in grado di incidere davvero sui mali profondi della nostra comunità è complessa, e quindi richiede grandi capacità e non improvvisazione. Inoltre richiede tempi lunghi per ottenere risultati tangibili e quindi non permette facili illusioni elettoralistiche a breve termine. E richiede sacrifici veri a vasti strati di popolazione su vari livelli e risulta quindi impopolare e avversata da lobby di tutti i tipi.

Una simile trasformazione richiede per logica conseguenza una grandissima consapevolezza collettiva sulla necessità di questi cambiamenti, uno spirito di comunità vero e non di facciata, una solidarietà tra classi e corpi sociali impossibile in epoche in cui si sono utilizzati paradigmi di stigma e ad excludendum legati a un nome (Berlusconi, Renzi, Salvini, Grillo e i 5 stelle) volendo a tutti i costi non guardare le origini del disagio che questi nomi avevano, per convinzione o convenienza, sfruttato elettoralmente. Soprattutto richiede la legittimazione reciproca e non la demonizzazione dell’avversario, che è stata spesso sfruttata soprattutto a sinistra (mai Berlusconi, mai Salvini) per mascherare la pochezza dei contenuti. Il governo Conte 2 è la massima espressione del “contro“, senza alcun contenuto o visione del cosa si deve fare proprio per l’impossibilità di conciliare visioni così diverse senza perdere credibilità nei partiti che lo sostengono.

Per fare alcuni esempi: bisognerebbe riconoscere che l’immigrazione è un problema ineliminabile per almeno una generazione e va gestito attivamente e con lungimiranza, non fingere che le criticità non esistono e che dobbiamo accogliere tutti perché “è giusto così”. Bisognerebbe riconoscere che l’equità sociale e il Sud sono un problema serio e indifferibile e non fingere di studiarli e lasciare tutto come prima. Bisognerebbe infine riconoscere che la politica del tassa, indebitati e spendi non è più attuabile e che quindi ogni redistribuzione di ricchezza può avvenire solo in condizioni di creazione di ricchezza sostenuta.

Riconoscere questo è incompatibile con i dogmi di movimenti politici che sono cresciuti per slogan e opposte semplificazioni, che prediligono l’urlo da comizio all’analisi lucida, la banalizzazione del problema (che sia chiudiamo le frontiere, facciamo la patrimoniale o tassiamoli tutti) allo studio di soluzioni fattibili dentro i vincoli di sistema. Viviamo in un’epoca in cui la politica ragiona con un orizzonte di 3 mesi e i risultati si vedono. Gli ultimi 2 governi sono stati il massimo del trasformismo con programmi inconciliabili, visioni del mondo agli antipodi e quindi un inevitabile immobilismo capitanato da un primo ministro che non ha un progetto di Paese credibile ma è straordinario nel parlare a vuoto per 45 minuti con esortazioni e promesse generiche e condivise purché non tocchino temi sensibili (Mes, scuola, referendum e molti altri).

30 mesi persi in cui nessuno dei grandi problemi del Paese (giustizia, burocrazia, sviluppo economico , questione meridionale, famiglia, demografia, scuola, produttività) è stato minimamente affrontato e nei quali peraltro si sono accumulati ulteriori sussidi e bonus a debito costosissimi (quota 100, reddito cittadinanza, Alitalia, Ilva, sussidi Covid estesi anche a chi non ne aveva bisogno) sempre in ottica di raccogliere consenso. “Kick the can down the road”, dicono gli inglesi, dare un calcio al problema senza affrontarlo. Grandissime (ancorché patetiche nella sostanza) trovate comunicative (commissione Colao , Stati generali, progetti e dpcm da 230 articoli) e nessuna realizzazione concreta degna di nota.

Adesso la festa è finita. Arriva l’autunno e porta la scuola, le aziende e i loro problemi, la sanità, il fisco prepotentemente in agenda. La capacità attuativa modestissima unita al disagio di una ripartenza che si prospetta più lenta e faticosa del previsto sfocerà in disagio sociale e protesta rumorosa. È facile prevedere che questo esecutivo non reggerà a lungo la pressione, ma al momento sembrano mancare le condizioni perché subentri un nuovo patto sociale che molti auspicano.

Il nuovo patto sociale – A me pare che il nuovo patto sociale debba essere improntato sul rovesciamento della cultura del “diritto”, cui c’è la necessità di contrapporre una cultura del “dovere” nuova e pervasiva. Che deve prevedere il rispetto reciproco tra visioni diverse all’interno però di un quadro condiviso. Nel quadro condiviso metto una politica estera chiaramente atlantica e genuinamente occidentale, l’accettazione del libero mercato come elemento chiave di sviluppo economico, la visione dello stato come regolatore, e non attore,dell’attività economica. Credo siano premesse condivise dalla vasta maggioranza del Paese, ma non è così per una significativa parte del governo di oggi, il che pone un tema di rappresentanza latente.

In questo quadro generale abbiamo però il dovere di assicurare una comunità solida ed equa ai nostri figli, in cui i migliori non siano quasi costretti a emigrare per crescere e sviluppare i loro talenti. Abbiamo il dovere di lasciare alle prossime generazioni una società che non sia strangolata da debiti insostenibili, da un sistema giudiziario inefficace, da una burocrazia paralizzante. Insomma dobbiamo per una volta metterci tutti insieme e, per citare Robert Kennedy, ripensare a cosa faremo noi per lo Stato e non a cosa farà lo Stato per noi.

Come si può nel concreto, ed evitando lo slogan facile, realizzare un simile patto sociale? Non credo più a un partito politico che prenda voti su queste basi. O meglio: un partito o più partiti che si riconoscono in questa visione della comunità emergeranno e potranno raccogliere consenso, ma la partenza deve essere nelle unità minime che fondano i principi del nostro essere comunità. Credo che a mettere radici sarà la pianta che germoglierà dai semi piantati nella famiglia, nella scuola e nei luoghi di lavoro.

– La famiglia. Gli elementi su cui si dovrebbe tornare a credere sono almeno 3: il dovere allo studio, il senso civico tra cui anche un nuovo e maggiore rispetto dell’ambiente, l’osservanza della legge come regola di comunità. I miei genitori mi hanno insegnato che prima di qualsiasi altro elemento di possibile discussione su qualsiasi aspetto della vita esisteva il mio dovere allo studio e all’impegno. In Italia il diritto allo studio è più che assicurato, mentre troppo poco si parla del dovere.

Sarebbe utile tornare a dire in tutti i consessi che chi non studia, non si impegna o non è in grado di ottenere risultati scolastici minimi deve andare a lavorare. Non ha alcun diritto di tirare a campare nelle scuole con manifesto disinteresse o, peggio, dando cattivo esempio. Dopo la scuola dell’obbligo la bocciatura è un elemento di meritocrazia, di creazione di un ascensore sociale per i meritevoli e in generale di educazione civica al rispetto e al premio per l’impegno. La scuola superiore o universitaria non deve essere un diplomificio dal valore sempre più fasullo. Questa cultura non può che emergere dalla famiglia ed è l’opposto della pessima deriva post-sessantottina al 6 politico mascherato da diritto allo studio.

Rispettare le leggi e la comunità oltre che l’ambiente è una regola di vita che si apprende in famiglia attraverso l’esempio continuo del rispetto delle regole. Pagare le tasse in modo corretto, fare raccolta differenziata dei rifiuti, e in generale rispettare anche chi ha idee contrarie alle nostre sono valori che vengono dalla famiglia e dall’esempio. Sradicare dal principio il vezzo italiano alla “interpretazione delle regole” è una forma di patto sociale a cui da subito la famiglia può contribuire. Abbiamo visto come per 2 mesi tutti ci siamo attenuti a regole anche se a volte difficili da condividere (il “congiunto” di buona memoria, così come l’inseguimento dei runner o i 250 metri per il cane). Quindi non è vero che gli italiani siano ingovernabili. Basta forse avere il buon senso di definire regole certe e se possibile non cervellotiche. I ragazzi, peraltro, adorano avere il senso di contribuire a creare un mondo nuovo e migliore, non solo andare in discoteca. Diamo loro la possibilità attiva di farlo.

– La scuola. Sulla scuola italiana sono stati scritti fiumi di parole ma mancano a mio avviso 3 elementi chiave su un impianto complessivo non così modesto come viene descritto. Il primo elemento è una chiara, netta a profonda svolta meritocratica sia per chi insegna sia per chi impara. Ci sono modi (ad esempio i test Invalsi) per misurare il livello di apprendimento a vari livelli. Gli insegnanti maneggiano la materia prima più preziosa che abbiamo, i nostri ragazzi, ed è inutile anzi dannoso sostenere che tutti sono uguali. Tutti devono avere le stesse opportunità, ma chi si impegna e studia, così come gli insegnanti che svolgono il proprio compito con passione e capacità, non possono essere confusi con studenti lazzaroni e insegnanti incompetenti. Misurare la performance e premiarla è un dovere per dimostrare che studio, impegno e capacità danno risultati, e che si può emergere senza essere figli di chissà chi.

Analogamente gli insegnanti meritevoli devono essere adeguatamente premiati, anche economicamente, e distinti da una minoranza peraltro non trascurabile di insegnanti che concepiscono il lavoro come una specie di sussidio senza alcun dovere, magari giustificato da un compenso relativamente modesto. Esemplificativo adesso è il rifiuto di presentarsi a scuola per addotti motivi di salute in percentuali del tutto sconosciute per l’impiego privato (dove si rischia il posto). Non è però accettabile che un insegnante meritevole abbia problemi di sopravvivenza economica, specie nelle città del nord dove la vita è più costosa. Vanno aumentati in modo cospicuo gli stipendi, da ridistribuire per capacità e costo della vita secondo i principi che ogni azienda privata riconosce sul mercato. Nello stesso tempo devono emergere criteri di misurazione della performance anche per chi insegna. Si deve dare di più e pretendere di più dalla scuola. Tutto questo programma di meritocrazia viene ferocemente osteggiato dal sindacato e quindi appare di difficilissima realizzazione. Ma è la base per un vero rilancio della nostra scuola.

Il secondo elemento è una spinta rapida e forte alla modernizzazione del curriculum attraverso l’introduzione di strumenti di apprendimento e logiche digitali, una maggiore diffusione e qualità di apprendimento della lingua inglese e l’inserimento di tecniche di problem solving più moderne. Servono computer, insegnanti digitalizzati in modo evoluto, un numero maggiore di docenti di inglese e qualche miglioramento del curriculum su tecniche più avanzate. Tutto realizzabile anche in tempi rapidi senza grandissime resistenze. Ma servono capacità organizzative e una certa flessibilità dell’impiego pubblico oggi apparentemente inesistenti. La scelta dei banchi a rotelle è invece il cimento con cui abbiamo scelto di dare esempio su come investire nella scuola.

Il terzo elemento è la spinta alla creazione di scuole di apprendistato più vicine al mondo del lavoro per chi non entra nell’imbuto dell’istruzione universitaria. Il numero di laureati italiani specie nelle discipline scientifiche è troppo basso, ma ancora più drammatica è la pressoché totale carenza di apprendistati su mestieri necessari e utili che non necessitano di istruzione universitaria. Anche in questo caso resistenza modesta ma organizzazione e progettualità devono essere efficaci, cosa per nulla scontata nella burocrazia pubblica.

– Le aziende e i luoghi di lavoro. Questo è forse l’elemento di maggiore discontinuità. Bisogna uscire da una logica di contrapposizione tra lavoro e capitale tipica del fordismo del novecento, radicalizzata dal marxismo oggi defunto e portata avanti da un sindacato vecchio e nemmeno troppo amato dagli stessi lavoratori. Nel nostro secolo e nei prossimi 30 anni lavoro e capitale collaborano strettamente e non esiste alcuna prospettiva di indipendenza tra le 2 parti. Esistono semmai buoni e cattivi imprenditori e lavoratori molto qualificati, performanti e appassionati (la grande maggioranza) così come lavoratori che cercano il cavillo per non lavorare e percepire ugualmente lo stipendio.

Nel mondo moderno i buoni imprenditori cercano e incentivano i buoni lavoratori a cui garantiscono protezioni maggiori di quanto previsto dalla legge perché temono di perdere le loro competenze e la loro attitudine al lavoro. Per contro i cattivi imprenditori (evasori fiscali, cacciatori di sussidi statali o peggio di privilegi “comprati” dal settore pubblico) sono indifferenti alla qualità della forza lavoro, perché il loro successo economico si basa su altri fattori. La conseguenza diretta del nuovo mondo è che la presunta protezione della parte debole del rapporto, cioè i lavoratori, è pressoché esclusivamente finalizzata alla protezione dei lavoratori meno produttivi e più parassitari proprio perché il lavoro “buono” è più che protetto dal buon imprenditore oltre qualsiasi legge.

Il nuovo patto sociale deve quindi prevedere una partecipazione diretta del lavoro “buono” sia ai risultati dell’impresa, sia all’informazione sulle scelte industriali e strategiche. I massimi successi in ambito industriale negli ultimi 30 anni sono stati raggiunti nei modelli tedeschi e giapponesi in cui questo tipo di partecipazione del lavoro all’impresa è stato attuato. Ugualmente non è un caso che l’esplosione di clamorosi successi imprenditoriali digitali sia pressoché univocamente concentrata negli Usa dove la partecipazione al capitale della componente lavoro in modo massiccio è prassi consolidata.

Questo patto che riunifica lavoro e capitale “buono” e lascia indietro lavoro e capitale “cattivo” necessita però di un sindacato e di una imprenditoria illuminata, lontanissima dagli stereotipi ancora oggi dominanti. Non si vede purtroppo alcun segno in questo senso a livello nazionale, quindi ancora una volta la rivoluzione deve avvenire dal basso con accordi aziendali singoli dove questi principi vengano riconosciuti. Basta lasciare libertà o meglio incentivare simili accordi che, se di successo, diventeranno prassi. Libertà, non obbligo, è la chiave della rivoluzione dei rapporti capitale-lavoro.

Come fare – Un nuovo patto sociale che coinvolge famiglia, scuola e luoghi di lavoro non può essere imposto, e credo non sarà frutto di un singolo partito o di un movimento politico. Richiede un vastissimo coinvolgimento dei cittadini a livello personale, ovviamente nelle famiglie e poi a scalare nelle scuole e nelle aziende. Quindi richiede un impegno anche personale di chi in questo patto crede e di chi pensa che sia indispensabile per fermare il progressivo inevitabile declino verso una società divisa, impoverita e senza prospettive per i giovani.

La tecnologia e la digitalizzazione è la vera opportunità che si offre per formare questo movimento di opinione così come è stata l’occasione per la tragedia populista di questi ultimi 10 anni. L’utilizzo dei social network non è prerogativa unica di agit-prop ed ex comici, ma può diventare il mezzo con il quale la maggioranza silenziosa delle famiglie, dei giovani, dei lavoratori e dei buoni imprenditori prende posizione e incide sul tessuto sociale. Forse nell’epoca dei social media i movimenti di opinione devono superare i partiti, che si dovranno adeguare questi anziché il contrario. Però dobbiamo tutti impegnarci e manifestare le opinioni, i pensieri e anche aderire o meno a campagne di opinione promosse da altri.

L’occasione del referendum è più unica che rara. Votando per il No passa un messaggio alla cattiva politica e anche all’ignavia di chi per calcolo di convenienza non si schiera (e sono tantissimi purtroppo). Sarebbe un messaggio clamoroso e fragoroso per tutti se la maggioranza dei votanti dicesse forte e chiaro che non ci interessa sbandierare contro la casta senza alcun contenuto, ma ci interessa piuttosto che il Parlamento faccia ciò che è giusto per i nostri figli. Costi quello che costi e se vogliamo proprio fare qualcosa per ridurre i privilegi riduciamo del 33 per cento non il numero ma i compensi dei parlamentari e introduciamo davvero il vincolo di 10 anni per gli incarichi politici così da scongiurare il trasformismo.

Dipende da noi e dalla consapevolezza che nessuno ci potrà aiutare se non noi stessi all’interno della collettività. Il 2020 è un anno di svolta epocale. Se cogliamo l’attimo possiamo cambiare rotta. Se continuiamo con le vuote promesse del passato siamo destinati al fallimento. Ci sono debiti buoni e cattivi, come ci ha ricordato di recente Mario Draghi, imprenditori buoni e cattivi, lavoratori buoni e cattivi, politici buoni e cattivi. Proviamo a distinguere biblicamente il grano dalla zizzania e a non farci abbindolare da concetti desueti per cui si usano stereotipi antichi e generici. Lo richiede la straordinarietà dei tempi, la rapidissima evoluzione digitale in corso e anche l’orgoglio di essere italiani, il popolo che al mondo ha dato arte, cultura e bellezza.