La Grande RecessioneDi cosa parla Nomadland, il film che ha vinto il Leone d’Oro a Venezia

Un racconto commovente dedicato ai i dimenticati che resistono dopo aver perso tutto e sono in cerca di un’alternativa. Molte sono donne, sopra i cinquanta anni. Simpatiche, disilluse, burbere. Nessuna può permettersi di andare in pensione. Ma il lavoro non c’è

Fotogramma

Facciamo di “Nomadland” una bandiera. Un’idea di sguardo su vite interrotte, riprese, percorse. Facciamo di “Nomadland” un canto. Quello intonato sulle note di Einaudi che ne accompagna le immagini. Facciamo di “Nomadland” il nostro film. Non solo quello di una Mostra del Cinema di Venezia che nella sua eccezionalità ha deciso, come previsto, di premiarlo Leone d’Oro.

Potreste non conoscere la regista. Si chiama Chloé Zhao, viene da Pechino, ma anche da Londra e Los Angeles. Il suo è davvero un percorso verso ovest. Come quello delle vite di frontiera che così bene sa raccontare. Il sentimento, tipicamente americano, di muoversi alla scoperta nell’ignoto di paesaggi incontaminati. In questi luoghi ci ha diretto “The Rider”, cowboy movie sulla vita di un domatore di cavalli sopravvissuto a un terribile incidente. Al centro c’era la mascolinità (spoiler: è tossica) e un mondo contemporaneo ma segreto. L’America celata tra le due coste, dove il tempo scorre diverso, Chloé Zhao la ripercorre anche in “Nomadland”. Ma con una vitalità in più.

Frances McDormand è Fern e vive su un Van chiamato «van-guarde». Si sposta di continuo, dove la porta il clima, il lavoro, l’istinto. È una donna straordinaria come la sua attrice. Simpatica a tutti, riesce a stringere relazioni ovunque parcheggi. Sono conoscenze brevi ma intense. Le viviamo come una carrellata di umanità, a cui siamo costretti a dire addio a intervalli regolari. Chi sceglie questa vita ha un piano e non si può fermare. «Ci vediamo sulla strada» si ripetono a ogni saluto. 

“Nomadland”, che è un’elegia a queste vite nascoste, parla del vuoto che segue gli incontri. Uno degli uomini a cui Fern si affeziona lungo il viaggio le regala un sasso forato al centro. Poco prima avevamo scoperto che in quella fetta di terra molte rocce recano i segni di bolle d’aria esplose nel tempo. Quando Fern porta il sasso davanti agli occhi Chloé Zhao stacca e siamo in soggettiva. Il mondo è diverso osservato dai vuoti degli addii.

La poesia di “Nomadland” arriva sempre al momento giusto. Quando un totale sull’orizzonte incontra il volto di Fern. La regia della Zhao è facile nell’eccedere sul paesaggio. Più difficile è invece una fotografia che restituisca il mistero di queste lande. “Nomadland” riesce in un equilibrio raffinato. Nell’approccio estetico, sempre curato, si inscrive un documentario dedicato alle vite di donne e uomini in viaggio. 

Il film nasce dal saggio di Jessica Bruder, “sopravvivere nell’America del ventunesimo secolo”. Un racconto commovente dedicato a chi, perduto il lavoro nella Grande Recessione, ha lasciato tutto in cerca di un’alternativa. Una nuova occupazione, ma anche un mondo lontano dalla «dittatura del dollaro». Alcuni dei nomadi mostrati nel film non sono attori. Linda May, Swankie e Bob Wells si raccontano davvero, rendendo il film un documento di valore umano e storico. 

Molte sono donne, sopra i cinquanta. Simpatiche, disilluse, burbere. Nessuna può permettersi di andare in pensione. Ma il lavoro non c’è. “Nomadland” ci rivela i dimenticati che resistono. Un veterano di guerra racconta di soffrire di disturbo post traumatico da stress. In assenza di un sistema sociale capace di aiutarlo, vivere viaggiando diventa una cura. Il film inizia nei magazzini di Amazon. Viene in mente lo splendido “Sorry, we missed you” di Ken Loach. Ma a Fern basta un impiego. «Mi serve lavoro, mi piace lavorare». Con la sua forza, il suo dolore, Fern è il personaggio perfetto da cui esplorare queste vicende. Semplice ma efficace attacca senza remore n agente immobiliare: «incentivate le persone a indebitarsi per compare una casa che non possono permettersi». 

“Nomadlandcompie un tragitto vicino al mito americano. L’individuo al centro, capace di costruirsi «altri modi di vivere». Ma il film della Zhao non si formula come leggenda e dialoga con la società. Fern è costretta a cambiare vita dopo il crollo economico di una città aziendale del Nevada. Il film, ambientato intorno al 2012, interagisce con un malcontento che si ripiega nelle grandi idee della frontiera. Nonostante questo, “Nomadland appartiene anche noi. Nei paesaggi commentati dalla musica Einaudi, con insistenza anche ridondante,  c’è un universo dove casa è «qualcosa che ti porti dentro».

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