Tra i favoriti per il Leone d’OroLa polemica su “Notturno” il documentario di Rosi che racconta la guerra come esperienza estetica

Il film del regista italiano avrebbe la colpa di trasformare in bellezza la sofferenza dei luoghi devastati dai conflitti nel Medioriente. Una scelta audace che mette in discussione i nostri canoni, anche etici

Dalla proiezione di “Notturno” si esce un po’ confusi. Chi erano quei personaggi senza nome? Quali luoghi ci mostra? Ma soprattutto: quando mai un documentario sulle zone di guerra ha avuto una cura dell’immagine così esasperata? In sala qualcuno si è lamentato: «No non è così che si fa». Alla Mostra del Cinema di Venezia, dove Gianfranco Rosi gareggia per il Leone D’oro, non si parla d’altro. Anche con qualche contraddizione.

Contesto: alla prima proiezione aperta al pubblico, “Notturno” è stato accolto con dieci minuti di applausi. Per mettere in prospettiva, “Joker” ne ebbe otto. Intanto, i voti della critica italiana lo premiano con i punteggi più alti. Per ora, il film di Gianfranco Rosi batte tutti. Persino i favoriti della stampa estera, come “Quo Vadis, Aida?”.

Eppure, al Lido si aggira uno spettro. Un «sì ma» che riporta il film di Rosi a polemiche affini al suo cinema. Nell’eccesso da Festival si arriva all’assurdo: «Arrestate Rosi» recita un foglio di protesta affisso alla bacheca adiacente al palazzo del Casino. L’accusa: estetizzare il dolore. Capiamo perché.

“Notturno” arriva dopo un percorso preciso. Nel 2013 Gianfranco Rosi vince il Leone d’oro per “Sacro GRA”. Il film è un successo ma non si salva da alcune critiche. Racconta la vita attorno al Grande Raccordo Anulare. Per alcuni, la realtà di Rosi si piega al cinema. Segue “Fuocoammare”, sul dramma di Lampedusa. Lo stile è sempre quello, polemiche e lodi anche. Ora, Gianfranco Rosi torna da un viaggio lungo tre anni con un film sui confini tra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano. “Notturno” riferisce la tragedia di un territorio, ma a partire dai volti che lo abitano. Nessuna spiegazione o approfondimento. Solo luoghi, persone, azioni. Un progetto ambizioso che porta all’estremo lo stile studiato di Rosi.

Le inquadrature perfette a cui il film fa affidamento sono impressionanti quando a essere mostrato è il paesaggio. Il film vive in un momento crepuscolare. Come guardare il mondo tra le fessure delle dita. A lasciare interdetti alcuni è però il susseguirsi, sempre perfetto, puntuale, estetico, di esperienze umane. La sensazione, come sottolineano gli interrogativi che su Cineforum si pone Alessandro Uccelli, è che il dolore umano diventi un «oggetto cinematografico che ha l’esplicita ambizione di essere oggetto poetico». In pratica, “Notturno” vorrebbe essere bello prima che giusto. Un problema non secondario per un documentario.

Una scena tra le più discusse vede una madre piangere la morte del figlio nella prigione turca in cui ha trascorso gli ultimi giorni. L’attenzione di Rosi alla spettacolarità del dolore può fuorviare. Ma mentre Raffaele Meale, su Quinlan, parla di «immoralità del montaggio» e di «profonda riprovazione», Cristina Piccino sul manifesto loda la capacità di riportare al centro dell’immagine «i vissuti che sono sui bordi». Le ragioni del contrasto si interrogano su come la scena sia stata girata. In assenza di montaggio sarebbe un caso di realtà colta sul fatto. Lo stacco invece fa pensare a ciò che si costruisce tra un drammatico primo piano e un totale.

La geometria con cui Rosi entra nelle case «in bilico sull’inferno», nell’intimità sofferta di una madre o nei sogni traumatizzanti dei bambini sopravvissuti a Daesh, lascia pensare a recitazione e sceneggiatura. Infatti, fuori dalla sala sono in molti a chiedersi quanto ci sia di vero. Nel tentativo di riproporre la realtà, il cinema la negherebbe. Qualcuno a fine proiezione esprime disappunto: «Una schifezza immonda». Ancora una volta gli eccessi da Festival.

Ma il dibattito non è nuovo. E non si risolve con Rosi. I “quanto” e i “come” partecipano alla formazione delle nostre opinioni cinematografiche in maniera significativa. Quando poi si parla di raccontare il dolore, “troppo” risulta essere una risposta perdente. Indiewire, che al film consegna un’A e una lunga analisi, chiude affidandosi al dubbio. «Chi lo sa se il film supera il limite?». In ogni caso, «le qualità di Notturno son chiare come il giorno».

Interrogarsi su “Notturno”, e interrogare Rosi, rimette al centro lo statuto dell’immagine. «Quando è troppo è troppo» è una formula sbrigativa che non può significare molto. Perché nella bulimia mediatica in cui viviamo Rosi compie un gesto sovversivo. Pulisce il film dal chiacchiericcio televisivo. Mette in muto e sopprime il “troppo” a cui il Medio Oriente è costretto in narrazioni sempre uguali.

Allo stesso tempo, in “Notturno” il dolore che abita questi territori cerca con insistenza di imporsi universale. Per farlo, il documentario piego la realtà e la offre in immagine.

I due estremi si incontrano in un approccio spettacolare. Lo stesso che è ormai di qualunque film non documentario.

Su film tv, Roberto Manassero scrive che è «il limite di uno sguardo che per comprendere la Storia non conosce altro modo che riallestirla ridistribuendone le macerie».

C’è una scena che arriva allo spettatore come un riassunto. Un ragazzo guada il fiume. La canoa si avvia all’orizzonte e fende il primo strato d’acqua. Residui di foglie si aprono per rivelare il colore delle onde. È una ferita aperta. Ma anche uno scorcio attraverso un brodo bituminoso. Entrambe le possibilità parlano di “Notturno”.

Il nostro distacco è scosso dalla bellezza che si rivela quando lo sporco è tolto di mezzo. Il fiume è lo stesso, ma aperto per lo spettatore. Come il dolore della madre montato secondo un gusto moderno. Per molti è intollerabile, ma non arrestate Rosi. Perché la sua estetica parla di noi.

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