La solitudine del Lido Il Festival del cinema di Venezia è l’unico luogo in Italia dove non si parla di Covid

La 77° mostra d’arte è il primo grande evento internazionale dopo il lockdown. Molti guardano con attenzione all’organizzazione sperando che il modello possa essere replicato. Nelle sale si aggira il furbetto della prenotazione, non c’è mai un distributore di disinfettante vuoto e nemmeno uno con lo stesso aroma

Tiziana FABI / AFP

Venezia77 richiede distacco. Troppo chiacchierata, la nuova edizione della Mostra del Cinema porta il peso di aspettative inappagabili. Lo chiamano «il festival della ripartenza», o «Venezia anno zero». Sono gli epiteti a occupare i posti vuoti delle sale contingentate. Ma la sensazione è che come per “Tenet”, discusso film di Christopher Nolan, si stia cercando un messia. L’Evento redentore di un anno disastroso. Il Festival non è niente di tutto questo. Ovviamente. Ma è forse il primo momento pubblico che dia un senso al mantra del «convivere con il virus».

Dicevamo, distacco. O distanza, come previsto dal Decreto della presidenza del Consiglio dei ministri. Quindi, lasciato alle spalle il Palazzo del Casinò, prendiamo uno degli accessi per la spiaggia. Le forze dell’ordine all’entrata non ci chiedono nulla. Quest’anno il nemico è un altro. E non si può nascondere in borsa. Lo abbiamo scritto in faccia, a leggerlo sono i termoscanner che perimetrano l’accesso al Festival.

Mai come in quest’edizione la spiaggia del Lido sembra un posto esclusivo, ma non per i soliti motivi. Tolta la mascherina, obbligatoria in sala e negli spazi adibiti a pubblico e stampa, arriva il vero assente dell’edizione: l’ossigeno. «Non ce la faccio più» ci dice un accreditato che ci si è rifugiato come noi. Lavora qui perché «la sala stampa è troppo fredda». Al nono giorno di Festival è l’aria condizionata la vera antagonista. «Finisce che mi ammalo e mi mandano a fare il tampone».

Non mancano i soliti soprammobili umani che stanno bene su qualsiasi galà del Lido. Vestiti di tutto punto, non sia mai ci sia un fotografo in giro. Non si capisce mai dove vadano, ma ci sono sempre. Anche quest’anno in cui feste ed eventi collaterali sono stati annullati. I film italiani in concorso? Meh. «Ho la Emma Dante in Sala Grande, speriamo sia bello almeno questo». Fiore all’occhiello del Direttore Artistico Alberto Barbera assieme all’incremento di registe donne. Quest’anno quasi quante gli uomini (8 su 18).

Per il programma si era citato Bob Dylan e parlato di «moltitudini». Il cantante compare anche in un film che al Lido è fuori concorso: “Salvatore”, il documentario di Luca Guadagnino dedicato a Ferragamo. Il premio Nobel avrebbe detto che «non si vive per trovare se stessi, ma per creare se stessi». Vale anche per i Festival probabilmente. Soprattutto in un anno in cui creare dal nulla diventa un obbligo.

Le soluzioni ideate per fronteggiare l’emergenza covid-19 hanno trasformato i volti del Festival. Potremmo tenere nota dei falsi incontri avvenuti tra Sala Darsena e Sala Grande. «Gianlu! Gianlu!», ma Gianlu non è. Incredibile quanti occhi si assomiglino da lontano. Oppure, potremmo classificare le sale del Lido per l’odore dei disinfettanti. In nove giorni non abbiamo mai trovato un distributore vuoto, ma nemmeno uno con lo stesso aroma. «Moltitudini», appunto.

Più dimessi sono invece i cartelli con le norme anti-covid. Sono l’elemento fantascientifico del Festival. Monoliti alla Kubrick, ma rossi come il Red Carpet e il vestito di Tilda Swinton in “The Human Voice”. Nessuno sembra leggerli («lavarsi le mani», «tenere la mascherina», «mantenere le distanze») ma la loro presenza serve a ricordare il contesto.

A sfidare dal primo giorno è il sistema di prenotazione online. Fino all’anno scorso «te mettevi in fila e speravi», riassume una signora sui settanta a cui riserviamo dei posti sulla piattaforma online, per lei «incomprensibile». Quando non entriamo alla proiezione di “Amants” perché internet ci ha abbandonati urliamo allo scandalo. Alla programmazione successiva vediamo il film e capiamo che era stato un avvertimento del destino.

L’organizzazione però funziona e il contingentamento è assicurato. Tutti, per la prima volta nella storia di un grande Festival europeo, hanno un posto assegnato. Non mancano i problemi: «Io mi sposto perché qui fa freddo» (ancora lei, l’aria condizionata). «Signora stia ferma». Il dibattito si chiude sulla parola proibita: «Se qualcuno contrae il covid dobbiamo chiamare le persone accanto».

Quando chiediamo ai responsabili delle sale se la prenotazione ha semplificato il loro lavoro scoppiano a ridere. «No, per niente». Ora non devono più gestire le lunghe file delle edizioni precedenti ma «inseguire le persone che non mettono la mascherina». Lo chiamano un «inferno» perché «è come essere all’asilo ma con dei veri bambini».

La comodità di accesso non ha precedenti. Anche se la sensazione è che il Festival ne esca come limitato. Non si può entrare in una sala per curiosità o perché si è liberato del tempo. Senza prenotazione non si fa nulla. Ognuno ha il proprio palinsesto e vietato fare zapping. Ma il sistema è già normalità. Così, nella fauna da Festival si aggira un nuovo essere: “Il furbetto della prenotazione”. Chi si prenota a tutto ma non disdice mai se non si presenta. Il Direttore Barbera ha riferito del progenitore di questa nuova specie. Un giornalista che avrebbe prenotato 48 proiezioni in sei giorni. «Quando c’è l’amore c’è tutto? No, chell’è la prenotazione».

È probabile che in un futuro senza monoliti anti-covid la prenotazione resterà. A cambiare si spera sia invece il numero di partecipanti. Non servono i dati ufficiali per vedere che il Lido è più spoglio delle passate edizioni. Oltre ai giornalisti, manca il pubblico. Anche quello occasionale attirato dalle stelle del cinema. Quest’anno infatti il Red Carpet è blindato per evitare assembramenti. Dopo anni che la politica mondiale parla di muri è il covid a innalzarne uno. Ma c’è chi non ci sta e nonostante i controlli si addentra in zona Festival per sbirciare tra le fessure della barriera. «Ehy quello è Favino!», dice. Era Salvini.

È Venezia a soffrire di più l’assenza di pubblico. Una intermediaria che trova case per i giornalisti ci parla di una città esclusa. «La kermesse è solita coinvolgere la città e tutto gira intorno al circo del Festival». Quest’anno le cose sono diverse. A risentirne sono anche gli affitti. «Durante questi giorni i proprietari sfruttavano la situazione all’inverosimile». Il calvario è noto. A questo giro però «moltissimi appartamenti sono rimasti vuoti e finalmente i prezzi sono calati». Anche noi, per la prima volta, alloggiamo al Lido. La differenza c’è, ed è tanta. «Un appartamento con quattro posti letto, un bagno, cucina e senza Wi-Fi costava trecento euro a notte per un minimo di dieci notti».

Le case si assestano a prezzi in linea con le disponibilità di un pubblico più ampio. In difficoltà è però la realtà dello street food che popola il perimetro del Festival. I chioschi, che occupano spazi concessionati dal Comune e dalla Biennale, raccontano di non essere stati avvisati in tempo della chiusura del Red Carpet. E di conseguenza di una minore presenza di pubblico.

I giornalisti più navigati parlano del «Festival più strano mai visto». Un freelance inglese ci riferisce che tutti hanno gli occhi puntati su Venezia. Il modello Lido potrebbe fare storia. Con stupore di una parte d’Europa. Perché quando chiediamo a Christian Petzold, regista tedesco membro della giuria del Concorso, cosa ne pensi del Festival ci riferisce che «in Germania credono che gli italiani non sappiano organizzare nulla». Eppure, promette, «questo evento saprà stupirli». Petzold, che il covid lo ha avuto, racconta «un’esperienza che non auguro ma che dimenticheremo». Secondo lui, quando tutto sarà finito andremo oltre. «Come quando ero piccolo e dopo essermi ammalato uscivo a giocare».

Qui di Covid, in verità, non si parla. È un’eminenza grigia. Salvo rari casi, le regole vengono rispettate. Al Lido ci si sente sicuri per davvero e si parla di cinema. Quasi una novità. Per Barbera la «pandemia darà il twist per un cinema migliore». Affermazione azzardata in cui non possiamo che sperare. Nonostante le promesse tradite di un’Italia che in concorso avrebbe dovuto sorprendere. In generale, tra caffè e recensioni si alzano cori di «Sì, ma», spesso di «Ma no!!». Rosi se li prende entrambi. Il suo “Notturno” solleva questioni estetiche difficili. Complicate quando nelle mascherine della stampa inizia a circolare meno aria. Il delirio, in vista del toto Leone, si diffonde.

Non resta che allontanarsi ancora. Il termoscanner, quando si esce dalla zona delle Sale, non si usa. Davanti all’Excelsior cerchiamo Cate Blanchett. Niente da fare, si dice stia ancora applaudendo Emma Dante. A lei “Le sorelle Macaluso” è piaciuto. La presidente di giuria non si fa vedere e oltrepassato l’hotel delle star i manifesti dei film si fanno strani. «Per dar voce al Lido!», «Salviamo Venezia». Giusto: le elezioni. Forse ci siamo allontanati troppo. Torniamo in sala.

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