Wishful thinkingIl Pd tifa Biden ma rifiuta l’idea che l’alleato grillino la pensi diversamente

Le presidenziali americane richiedono una scelta di campo netta, considerando le differenze tra i candidati. Conte è equidistante, mentre al Nazareno hanno tutti le idee piuttosto chiare, compresa l’illusione che i Cinquestelle non stiano con Trump

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C’è un tema che, almeno all’apparenza, non divide più di tanto il Partito democratico. Alle presidenziali americane del prossimo 3 novembre il candidato da appoggiare è indiscutibilmente Joe Biden, perché Trump è un pericolo e altri quattro anni con lui alla Casa Bianca rischiano di minare alla base la stabilità sociale degli Stati Uniti, le relazioni con i governi europei, e forse altro ancora.

È la posizione condivisa da tutti gli esponenti del partito guidato da Nicola Zingaretti alla domanda: chi dovrebbe vincere alle elezioni presidenziali di novembre?

Non potrebbe essere altrimenti, spiega la deputata dem Lia Quartapelle: «Noi siamo per la democrazia, quindi siamo per Joe Biden. Non potremmo mai sostenere un’amministrazione che ha spaccato il suo Paese, che non ha risolto problemi ma ne ha creati di nuovi, ha creato nuovi nemici nel mondo, ha destabilizzato il ruolo americano a livello globale».

Ma l’assunto non sembra così scontato per gli alleati di governo del Partito democratico, quei Cinquestelle che su tutte le questioni di politica estera tendono a tentennare: non è detto che gli esponenti del Movimento preferiscano l’ex vicepresidente di Barack Obama.

Linkiesta ha contattato molti deputati del Movimento cinque stelle, i quali però hanno preferito non sbilanciarsi, probabilmente in attesa di un’indicazione più precisa dai vertici del partito. «Sul tema preferisco non esprimermi», è stata la risposta più comune da parte dei parlamentari Cinquestelle. Anche perché formalmente il Movimento dovrebbe essere idealmente per il superamento del bipolarismo, e dire di essere vicini a Biden significherebbe rientrare in questa logica dicotomica.

Certo, qualcuno che si è schierato apertamente c’è. La deputata grillina Stefania Mammì dice che «di certo non voterei mai Trump, perché la sua politica ego-riferita, nazionalista, difensiva e antiplurale ha minato le origini democratiche del partito Repubblicano facendo confluire al suo interno le istanze più reazionarie del suprematismo bianco».

Ma la posizione predominante tra i Cinquestelle è quella espressa dal senatore Gianluca Ferrara: «Mi appassiona poco il tifo per l’uno o per l’altro candidato. Temo che l’elezione dell’uno o dell’altro candidato, purtroppo, non possa stravolgere l’avversione statunitense verso il paradigma del multilateralismo e di conseguenza verso una cooperazione più serrata tra i principali player internazionali su sfide comuni come il cambiamento climatico, la lotta al terrorismo e il contrasto al coronavirus».

Su questo non scegliere, però, la deputata dem Lia Quartapelle prova a stigmatizzare, e a far notare come «oggi, a settembre 2020, molti esponenti del Movimento cinque stelle si siano resi conto che non vale la pena continuare a strizzare l’occhio al populista Trump».

Dello stesso avviso anche l’europarlamentare del Partito democratico Pierfrancesco Majorino, che sull’alleanza con i Cinquestelle è sempre stato più dalla parte del sì che da quella del no. «Sono un sostenitore accanito dei Democratici e di Biden, e sono convinto del fatto che non ci possa essere neutralità: ovvero non ci può essere nessuno sostegno a Trump da nessuna delle forze che sostengono il governo italiano» spiega Majorino. «Non ci può essere alcuna ambiguità: perché siamo di fronte a un laboratorio, quello di Trump, autoritario a antidemocratico totalmente incompatibile. È proprio una discriminante, altrimenti non si riesce a capire l’accanimento verso Salvini».

Un’ambiguità che non più tardi di due anni fa non c’era neanche per i Cinquestelle, solo che all’epoca Alessandro Di Battista definì Trump «un presidente migliore di quel golpista di Obama». E poi ancora: «L’Italia lo segua».

Il costituzionalista e deputato dem Stefano Ceccanti, invece, sottolinea l’importanza delle elezioni statunitensi in quanto «le democrazie occidentali funzionano come vasi comunicanti: quello che accade in una, tanto più nella più importante, incide fatalmente sulle altre», al tal punto che «si potrebbe persino arrivare a dire, facendo una provocazione, che incide così tanto su di noi che dovremmo votare anche noi per le presidenziali americane».

Mentre sugli alleati avvisa: «Teniamo conto che il Movimento 5 Stelle ha già cambiato posizione sulla Ue: era partito da una posizione contraria e poi ha votato per la Presidente della Commissione Von der Leyen, quindi non escludo che possa accadere anche per il rapporto con gli Stati Uniti», spiega il deputato.

Certo, l’alleanza di governo – non è un mistero – nasce da un’opportunità politica, non da una convergenza di opinioni: le visioni contrastanti tra le due fronde partitiche al governo ci sono, così come all’interno del Partito democratico alcune voci sono più nette di altre. Come dimostrano le parole dell’ex segretario Maurizio Martina: «Spero vinca Biden, e spero che l’America torni ad avere una guida lungimirante dopo quattro anni difficilissimi. Per quanto mi riguarda non c’è nessuna ambiguità nella scelta, e trovo che altre posizioni non sono assolutamente condivisibili».

Ma era stato lo stesso premier Giuseppe Conte pochi giorni a dichiarare: «Non voglio entrare nella competizione elettorale americana né voglio formulare auspici o previsioni. Comunque vada, si parla di due nazioni, Italia e Stati Uniti, che hanno una integrazione, delle forme di collaborazione così intense, che non cambierà molto». Una frase difficile da conciliare con le vedute dei dem, ma in generale chiunque oggi risulta difficile pensare che non ci sia differenza tra un secondo mandato di Trump e il ritorno alla Casa Bianca dei democratici.

Per il deputato del Pd Emanuele Fiano, infine, è utile tracciare una linea di separazione netta tra chi non ha mai rinunciato a dichiarare il suo sostegno all’attuale capo della Casa Bianca e chi adesso ha posizioni differenti. «Possiamo accostare il centrodestra italiano, quello degli slogan “Prima gli italiani”, all’America First di Trump. Ma non il Movimento cinque stelle, che da quando è al governo con noi ha modificato in parte le sue posizioni. Un esempio sono le parole di Di Maio nei confronti del ministro degli Esteri cinese sulla necessità di salvaguardare Hong Kong. Diciamo che alcune cose mi sembrano un po’ cambiate tra i Cinquestelle».

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