Contro l’erosione dello Stato di dirittoIl Parlamento europeo stringe la presa sulla Polonia

Nella sessione plenaria la camera voterà una risoluzione con cui chiede a Consiglio e Commissione di intervenire nei confronti del governo di Varsavia con l’articolo 7, l’opzione “atomica” per sanzionare i Paesi membri che infrangono i valori chiave dell’Unione. Il rapporto presentato evidenzia chiari segnali di regressione democratica

«Non voglio più sentire la parola dialogo. Abbiamo dialogato per dieci anni con Orbán e questo è il risultato. Dialogo significa impunità». Le parole di Sophia in ‘t Veld, deputata liberale olandese, esprimono bene il tono dello scontro in atto fra il Parlamento Europeo e il governo della Polonia. Questa settimana a Bruxelles verrà messa ai voti una risoluzione con cui l’emiciclo esorta Commissione e Consiglio Europeo a procedere con l’articolo 7, l’opzione “atomica” per sanzionare gli Stati membri che infrangono i valori dell’Unione europea.

Il rapporto presentato dalla commissione Libe (Libertà Civili e Giustizia) del Parlamento non lascia spazio a dubbi. Dalla Polonia arrivano «prove schiaccianti» di una breccia nello Stato di Diritto, compresi seri rischi per l’indipendenza della magistratura, storture nei processi legislativi ed elettorali e minacce ai diritti fondamentali della popolazione.

«C’è uno Stato dell’Unione europea che si mostra ribelle al diritto europeo», spiega a Linkiesta il responsabile del rapporto, Juan Fernando López Aguilar, socialista spagnolo presidente della Commissione Libe.

Uno dei punti focali è l’erosione della cosiddetta rule of law, la complessa architettura di norme che regolano l’esercizio del potere, da parte del partito di destra conservatore al governo dal 2015.

Da allora il PiS (Diritto e Giustizia) ha orchestrato una riforma della giustizia volta a rendere la magistratura sempre più dipendente dal potere politico, ad esempio attribuendo al Sejm (la camera bassa del Parlamento polacco) l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura o istituendo una camera disciplinare nella Corte Suprema.

Accanto a queste considerevoli preoccupazioni, i relatori ne esprimono altre sulla libertà di espressione nel Paese (la Polonia è 62esima nel World Press Freedom Index), sulla violenza di genere (il governo vorrebbe ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul) e sulla crescente intolleranza verso le minoranze, in particolare nei confronti delle persone Lgbti.

Su questo tema, il dibattito è stato infuocato durante la sessione plenaria in cui il report è stato presentato. Uno degli autori, il deputato lussemburghese Marc Angel ha parlato delle «paure che le persone Lgbti vivono in Polonia», bersagliate dai di discorsi carichi di odio dei politici e vittime della brutalità della polizia quando osano manifestare per i propri diritti.

In previsione del voto finale sul testo, previsto per giovedì 17 settembre, gli esponenti dei grandi partiti dell’emiciclo, popolari, socialisti, liberali e Verdi, si sono schierati compatti a sostegno della risoluzione.

Messi all’angolo, gli europarlamentari del PiS hanno risposto con particolare veemenza, come nel caso di Patryk Jaki: «Tutto quello che non è di sinistra per voi è contro lo Stato di Diritto. Vergognatevi». La verde tedesca Terry Reintke, invece, è arrivata a citare “Il Mercante di Venezia” di Shakespeare, rivolgendosi ai colleghi polacchi: «Guardatemi, non sono un’ideologia, sono una persona in carne ed ossa e voglio avere gli stessi diritti fondamentali degli altri. Smettetela di usare la comunità Lgbti in Polonia per la vostra disgustosa agenda politica».

La stessa Reintke, quotidianamente in contatto con le associazioni Lgbti polacche, ha organizzato il giorno seguente una manifestazione in loro sostegno. I parlamentari di vari gruppi politici, vestiti di diversi colori, hanno disegnato davanti all’entrata dell’edificio un arcobaleno simbolico.

«Il mancato rispetto della rule of law e dei diritti fondamentali delle persone spesso vanno di pari passo. La Commissione europea deve difendere i trattati e i valori dell’Unione», dice Reintke a Linkiesta, sottolineando come da queste circostanze deriva la credibilità dell’Europa. «Per molte persone che ci guardano da fuori, l’Unione è ancora un faro di libertà, democrazia e diritti. Ma dobbiamo rendere vera questa cosa anche per chi ci vive dentro».

Per lei, come per molti altri, la situazione attuale in Polonia è ormai intollerabile. Ma non è certo una novità: quella messa al voto è infatti la decima risoluzione dell’Europarlamento sul deterioramento dei valori democratici nel Paese.

Lo scontro è diventato frontale quando anche la Commissione ha cominciato a emettere procedure di infrazione riguardo alla riforma della giustizia polacca e, soprattutto, quando nel dicembre 2017 ha attivato l’Articolo 7, per la prima volta nella storia dell’Unione.

Questo meccanismo è universalmente considerato l’arma più potente in mano alle istituzioni europee in caso di deriva antidemocratica: prevede un lungo confronto con lo Stato membro in questione e il voto favorevole dei due terzi del Parlamento per arrivare alla fase finale della procedura, che può comportare anche la perdita temporanea del diritto di voto di un Paese.

A questo punto non si è ancora arrivati e, semmai ci si arriverà, sarà necessario superare un ultimo, impervio, ostacolo. «Siamo coscienti del fatto che alla fine di tutto questo processo sarà necessario il voto all’unanimità del Consiglio europeo», afferma López Aguilar.

Serve infatti che tutti i capi di Stato e di governo dell’Unione europea siano concordi nel “condannare” l’operato di un loro collega: un’ipotesi molto remota allo stato attuale delle cose, considerando anche la vicinanza e la comunanza di intenti ad esempio fra il leader de facto polacco Jarosław Kaczyński e quello ungherese Victor Orbán.

«Ma il Parlamento deve usare tutte le possibilità a sua disposizione, non farlo sarebbe una resa. Non siamo contro la Polonia, bensì rappresentiamo i polacchi in quanto cittadini europei e dobbiamo tutelare i loro diritti», conclude López Aguilar.

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