Contattare il disincanto “I segreti del giovedì sera” di Elvira Seminara è una finestra sulla Sicilia più magica e inaspettata

Nella prosa della scrittrice catanese tutto è fisico, sociale, plastico, inarrestabile, letterario, comico. Ogni frase lascia una certezza e una domanda

MARIE-LAURE MESSANA / AFP

C’è un racconto di Clarice Lispector che si intitola Incarnazione involontaria che comincia così: «A volte, quando vedo una persona che non ho mai visto e ho un po’ di tempo per osservarla, mi incarno in lei e, in tal modo, compio un grande passo per conoscerla. E questa intrusione dentro a una persona, chiunque essa sia, non termina mai con la sua auto-accusa: incarnandomi in lei, comprendo le sue motivazioni e la perdono. Tutto ciò che devo fare è stare attenta a incarnarmi in una vita pericolosa e affascinante e che poi, per queste ragioni, non voglia più tornare in me» (la traduzione è di Roberto Francavilla per Feltrinelli).

È un manifesto di scrittura che spiega di cosa parliamo quando parliamo di mettersi nei panni degli altri e smonta la fuorviante contraddizione tra chi dice che bisogna scrivere solo di ciò che si conosce e chi prescrive di immaginare tutto: l’immaginazione è una forma di conoscenza, anzi, se ben usata, una delle più profonde. E incarnarsi, alla lettera, in una persona o personaggio è un esercizio gnoseologico.

Pensavo a quel racconto mentre leggevo I segreti del giovedì sera (Einaudi) di Elvira Seminara, perché, qualche tempo fa, Seminara ha tenuto a Roma un incontro dedicato alla biografia di Lispector, lasciandomi l’idea che esistesse, tra queste due scrittrici legate da una forma gotica e a tratti mistica di immaginazione, un dialogo sotterraneo ma bene intellegibile.

Nei Segreti, l’operazione di incarnazione è plurale, investe molte individualità, diventa un gruppo, un popolo, una corrente che Seminara riassume così: «Abbiamo 59 anni, alcuni di noi hanno smesso di tingersi i capelli e di fumare, altri hanno cominciato la dieta e la Recherche, però dicendo che la rileggono. Facciamo finta di credere a un sacco di cose (…) Conviviamo con malattie autoimmuni, vicini razzisti, gatti anaffettivi, pc pieni di virus, aumenti di stipendio, di peso, di autostima, ma combattiamo il colesterolo, la fine della sinistra, gli specchi troppo illuminati, le sanatorie, i leggings di ogni tipo, i bicchieri di plastica, l’irrilevanza, la frenesia del Pil, i rumori di deglutizione».

Nella prosa di Elvira Seminara tutto è fisico, sociale, plastico, inarrestabile, letterario, comico; ogni cosa è magica e naturale, il suono di ogni frase lascia una certezza e una domanda: è proprio così, come mai non ci avevo pensato prima? Qualche anno fa aveva pubblicato Atlante degli abiti smessi, sempre per Einaudi: storia di una madre, di una figlia e di un armadio.

I segreti del giovedì sera è invece la storia di un gruppo di amici, ma è soprattutto la storia di Elvis, di Catania e di Aci Castello. Elvis è la persona che racconta le storie degli uomini e delle donne che la circondano, la sua è una voce scomposta, piena di musica e di intuizioni, una voce che può aprire un capitolo, una stagione e un panorama: «Se c’è un mese che rappresenta Catania è novembre. Nei trenta giorni di cui dispone, è capace di ondeggiare a caso dai dodici ai trenta gradi, e può capitare che domenica fai una nuotata e lunedì un salto sulla prima neve dell’Etna».

Così semplice, così inenarrato: addio Sicilia del sole e addio pure Sicilia delle ombre, la verità, nella parte orientale dell’isola, coincide con una magmatica e normalizzata schizofrenia. La stessa voce parla dei turisti e poi ancora di “noi”, e non importa che tu, lettore, abbia venti o ottant’anni, sei comunque dentro quell’imbuto, quell’orecchio mobile, leggi e ti ritrovi incarnato in un personaggio senza nome, il registro-sismografo della generazione che sta dando l’addio ai cinquanta.

Così, in un mare di libri pieni di storie, Seminara è la storia e lo stile: il setaccio di Rachel Cusk, l’io che va giù fino a scomparire perché in superficie resti il noi, nel profondo Sud diventa elettrico, dicotomico: «Anche se sei nato in Sicilia e ne porti i segni nel Dna come ustioni, il giorno della Lupa ti assale a tradimento. Non puoi saperlo prima, se le correnti tropicali calde troveranno il mare troppo freddo e l’impatto si scioglierà in aria lungo molecole impazzite. Che salirà la nebbia sulla costa. Che uscirai intera da casa per scontornarti nel vapore, sotto un cielo abbagliante che ti si curva addosso – è tutto nebbia, sgranato, le voci attutite in un silenzio innaturale, e la pelle si bagna, il sudore incolla, la pellicola ottura, respiri male».

Tra lungomari che somigliano a scenari di Black Mirror, cinquantanovenni che avanzano aliene, briosce divise a metà con il tè verde a sostituire fantasmi di granite, e il giro di malattie, scomparse e piccoli dolori con cui tutti facciamo i conti, la storia non lascia, in questo romanzo, che si perdano la determinazione all’intensità e la necessità dell’ironia: l’esito è la restituzione geniale e brillante di una generazione, di un’isola, di una diversa possibilità di prosa.