Niscire di scenaNell’ultimo libro di Montalbano il protagonista è Camilleri

Con “Riccardino” si chiude il ciclo dei romanzi sul commissario. Scritto nel 2005, ripreso nel 2016, viene pubblicato a un anno dalla morte dello scrittore. Un testo più lungo del solito con un finale molto diverso dagli altri della serie

da Rai Fiction

Così finisce un’avventura letteraria. A un anno dalla morte di Andrea Camilleri ecco che arriva “Riccardino”, l’ultimo romanzo del ciclo di Montalbano.

Dopo anni di segreti e misteri (si parlava anche di una cassaforte in cui erano sigillate le pagine), conditi con qualche allusione e mezze parole, viene svelato al pubblico.

Quasi 300 pagine (più del solito) in cui i più affezionati potranno ritrovare, per l’ultima volta, gli elementi tipici del mondo “Montalbano”: la vita in commissariato, i litigi con l’eterna fidanzata Livia, il risveglio mattutino in apertura, qualche riferimento culinario (meno, in realtà) e la classica ammazzatina con cui si avvia la macchina dell’indagine.

Inutile dire che, stavolta, le cose non andranno come sempre. Non a caso è il romanzo finale, anche se a livello cronologico non è l’ultimo.

Scritto nel 2005, conservato per essere pubblicato al termine del ciclo, viene seguito nel tempo da altri 18 libri (tra Montalbani e opere storiche), per essere poi ripescato e riscritto nel 2016 per riformare la veste linguistica (mentre a livello di trama «è rimasto immutato», Camilleri dixit).

Per i precisini, allora, l’ultimo autentico Montalbano sarebbe “Il metodo Catalanotti”, del 2018 (vera e propria ode, anche se un filo sinistra, del mondo del teatro), dal momento che “Il cuoco dell’Alcyon”, uscito nel 2019, altro non è che la riscrittura montalbanizzata di una vecchia sceneggiatura per un film mai fatto. “Riccardino” è il finale voluto dall’autore. E la sua presenza si avverte davvero.

Perché in “Riccardino” la trama avanza a fatica. Il commissario appare incerto, i passaggi non sono mai nitidi, i dettagli appesantiscono, anche a causa di qualche anacronismo (i numeri di telefono composti in modo sbagliato, gli squillini, i fax, le battute su Berlusconi). È una confusione.

Per questo motivo si sente costretto a intervenire di pirsona pirsonalmente l’Autore, cioè Camilleri stesso: rompe ogni convenzione del romanzo, si cala nell’opera e dialoga con il suo personaggio. È una soluzione pirandelliana (lo dice lui stesso), meta-narrativa, in cui lo svelamento definitivo della finzione diventa a sua volta finzione (ma queste sono derive da critici).

Il punto è che Camilleri, per dirla con un politico che non amava, scende in campo. Lui e Montalbano si trovano a discutere della trama stessa, delle possibili strade che può intraprendere, delle soluzioni. Emerge il confronto tra romanzo e fiction, tra “Montalbano quello vero” e “Montalbano della tivù”, cioè Luca Zingaretti, anche lui trascinato nel discorso, fino ad affrontare il fatto che l’Autore si è stancato, e il personaggio ne soffre.

Per la verità, non è la prima volta che Camilleri si concede queste trovate. Già in “La danza del gabbiano”, del 2009, fa accennare al commissario alle riprese televisive della serie (una rottura di cabasisi, per lui). Si diverte, poi in un dialogo surreale con Livia, a fargli storpiare in “Zingarelli” il nome dell’attore. Stavolta è diverso, ma non si dirà di più.

Basterà notare che, oltre al gioco meta-narrativo, l’apparizione dell’Autore (con la sua voce arrocchita, le sue sigarette) permette a Camilleri di togliersi qualche sassolino e punzecchiare i critici.

Queste sono alcune delle battute: « “Bel duello, commissario. Però finiamola qua, io non posso sfoggiare molta cultura, sono considerato uno scrittore di genere. Anzi, di genere di consumo. Tant’è vero che i miei libri si vendono macari nei supermercati”», ironizza il Camilleri-personaggio.

«“E proprio tu ragioni in questo modo? Per te contano solo i numeri, le tirature, l’auditel? Non hanno torto allora quelli che sui giornali scrivono che tu non se manco uno scrittore di genere, ma un prodotto mediatico”. “Ma tu lo sai quanti, tra quelli che m’accusano di essere un prodotto mediatico – il che non è assolutamente vero, io semmai sono il risultato di un passaparola tra i lettori – vorrebbero disperatamente esserlo? Hai presente la storia della volpe e l’uva?”»,

Con questi continui battibecchi, tornare al racconto dell’indagine diventa sempre più difficile. Anche questo è voluto: “Riccardino”, più che un romanzo di chiusura, è la presentazione dei componenti della band alla fine del concerto, l’esposizione dei trucchi del mestiere («“E poi facciamo dire a Fazio che in gioventù era campione di motocross”»), con cui il prestigiatore ha intrattenuto, per anni, gli spettatori.

Contiene il disvelamento dei meccanismi segreti, mostra i fili che tiravano i burattini. È il saluto finale, insomma, dell’Autore-regista-ideatore che, in mezzo agli applausi, si prepara a lasciare la scena.

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