La necessità del nostro tempoPerché l’Unione ha bisogno di un esercito europeo comune

La politica europea di sicurezza non ci si può più accontentare di progredire lentamente verso la creazione di una milizia nel Continente. Occorre che le ambizioni e le necessità si materializzino in un obiettivo preciso, concreto, tangibile, per non rimanere un pio desiderio

Forti tensioni tra la Grecia e la Turchia, caos libico, tragedia siriana, annessione della Crimea, occupazione del Donbass da parte della Russia e dei suoi alleati, deliquescenza statuale nel Sahel, annessione strisciante del «Mare della Cina del Sud» da parte di Pechino, accelerazione della trasformazione neo-staliniana del regime cinese, moltiplicazione degli attacchi cibernetici… costituiscono altrettante minacce alla sicurezza dell’Unione europea.

Peraltro, nonostante reali problemi politici (livello della spesa per la difesa degli Stati membri, questione turca, riorientamento verso il Pacifico della priorità strategica degli Stati Uniti…) la Nato continua a rappresentare, con gli eserciti dei Paesi che la compongono e sotto la leadership americana, l’elemento centrale e a oggi insostituibile della difesa del continente europeo.

E a suo tempo il generale de Gaulle lo aveva capito perfettamente. Virtuoso nell’arte del “posizionamento”, dopo aver introdotto nel 1955 la politica della sedia vuota nell’ambito delle istituzioni della CEE, senza tuttavia lasciare la vilipesa costruzione comunitaria, nel 1966 sbattè brutalmente la porta del comando integrato della Nato, guardandosi bene però dal mettere in discussione l’adesione della Francia all’Alleanza atlantica.

Del resto, non c’è oggi alternativa alla Nato e alla leadership nord-americana. Quanto ai sistemi di deterrenza, la dottrina francese è sempre quella di Mitterrand, con il suo «nein» all’estensione e alla condivisione del proprio sistema di dissuasione nucleare alla Germania, richiesta dal Cancelliere Kohl.

Se però la Nato costituisce oggi l’unico strumento di reale dissuasione, in particolare nei confronti dello grande Stato autoritario che è la Russia, non è invece adatto – e non è il suo scopo sociale – per rispondere alle minacce alla sicurezza alle quali l’Unione deve far fronte nel suo vicinato e oltre.

Peraltro, se inseriamo questa constatazione in un quadro di prospettiva – governare è prevedere – l’imprescindibilità della NATO appare ancora più evidente. Sulla base dello scenario mediano ipotizzato dalle Nazioni Unite, l’Unione a 27 conterà 441 milioni di abitanti nel 2030 e 422 nel 2050, mentre la popolazione della Cina ammonterà a 1.440 e 1.400 milioni rispettivamente, quella dell’India a 1.510 e 1.640 milioni, dell’Indonesia a 295 e 330 milioni, degli Stati Uniti a 354 e 379 milioni. Sempre nel 2030 e 2050, il PIL dell’Unione si avvicinerà ai 18.000 e 24.000 miliardi di dollari mentre quello della Cina ammonterà a 38.000 e poi 58.000 miliardi, quello dell’India a 19.000 e 44.000 miliardi, quello dell’Indonesia a 5.500 e 10.500 miliardi e quello degli Stati Uniti a 23.000 e 34.000 miliardi.

Nel 2030, un solo Stato membro dell’Unione rimarrà nella Top10 delle potenze economiche (la Germania) e altri tre nella Top20 (la Francia, l’Italia e la Spagna). Nel 2050, la Germania sarà sempre nella Top10 (al nono posto) mentre la Francia sarà l’unico altro Paese dell’Unione a fare parte della Top20 (al dodicesimo posto). Nel 2030, il PIL dell’Unione sarà il terzo del mondo e diventerà quarto nel 2050, molto indietro rispetto alla Cina, all’India e agli Stati Uniti.

Considerando questi dati di prospettiva, da prendere naturalmente con prudenza e tenendo presente la distinzione tra politica di sicurezza e politica di difesa, che non esclude ovviamente interrelazioni, occorre giungere a un giudizio sulla adeguatezza/inadeguatezza delle risposte disponibili oggi e per il futuro rispetto ai due diversi tipi di minaccia. E da questo giudizio discende, a parere di chi scrive, l’innegabile necessità per l’Unione di dotarsi di una reale politica europea di sicurezza.

Come è avvenuto al momento dell’avvio del processo di integrazione europea, con la creazione della Comunità del Carbone e dell’Acciaio grazie all’iniziativa di Schumann e Monnet, e poi in occasione del lancio del mercato unico durante la presidenza di Delors, e infine con il passaggio alla moneta unica a cavallo del millennio, occorre arrendersi all’evidenza: per quanto riguarda la politica europea di sicurezza non ci si può più accontentare di «progredire verso la creazione di un vero esercito europeo» come auspicato dal primo ministro spagnolo Pedro Sanchez. Occorre che le ambizioni e le necessità si materializzino in un obiettivo preciso, concreto, tangibile, per non rimanere un pio desiderio. In altri termini, l’Unione deve dotarsi di uno strumento comune: un esercito europeo comune.

La questione centrale è quindi capire quali sono, dietro le belle dichiarazioni, le ultime sacche di resistenza che ostacolano l’attuazione di questa nuova politica, di questa nuova condivisione di sovranità, cruciale per l’avvenire dell’Unione e dei suoi Stati membri, nonché auspicata da una larga maggioranza di cittadini europei.

Eccone alcune, le principali secondo noi, in ordine di importanza crescente.

Gli anglosassoni
Numerosi sono quelli che sostengono che mai gli Stati Uniti – e con loro il Regno Unito – consentirebbero la creazione di un esercito europeo comune, autonomo anche se integrato nella Nato. Il quadro di prospettiva economico-demografico sopra delineato, così come il sano pragmatismo anglosassone ci inducono a pensarla diversamente. In parte è già abbastanza chiaro che la Nato è felice che in alcune aree di crisi sia qualcun altro a “provvedere”. Non è in effetti un segreto che gli USA, ad esempio, si adattino molto bene all’assunzione di responsabilità dell’esercito francese nel Sahel. Ci potrebbero essere alcune preoccupazioni, o anche qualche reticenza, in particolare nel settore dell’industria militare nordamericana. Ma la sfida americana nel Pacifico è di una dimensione tale che queste resistenze peserebbero poco su quelli che, a Washington, giudicherebbero un alleato europeo più forte e più autonomo assai utile, anche nell’area pacifica.

I più atlantisti degli atlantisti
Per diverse ragioni, un certo numero di Stati membri a Nord e a Est dell’Unione temono che una tale iniziativa potrebbe indebolire la determinazione degli Stati Uniti a difenderli. Tendono a vedere qualsiasi iniziativa comune europea in campo militare come un drappo rosso, e a confondere «esercito europeo comune» ed «esercito europeo unico», politica di sicurezza e politica di difesa. Se, come crediamo, questi Paesi considerano la loro appartenenza all’Unione europea come un importante fattore di sicurezza, complementare e non concorrente alla loro appartenenza alla NATO, non dovrebbero essere indifferenti al rafforzamento politico e militare dell’Unione. Per difendersi dalla Russia, la NATO serve a Vilnius e a Varsavia, come a Berlino o a Bruxelles. Ma una vera capacità di intervento, ad esempio nel vicinato mediterraneo, rispetto ad aree di crisi non globali ma contigue ai confini europei, farebbe comodo non solo ai tedeschi e ai belgi, ma anche ai polacchi o ai lituani… per non dire agli italiani.

L’industria italiana degli armamenti
Opportunità non colte, e altre non offerte, di partecipazione a grandi progetti europei nei settori aeronautico e terrestre hanno finito per suscitare nella classe politica e nei grandi gruppi italiani degli armamenti un orientamento preferenziale delle partnership industriali verso il mondo anglosassone.Le indelicatezze (eufemismo) degli ultimi governi italiani nei confronti di altri Stati membri hanno suscitato, a nostro avviso, ritorsioni inappropriate (come, per esempio, con l’esclusione dell’Italia dal programma franco-germano-spagnolo di costruzione di un nuovo aereo da combattimento), accentuando ulteriormente un fenomeno che non ha però nulla di ineluttabile, né di intrinsecamente incompatibile con altre partnership industriali europee.

Per gli altri Paesi UE sarebbe peraltro miope e azzardato trascurare il possibile contributo dell’Italia in un ambito vitale quale la politica di sicurezza, a causa della fragilità politica e dell’inclinazione antieuropea di una parte determinante della classe di governo (ogni riferimento al M5S da una parte e alla Lega e a FdI dall’altra non è assolutamente casuale). Nell’attesa di giorni politici migliori, Alessandro Profumo e Giuseppe Bono [Rispettivamente amministratore delegato del gruppo Leonardo (ex-Finmeccanica) e del gruppo Fincantieri] potrebbero rappresentare degli interlocutori preziosi e in qualche modo “istituzionali” per esplorare questo nuovo scenario.

La Germania merkeliana
La Cancelliera tedesca è stata a lungo una fedele interprete del mercantilismo germanico, un mercantilismo tinto di kantiana pace perpetua. Ci sono voluti l’annessione della Crimea e l’occupazione del Donbass da parte di Mosca e dei suoi compari locali perché Angela Merkel cominciasse a rendersi conto dell’importanza dell’Unione quale realtà politica e a prendere coscienza della sua debolezza strategica. La reazione europea di fronte all’aggressione russa, quand’anche insufficiente, è innanzitutto merito suo. Ma, come mostra la sua ostinazione nell’affaire Nord-Stream2, questo approccio più politico è tuttora temperato da un robusto credo mercantilista, che le ha finora impedito di proporre ai suoi partner europei un passo avanti, cioè una condivisione di sovranità in materia di politica di sicurezza. In sua difesa, si può ricordare il passivo tedesco di tre fins di non-recevoir da parte francese: a Kohl sulla condivisione della dissuasione nucleare nel 1988, alla proposta Schäuble-Lammers per una unione politica dei Paesi del cuore dell’Europa nel 1994 e, infine, alla proposta Fischer per una federazione europea nel 2000.

La Francia, tallone d’Achille della sicurezza europea
Se «les confettis de l’Empire» – secondo la formula usata dal generale de Gaulle per definire i territori che dopo la scomparsa dell’Impero sono rimasti nella République ai quattro angoli del globo – contribuiscono in grandissima parte a dotare la Francia della seconda zona economica esclusiva (ZEE), alcuni di questi, che siano o meno formalmente integrati nell’Unione europea, dovrebbero suscitare seri interrogativi strategici per l’Unione in quanto tale, e non solo per la Francia, per via della loro posizione e delle ricchezze potenziali contenute nei grandi spazi marittimi che le circondano. Se alcuni analisti considerano che alcune basi americane nel Pacifico potrebbero essere oggetto di invidia e desiderio da parte di un gigante asiatico e si interrogano sulla capacità a medio termine degli Stati Uniti di difenderle, non c’è alcun dubbio che lo stesso può dirsi, a maggior ragione, per i territori francesi del Pacifico o dell’Antartide.

Essendo evidentemente inservibile in questo caso la dissuasione nucleare, è difficile vedere come la Francia, dotata di una «mezza portaerei» [In ragione dei tempi necessari alla sua manutenzione, una portaerei a propulsione nucleare è operativa circa 200 giorni l’anno], per riprendere la formula di Valéry Giscard d’Estaing, potrebbe far fronte a una potenza ostile, molto più vicina geograficamente al territorio ambito, certamente in possesso di capacità navali molto superiori, e forte dell’esperienza della trasformazione di scogliere rocciose in nuove isole e roccaforti militari, in violazione del diritto del mare.

Che ne sarebbe allora della clausola di solidarietà (Art. 42 § 7 del TUE), che stabilisce che «Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso (…)», di fronte all’annessione da parte di una superpotenza di una isola o, tanto più, di un isolotto disabitato o di scogliere rocciose ubicate a più di 10.000 chilometri da Bruxelles? Non c’è bisogno di essere un profeta per immaginare le reticenze di alcuni Stati membri e delle loro opinioni pubbliche e per percepire gli effetti devastanti che un tale evento avrebbe sulla coesione dell’Unione, se non addirittura sulla sua stessa sopravvivenza.

Uno strumento operativo e istituzionale comune
Sulla base di queste e altre considerazioni, un gruppo di persone provenienti dagli ambiti militare, diplomatico e politico di diversi Paesi europei, di cui alcuni per ragioni professionali e istituzionali sono tenuti all’anonimato, ha redatto una proposta di cooperazione rafforzata per la creazione, accanto agli eserciti degli Stati membri, di un esercito europeo comune.

Questa proposta si basa su due idee guida:
– la piena integrazione istituzionale e politica dell’esercito europeo nelle attuali istituzioni dell’Unione; in questo quadro il Consiglio europeo dovrebbe agire come Consiglio di Sicurezza dell’Unione abilitato ad autorizzare, su proposta del Presidente della Commissione, il dispiegamento dell’esercito comune;
– l’esclusione dell’opzione di un mero coordinamento o di una semplice integrazione di segmenti di eserciti nazionali, a vantaggio dell’opzione della creazione ex nihilo di un esercito europeo comune composto da ufficiali e soldati europei.

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