Tragedia shakespearianaZingaretti se la prenderà con i traditori in caso di urne avverse, ma dovrebbe incolpare sé stesso

Il Nazareno vive una situazione farsesca: rischia di perdere le sue roccaforti alle regionali e di spaccarsi sul taglio dei parlamentari. Il Partito democratico è nudo e il suo segretario inizia a temere per la tenuta del governo e la sua posizione

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Se si perde, sarà per colpa di Luigi Di Maio e Matteo Renzi. E anche di quei compagni che invece di fare campagna elettorale nelle regioni che vanno al voto si stanno impegnando per il No. Nelle ore della grande paura Nicola Zingaretti ha esternato in modo molto nervoso la barricata, nel caso in cui alle 15.01 del 21 comincino a piovere dati drammatici.

La Toscana brucia, come da settimane dice chi conosce la situazione. Settant’anni di governo di sinistra che rischiano di essere seppelliti da una ragazza che detesta il pacifismo di John Lennon: inimmaginabile, eppure da mettere nel conto. Se cade la Toscana, cade Zingaretti, e se cade Zingaretti trema anche il governo Conte.

La rabbia al Nazareno è altissima e il segretario, sotto stress, non si capacita del tradimento di Di Maio, che aveva scomodato Rousseau per vidimare la scelta inedita di fare alleanze, suscitando l’euforia di Zinga, salvo poi rendersi conto che il Movimento Cinque stelle aveva mentito lasciandolo solo dinanzi a una destra agguerrita nelle Marche, in Puglia e appunto in Toscana.

E ça va sans dire il capo del Partito democratico ce l’ha a morte con Matteo Renzi, anche lui, secondo i dem, ritiratosi dalla lotta in Puglia, in Liguria, nelle Marche, preferendo coltivare il suo orticello mai fiorito e anzi imbastendo una trappola per Emiliano assieme a un altro mezzo traditore: Carlo Calenda.

Siamo, come si vede, nel bel mezzo della tragedia shakespeariana, ove la figura di Iago fa continuamente capolino dietro le sembianze ora di Cinque stelle, ora di Italia viva, ora di Azione. I sospetti di far cadere il governo, oltre che la leadership del Partito democratico, si annidano nei sostenitori del No al referendum, i quali avrebbero anche qualche buona ragione, ma sono nutriti – almeno una bella porzione di essi – dal calcolo di mandare tutto all’aria.

Il Partito democratico è come nudo, dunque, senza alleati e con qualche traditore fra le sue fila, dinanzi a Salvini-Meloni e, sembra dire Zingaretti, toccherà a noi salvare l’Italia dalla destra, per questo andremo “strada per strada” (qui echi del drammatico ultimo discorso di Enrico Berlinguer a Padova), improvvisamente drammatizzando l’appuntamento delle Regionali e forse con ciò compiendo un errore, non mancando i precedenti di leader che alle Regionali si fecero male, da Massimo D’Alema a Walter Veltroni.

Di qui l’appello al voto utile: se Di Maio e Renzi hanno rotto l’alleanza (contrariamente, fra l’altro, al vecchio appello di Giuseppe Conte, nel frattempo ritiratosi sotto la tenda), votate per noi, unico argine alla destra.

Come si incastri questa perorazione inusualmente drammatica per uno come lui con la questione del referendum non è chiarissimo. Forse non si incastra per niente, probabilmente è un secondo capitolo del cantiere dés doléances zingarettiano, un ammonimento a quanti secondo lui brandiscono il No per ottenerne la testa: ma non dovrebbe vincere il Sì a mani basse?

Evidentemente il segretario non ne è più tanto sicuro (non della vittoria, delle mani basse) se ha sentito il bisogno di effettuare un vistoso strappo alle regole interne, anzi citando il Sì a sei giorni dalla Direzione che in teoria dovrebbe decidere la linea.

Lo hanno fatto notare Tommaso Nannicini – «che la facciamo a fare la Direzione se è già tutto deciso?» – e Matteo Orfini – «situazione farsesca». Ma quando la paura fa novanta la frizione può scappare. E infatti è scappata.

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