Viva la vulvaL’epoca scema in cui anche gli assorbenti diventano un simbolo dei diritti civili

La bizzarra campagna di posizionamento aziendale per aiutare le donne a superare «l’imbarazzo» delle mestruazioni. «L’imbarazzo». Nel 2020

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Chiedo scusa se parlo di contenuto delle mutande per la seconda volta in due giorni, ma pare sia un argomento cogente.

Ieri infatti è arrivato nelle redazioni un comunicato stampa su cui ci sarebbero molte cose da dire, ma comunque meno delle volte in cui il comunicato contiene la parola “vulva” (tredici, se non ho perso il conto).

Il comunicato è d’una marca di assorbenti. Gli assorbenti sono quell’oggetto necessario e non particolarmente piacevole che, nella particolare forma di scemenza importata dall’America che ci attanaglia da qualche anno, bisogna far finta di considerare molto di più: un simbolo, un baluardo, il sedile dell’autobus di Rosa Parks dell’epoca in cui alle donne occidentali son rimaste solo stronzate per cui immolarsi.

Ho capito che dal ridicolo non c’era ritorno quando sulle bustine degli assorbenti sono comparse frasette che parevano un incrocio tra la canzone del premestruo (quella che «Siamo così, dolcemente complicate») e i consigli di Dolly (il giornaletto che, quand’ero alle medie, ci spiegava che no, il bidet con la Coca Cola non era un anticoncezionale).

Ieri, scorrendo il comunicato degli assorbenti concorrenti, ho molto rimpianto quelle bustine che mi giuravano che durante il ciclo «si possono manifestare anche effetti positivi come l’aumento del desiderio sessuale e della creatività» (parla per te: io, se sanguino, manco ti saluto).

Insomma, gli assorbenti lanciano questa campagna intitolata «Viva la vulva» (che il dio delle allitterazioni li perdoni). Che bisogno ce n’era, diranno i miei piccoli lettori. Non è che il mercato degli assorbenti sia soggetto a capricci delle acquirenti, che se non ti posizioni come attento alle problematiche sceme smettono di comprarti e si lasciano scorrere il sangue lungo le cosce (che articolo pieno di immagini raccapriccianti, vi sconsiglio di declamarlo durante il brunch – forse dovevo avvisarvi prima).

Ma, a furia di scorrere Twitter, le aziende sono ormai convinte che posizionarsi in merito a problematiche imbecilli propugnate da nicchie rumorose sia indispensabile per avere un’immagine rispettabile. Quindi, ci spiegano gli assorbenti che la loro campagna serve a superare «ogni imbarazzo». Ma quale? Chi è che è imbarazzata di sanguinare cinque giorni al mese? Cioè, siamo scocciate, assai, che nel 2020 ancora non si sia trovata una cura per questo handicap, ma l’ultima a esserne imbarazzata sarà stata forse la mia bisnonna nel Molise d’inizio Novecento (il fatto che all’epoca gli assorbenti dovessero lavarli al fiume faceva la sua parte, se non nell’imbarazzo nell’irritazione).

Ah, e poi c’è l’istanza “celebrare la differenza”, in purissimo doppiaggese (in italiano si celebra la messa). Di quale differenza dovremmo rallegrarci (scusate se traduco dal doppiaggese), di grazia? Di quella per cui io sanguino da trentacinque anni e il tizio che mette il titolo a questo articolo no? Dice: ma lui si fa la barba. Eh, e io mi faccio la ceretta.

Cara ditta di assorbenti, non so come dirtelo, ma l’unica differenza da festeggiare è quella, ancora non data, che ti manderebbe in bancarotta: l’abolizione delle mestruazioni; per le quali, se le avessero gli uomini, si sarebbe trovato un vaccino ben prima di quelli per mali minori quali il vaiolo.

E poi arriva la ricerca, giacché tutti i comunicati imbecilli contengono un sondaggio, giacché anche la meno sveglia delle addette stampa sa quanto i giornali amino riportare numeri a casaccio.

Una persona su cinque, ci dice la parte “dare i numeri” del comunicato, non sa dove si trovi la vulva. Ora, la nota a pie’ di pagina ci dice che il campione di sondaggio è misto, mica di soli uomini: crediamo davvero che una donna su cinque non sappia dove ce l’ha? Ma sospetto che persino gli uomini siano in grado di trovarla, se motivati. Non sarà piuttosto che solo nelle pagine di salute dei giornali e nei comunicati stampa quella roba che abbiamo nelle mutande si chiama “vulva”? Ipotizzo, eh.

(Ero così stremata da quei continui “vulva” che non ho avuto la forza di contare, nella recente operina dalla metrica sbilenca di Francesco Bianconi, Certi uomini, quante volte ricorra la parola “fica” – con la c: vorrà ingraziarsi Nanni Moretti).

Poi per carità, magari ci sono italiane del 2020 che si mettono l’assorbente nel reggiseno perché non sanno dove trovarsela, ma mi sembra implausibile: persino il personaggio con l’approccio meno moderno al proprio corpo della storia della letteratura, la moglie del Gattopardo, il buco nella camicia da notte ce l’aveva al punto giusto.

Mi sembra invece sottostimato il dato secondo cui solo il 69 per cento non sa che “vulva” e “vagina” sono due organi diversi. Essendo saldamente nel 69 per cento (prima volta che sono maggioranza), ho cercato su Google in seguito alla lettura del comunicato; ora so, ma ritengo di aver appreso una distinzione assai meno utile di quanto mi sarebbe riuscire infine a memorizzare se la cistifellea si trovi a destra o a sinistra, informazione che devo googlare ogni volta che temo di avere una colica (eppure vincevo sempre le partite all’Allegro chirurgo).

Solo che, siccome la cistifellea non è identitaria, se un giorno finalmente imparerò la sua posizione nessuno celebrerà niente, né una messa né una cerimonia di fine dell’ignoranza anatomica.

Arrivata al punto in cui il comunicato ciancia di «un’Italia che manifesta […] l’insicurezza nell’affrontare un tema ancora poco trattato», ho capito cosa mi ricordava quest’approccio.

Le reazioni, la settimana scorsa, all’aborto spontaneo di Chrissy Teigen, comunicato al mondo instagrammando dolenti foto in bianchennero di lei e del marito John Legend in sala operatoria.

Nel dibattito intorno alle foto, c’era un impressionante numero di lodi alla “normalizzazione”.

“Normalizzare” è il più ricorrente falso positivo di quest’epoca. Gli stessi assorbenti che ci dicono che non sappiamo trovarci la vulva avevano fatto una campagna chiamata “Bloodnormal”: pare sia moderno voler vedere il sangue nelle pubblicità.

Una militanza che dovrebbe essere estesa un po’ a tutti i sestessismi pubblicitari, diamine: perché negli spot di medicinali per la prostata non si vedono le goccioline che il marito lascia di notte sull’asse del wc? Perché nelle cucine televisive i fornelli sono meno zozzi dei miei? Normalizziamo lo schifo, perdindirindina.

Insomma, Chrissy Teigen pubblica quelle foto, e i social la elevano a santa patrona della normalizzazione dell’aborto spontaneo, che mie coeve raccontano come un tabù. Si vede che non hanno mai sfogliato una rivista femminile. V’invito a farlo, non solo perché sono gli unici giornali che ancora producano profitti, e magari imparate qualcosa. Anche (soprattutto) perché scoprireste che, tra un servizio sui rossetti e uno sulle sfilate, sono pieni di articoli su cicli mestruali, aborti spontanei, e tutto il cucuzzaro di roba che secondo voi va normalizzata, e che è normali(zzati)ssima per qualunque donna abbia vissuto in occidente negli ultimi quarant’anni (forse anche prima, ma prima io non andavo in edicola e non posso giurarci).

E adesso scusate, devo andare a chieder scusa per aver scritto un articolo così pieno d’immagini raccapriccianti al santino che tengo sul frigo, quello del mio faro culturale: la moglie del Gattopardo.

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