Oltre le mutande c’è di piùL’ossessione anti-sessista ha trasformato la donna in una categoria protetta

Non conta più se quello che dici è intelligente o no, conta solo il genere. È il nuovo capolavoro della nostra epoca: far diventare la femmina una creatura intoccabile su cui poter dire solo cose buone. E se la mosca di Pence si fosse posata su Kamala, pardon, sulla senatrice Harris?

DOMINICK REUTER / AFP

A un certo punto si è deciso che era rilevante cos’avevamo nelle mutande. Mica rispetto alle cose per cui lo è, per esempio la riproduzione (anzi: lì guai a dire che la gestazione sia roba per chi ha i gameti appropriati). Rispetto al resto: i dibattiti elettorali, il Nobel – qualunque tema vi venga in mente, scoprirete che è un tema di contenuto delle mutande.

Se ci liberassimo da questa ossessione, potremmo risparmiarci titoli, sulle due scienziate che hanno vinto il Nobel, quali «Le Thelma e Louise del Dna» (nota per titolisti: l’unica cosa rilevante che facciano Thelma e Louise è ammazzarsi buttandosi nel burrone).

Se ci liberassimo da questa ossessione, potremmo immaginare l’impensabile. Per esempio trenta ore di tweet spiritosi (oddio: se vi piace lo spirito di patate) sulla mosca che, durante il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti, si posa sulla testa di Kamala Harris. Trenta ore di variazioni su «evidentemente Kamala è una cacca».

Impensabile, no? Ci sarebbe una sommossa popolare, no? Per (sua) fortuna, Mike Pence è un uomo, la mosca si è posata su di lui, e tutti si sono sentiti liberi di fare battutacce. Per fortuna ha un contenuto delle mutande che non lo fa percepire come una porcellana su cui non si possa fare una battuta senza passare per sessisti.

E la moderatrice del dibattito? Che fortuna che fosse la seconda, e che al suo predecessore, con contenuto maschile delle mutande, avessero detto le peggio cose. Giacché al maschio che aveva moderato il dibattito tra Biden e Trump avevano riservato ogni genere d’accusa d’incompetenza, a Susan Page hanno potuto formulare qualche timida critica. Se fosse stato il primo dibattito, e fosse stato moderato da una donna, ogni osservazione sarebbe stata sessismo.

(Avete notato? Sono andata su Google a cercare il nome della moderatrice. Non serviva citarlo, il nome, ma se non l’avessi messo sarebbe arrivato l’immancabile «non le concedi dignità di nome perché è una donna, puntesclamativo, ancella del patriarcato, puntesclamativo». Come faccio a saperlo? Ho la sfera magica. Ho visto il recente passato. Quello in cui, per dire, sono stati accusati di sessismo titolisti che hanno chiamato la Cristoforetti «AstroSamantha», ovvero il nome con cui lei stessa ha scelto di chiamarsi sui social. Il moderatore del primo dibattito è uomo, quindi posso non farne il nome senza che nessuno sussulti. Com’è riposante, parlare degli uomini).

Tuttavia, neanche arrivare seconde, replicando il format già visto, basta a non fare di noi – di noi con quel certo speciale contenuto delle mutande – delle vittime. È il nostro destino, se avete letto Omero sapete che non ci si può far molto. (Ma anche solo se avete ascoltato Vecchioni).

Non sono mancati i «Pence dice quello che vuole invece di rispondere alle domande perché a farle è una donna, e vuole significarci che per lui le donne non contano niente». Il capufficio di Pence, quel tal Donald Trump, dibatteva con un uomo moderato da un altro uomo: straparlava, non rispondeva, interrompeva. Era riposantissimo: potevamo commentare la maleducazione senza doverla credere sessismo.

Questo continuo controllo del contenuto delle mutande è più sfibrante del Checkpoint Charlie (e assai più ridicolo: una volta le guerre fredde le sapevamo fare, perdindirindina).

Qualche giorno fa, tra i tweet americani, girava molto il filmato d’una signorina che ci spiegava quali fossero i libri sugli scaffali dei maschi cattivi che prendono in giro le donne (come osate, felloni).

C’era Hemingway, c’era Salinger, c’era “Infinite Jest”. E c’era Philip Roth, così definito dalla biondina che agitava Pastorale americana davanti alla telecamera: «Philip Roth è un[a] Joan Didion per gente non abbastanza sicura della propria mascolinità da leggere Joan Didion».

Ho controllato a lungo il contenuto delle mie mutande, prima di rispondere. Sì, ero qualificata. Se rispondevo, mica poteva essere per discriminare le donne, no? Ero autorizzata a dire che, per quanto non rothiana osservante, non sono mai riuscita a trovare Roth noioso quanto Didion.

Ma poi, vile, ho desistito. Perché non basta avere il contenuto giusto delle mutande per non ritrovarsi danni collaterali in questa guerra tiepida.

O forse perché la risposta surreale di A. O. Scott, critico del New York Times, era perfetta: «Joan Didion è un[a] Norman Mailer per gente non abbastanza sicura del proprio italiano da leggere Elsa Morante».

C’è quel detto americano, sulla vita che ti dà limoni, e a quel punto devi fare una limonata.

Se la vita ti dà una sempiterna guerra tiepida sul contenuto delle mutande, a quel punto non ti resta che buttarla in vacca.

Quasi quasi rispondo ad A. O. Scott dicendogli che in effetti trovo anche la Morante noiosissima, un’Elena Ferrante in bianchennero, e che qualunque analisi critica dei suoi romanzi mi pare più appassionante dei romanzi stessi.

Certo, potrebbe rispondermi dicendomi d’andare a studiare, di vergognarmi, di evitare di parlare di letteratura se non ho gli strumenti per farlo. Ma sono ragionevolmente certa che non lo farà: controllerà, come facciamo ormai tutti, la foto profilo, verificherà che nelle mie mutande c’è una femmina, e capirà che non può rispondermi come farebbe con un suo pari. È il nuovo mondo che abbiamo voluto, in cui le donne sono troppo fragili per prendersi una rispostaccia, e sempre lì lì per buttarsi nel burrone.

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