Film CapitaliIl cinema di Sofia è la patria degli ottimisti. Perché i pessimisti sono già emigrati

Directions, diretto dal regista Stephan Komandarev e presentato nel 2017 al Festival di Cannes, racconta una città che avanza per contrasti attraverso la storia di sei tassisti. Da finestrini si vedono caseggiati sovietici, palazzi grigi e (troppe) bandiere europee

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Sofia di notte, su un taxi e sotto la pioggia. Fermato all’aeroporto, ci accompagna per caseggiati sovietici e nuove forme immobiliari. Lei dove abita? «Il palazzo grigio». Grazie, sono tutti grigi. La città è dentro e fuori il finestrino. L’impossibilità di tenere a fuoco conducenti e palazzi assieme configura già la capitale. La macchina da presa, passeggero al fianco del tassista, sceglie di volta in volta. Questa è Sofia; la città. Questa è Sofia; i volti. Parla così Directions, film di Stephan Komandarev presentato nel 2017 al Festival di Cannes. Sei tassisti in sei episodi, legati tra loro da un filo chiamato Sofia. 

Siamo dalle parti di “Taxisti di notte”, di Jim Jarmusch (di cui abbiamo parlato nella puntata sui film ambientati a Helsinki, ndr) ma con un raggio d’azione minore. Non si attraversa il mondo ma una singola città. Eppure, l’intera Bulgaria rientra nel viaggio, e con essa l’Europa. 

Alla radio un programma notturno accoglie le chiamate del pubblico. I cittadini, il mondo fuori dall’auto, conquistano gli spazi interni e si legano alle vicende in primo piano. Anche qui, è un gioco di fuoco. «Il problema della Bulgaria sono gli immigrati» sostiene un ascoltatore. L’idea di Directions è che in una notte a Sofia possa accadere di tutto. Purtroppo però, anche se “il mondo è grande e la salvezza è dietro l’angolo”, come sosteneva un altro film di Komandarev, le storie di sei tassisti hanno incroci meno positivi. Strano, «Sofia è la patria degli ottimisti». Perché i pessimisti sono già emigrati. 

Il taxi è oggetto di scena, luogo e monumento. Ogni autista guida per arrotondare, perché ha due o tre lavori per vivere. Nell’ultimo episodio (si capisce bene perché) c’è anche un prete. «Avevo chiamato un Taxi, non l’estrema unzione», ironizza il passeggero. Deve andare in ospedale, un cuore nuovo lo attende. È la città, dicono, che avrebbe bisogno di un trapianto. 

La regia di Komandarev sposa Sofia in una serie di virtuosismi. I dialoghi sono piani sequenza che invitano all’immedesimazione silenziosa. Siamo mosche appoggiate al finestrino. Da qui la città avanza per contrasti. Un passeggero si lamenta di Sofia. Perché piena di bandiere europee, «persino accanto al cesso». L’accusa è di ipocrisia, di essere stati accolti «per pietà» nei valori europei. 

In una scena di Glory, scritto e diretto da Kristina Grozeva e Petar Valchanov, la responsabile Ufficio Stampa del ministro dei trasporti si nasconde dietro la bandiera dell’Unione per assumere i medicinali di preparazione alla crioconservazione. La fecondazione in vitro è sullo sfondo di una vicenda di cronaca quasi aneddotica. Un lavoratore delle ferrovie trova una refurtiva e lo consegna alle autorità. Come premio un orologio rotto. 

Quando il ministro dei trasporti lo insignisce di un ringraziamento ufficiale si ritrova senza pantaloni. La responsabile comunicazioni obbliga i colleghi a spogliarsi e a offrire i propri. Il siparietto è comico e parla di una politica di immagine e soluzioni improvvisate. 

Glory è un film di chiamate che arrivano e interrompono. Non si chiude mai una conversazione, la si sospende, in attesa che dall’altro lato del microfono arrivi una notizia. Alieno in questa Sofia alienata è un protagonista-eroe suo malgrado, privato dell’orologio regalatogli dal padre sostituito da una copia mal fatta. È una vicenda molto piccola che riverbera oltre i confini della capitale. Sembra succedere tutto in un giorno.

Goodnight Sofia dunque, come il piccolo e dolce film di Leonardo Moro. Storia di lutto nel centro della seducente capitale Bulgara. Dove le strade vuote, i ricordi perduti, si incontrano nel Rosso cielo dei Balcani, come titolò in italiano nel 1948 un film di John Reinhardt. In originale semplicemente “Sofia”.