Il virus dei famosiConte annuncia che sarà tre volte Natale e ristoro tutto il giorno

Col suo italiano zoppicante, da personaggio di Verdone, il Presidente del Consiglio ha cercato di spiegare il contenuto dell’ennesimo dpcm che servirà, ha detto, ad affrontare le feste con maggiore serenità. Ma è un omaggio a Lucio Dalla o a Walter Nudo?

tim-mossholder, Unsplash

In basso a destra nello schermo, c’è la traduttrice in linguaggio dei segni. Inspiegabilmente, manca una traduttrice in lingua italiana. Una che converta il non madrelingua Giuseppe Conte, che dice «le scuole secondarie di secondo grado», evidentemente inconsapevole di star ripetendo lo stesso concetto, che pronuncia «incentivanto», tipo Verdone quando inscenava il comizio del deputato meridionale, una che lo faccia parlare non dico come Vittorio Gassman ma almeno come uno che abbia studiato. 

La maggior truffa perpetrata da Alessandro Manzoni: convincerci che gli avvocati ci sapessero fare con le parole. Quello che ci governa adesso ha parlato due volte di «resilienza» del sistema sanitario nazionale. Ci mancava solo «empatia», al repertorio delle parole a casaccio. 

Ma ora basta parlare di Conte (il segnaposto, no il cantante), parliamo dei nostri riferimenti culturali. Della grande divisione del pubblico dei decreti. Voi state con la storia della televisione o con la storia della musica? 

Voi, quando al nono minuto di conferenza stampa si arriva al punto, «affrontare dicembre e ci auguriamo le festività natalizie con maggiore serenità», pensate a Walter Nudo o a Lucio Dalla? 

Il vostro riempimento automatico è la prima Isola dei famosi, quando Nudo si assicurava la vittoria invocando «a Natale tutti insieme», o uno dei quattro dischi in cui Dalla era Michelangelo, e invocava «tre volte Natale, e festa tutto il giorno»? 

Voi, mentre Conte si aggiusta compulsivamente la mascherina, che è lì immobile ma lui è evidentemente terrorizzato che il naso esca e qualcuno lo accusi di negligenza mascherinistica (un crimine per il quale abbiamo un’intolleranza mai mostrata per l’evasione fiscale), voi a chi pensate? Alle pizzette e alle tartine? 

Alle pizzette e alle tartine io ho pensato ogni volta che il non madrelingua ha parlato di «ristori»; intendeva i bonifici che verranno fatti a chi avrà svantaggi economici: chissà se i dizionari hanno già registrato questo significato alternativo, non più buffet ma sussidi. 

Pizzette e tartine sono roba di quando esistevano i giornali, alle conferenze stampa si andava solo per assalire il buffet (su RaiSat c’era un favoloso programma, Seguirà buffet, in cui alle conferenze stampa venivano ripresi cronisti a schiena dritta che ammonticchiavano decine di cubetti di parmigiano su un piattino da dessert: le leggi della fisica soccombono di fronte al gratuito). 

A fine conferenza stampa cercano di convincerci che essi esistano ancora, si alza un domandatore e premette «i cittadini scrivono ai giornali, scrivono anche a noi». 

Probabilmente scrivono per sapere quello che si chiedono tutti, tranne chi va alle conferenze stampa della presidenza del Consiglio (a proposito: a questa mancava Rocco, dov’è, come sta, tutto bene col cubano, il tampone positivo è solo suo o di coppia?). 

Quello che ci chiediamo tutti è quando guadagneremo i soldi che dovremmo spendere a Natale. Perché il non madrelingua rende chiaro che a Natale s’aspetta una ripresa dell’economia («poter vivere serenamente una festività così importante, e anche ovviamente incrementare i consumi», dice), ma non chiarisce i soldi che dovrebbero uscire a Natale quando diamine entreranno. 

Forse, oltre che a quelle di italiano (dice che agli stagionali andrà «una nuova indennità mensile una tantum»: amore della tua mamma, o è mensile o è una tantum), è stato assente anche alle lezioni di economia domestica, e non si pone il problema che i soldi in uscita debbano essere prima entrati. 

Solo così si spiega il fraseggiare pallido e assorto sulla chiusura delle palestre, in cui fa pure quello che ci spiega la vita: «Se non entriamo nella logica che chi amava andare in palestra potrà comunque fare attività motoria a casa». Grazie della concessione, sono lieta che non facciano irruzione i gendarmi se faccio l’aerobica con le videocassette di Jane Fonda (mica le avrete buttate), ma temo che il problema non sia la mia ritenzione idrica senza moto, ma i mancati introiti dei proprietari delle palestre (a Milano si porta molto il pilates su Zoom, ma Milano mica è l’Italia). 

Dice Conte (non il cantante, che col suo splendido italiano mai potrebbe esprimersi in modo così confuso) che «bisogna muoversi solo per motivi di lavoro, di salute, di studio, di necessità», e voglio vedere i gendarmi a vagliare la necessità, il più soggettivo tra i concetti: a me è necessario andare in una spa in Thailandia, voglio vedervi a contestarmelo. 

D’altra parte le vacanze sono la vera religione italiana, in primavera dovevamo salvaguardare l’estate, adesso dobbiamo salvaguardare il Natale. Quello di Dalla, di Nudo, di Christian De Sica. Quello di Guido Nicheli che s’accomoda a bordo pista (di sci, a Cortina) e sospira «sole, whisky, e sei in pole position». Solo che Nicheli il resto dell’anno aveva lavorato, si suppone. Noi non si capisce coi soldi guadagnati quando dovremmo pagare lo skipass: con gl’incassi d’un ristorante che alle sei deve chiudere? 

«Non abbiamo introdotto un coprifuoco, è una parola che non amiamo», dice Conte, convinto d’intendersi di parole (il suo quasi omonimo cantautore si starà ricoprendo di bolle). 

È vero, non ci hanno detto che non possiamo uscire. Hanno solo chiuso i ristoranti, la sera, non potendo chiudere gli autobus, la mattina. Al ristorante, ammesso che al ristoratore convenga pagare il personale per fare metà incassi, si può andare a pranzo, ma in non più di quattro. Se eravate vivi all’altezza della prima Isola dei famosi, sapete che anche questo è un omaggio: «O tutti e quattro o niente», la prima abolizione dell’individualismo in prima serata, altro che distanziamento, assembramenti da quattro. 

E hanno chiuso i cinema, che voi non lo sapevate ma erano aperti, vuoti ma aperti. 

Su Facebook ho visto un produttore, eroico bambino che dice che il re è nudo, cercare di spiegare a lavoratori dello spettacolo dolenti che, non andando nessuno al cinema, chiuderli rendendoli così possibili ricettori di sussidi (scusate: di ristori) era un favore che il governo faceva ai cinematografari. 

L’hanno fatto per farci tornare al cinema a Natale, «la festa forse più cara a tutti» (quasi quanto il Ferragosto). Quando noi non avremo i soldi per il biglietto e i popcorn, e i film nessuno avrà potuto girarli per il distanziamento e i contagi. Magari è la volta buona che ci proiettano i film vecchi. Tornerei al cinema volentieri, per il Vacanze di Natale dell’83.

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