Elementare, NetflixEnola Holmes è meglio del fratello Sherlock, ma deve ancora fare i conti con il copyright

La protagonista dell’omonimo è una adolescente brillante, ribelle e indipendente che non ha nulla da invidiare al parente più famoso. ll suo unico problema sono però i diritti d’autore e la causa della Doyle Estate

Sul successo del personaggio di Sherlock Holmes, il più che celebre detective creato dallo scrittore Arthur Conan Doyle, si è già scritto e detto tutto il possibile. Era difficile però immaginare che, a quasi cento anni di distanza, riuscisse a far discutere di nuovo e, soprattutto, a popolare le aule dei tribunali.

Stavolta per una questione di diritti. La Doyle Estate ha deciso di intentare una causa per violazione del copyright contro Netflix. Il motivo? Nel nuovo film “Enola Holmes”, del regista Harry Bradbeer (“Fleabag”), in cui vengono raccontate le avventure della sorella ribelle del famoso investigatore, la piattaforma avrebbe messo in mostra uno Sherlock Holmes più sentimentale ed emotivo del solito.

Sembra una questione assurda, ma solo a prima vista. Il film c’entra poco con gli scritti di Conan Doyle: è tratto invece dai romanzi della scrittrice americana Nancy Springer, esperta in opere per ragazzi, o young adults.

Qui immagina una variante femminile (e femminista) del famoso investigatore, più giovane ma altrettanto sveglia e lanciata in una Londra forse meno tenebrosa ma comunque piena di pericoli. Enola Holmes è la più giovane della famiglia, cresce in una casa in campagna istruita soltanto dalla madre – che le insegna soprattutto la chimica, gli scacchi e il jujitsu.

Il fratello maggiore e più famoso appare poco, ma dopo la lunga separazione mostra di nutrire affetto e stima per la sorella e cerca di aiutarla (senza essere troppo invadente). Non solo: proprio grazie alle posizioni indipendenti e autonome della ragazza, che riflettono quelle espresse dai primi movimenti femministi, anche lui comincia a comprendere l’importanza della politica e, in particolare, l’ipotesi di «provare a cambiare il mondo».

Per il personaggio si tratta di un aspetto insolito, di quelli che potrebbe venire approfondito con discreto successo in una tesina triennale in lettere. Per la Doyle Estate, invece, diventa il fondamento per una causa.

Secondo loro questa particolare evoluzione psicologica di Sherlock Holmes, rappresentata in qualche modo anche nel film, sarebbe stata raccontata da Doyle nei romanzi scritti dopo il 1922, dopo che i lutti della Prima Guerra Mondiale gli avevano imposto un generale ripensamento sul mondo e sulla realtà.

Guarda caso, sono gli stessi scritti ancora coperti da copyright negli Stati Uniti, secondo quanto deciso dalla sentenza del caso Klinger contro Doyle Estate, del 2014. La corte d’appello del settimo distretto giudiziario aveva decretato che sia Holmes che Watson, e tutte le loro caratteristiche e avventure, sono liberi da copyright e possono essere ripresi e utilizzati senza dover chiedere permessi o licenze. Soltanto le opere scritte dal 1922 in poi erano da considerarsi ancora protette: i diritti sui temi e le storie contenute in quelle pagine appartenevano agli eredi. Una volta conosciute le premesse, la conclusione è ovvia, anzi: elementare. Molto più difficile sarà, però, convincere i magistrati.

Il fatto è che Sherlock Holmes, nel film sulla sorella teenager, serve più che altro a dare un contesto, come le strade piene di cavalli e carrozze, i prototipi di automobili. È un personaggio, fornisce il brand ma ha la stessa funzione di un importante oggetto di arredamento.

La storia, l’azione e il messaggio (detto alla buona: una sorta di empowerment femminile più simpatico di quelli tentati finora) sono tutti nelle mani di Enola, avventurosa, solitaria e femminista.

Solo il fratello maggiore Mycroft (il primo: Sherlock è quello di mezzo), dal carattere burbero e conservatore fornisce un contraltare alle posizioni di Enola: ed è tanto più efficace perché rispecchia, nella frattura familiare, una delicata epoca di passaggio.

Quello che succede – la fuga in treno, l’incontro con un lord ribelle dalla famiglia, il muoversi in una Londra inaspettata – oltre a fornire una trama, permette di esaltare le qualità della protagonista e a fornire un modello di investigatore forse un po’ diverso rispetto a quello del fratello. Più avventuroso e meno deduttivo. Ma non per questo meno efficace.

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