Tokyo driftLa superpotenza discreta che rischia di vincere la guerra tra Stati Uniti e Cina

Negli ultimi decenni il Giappone ha saputo adattarsi alla globalizzazione diventando leader nel libero scambio grazie a un governo stabile e a scelte oculate in politica estera. Dopo le dimissioni di Shinzo Abe, ora il nuovo primo ministro Yoshihide Suga deve far uscire il Paese dalla pandemia e costruire un futuro a prova di Washington e Pechino

(Photo by Eugene Hoshiko / POOL / AFP)

«In un’era di rinnovata competizione tra grandi potenze che Washington ha definito come una battaglia a somma zero tra “il mondo libero” e una Cina incombente», scrive su Foreign Affairs la direttrice del Centro per gli studi sulle politiche dell’Asia orientale Mireya Solís, «l’altra grande potenza dell’Asia orientale, il Giappone, ha perso la pazienza». Nonostante la crisi demografica e la peggiore recessione economica dal dopoguerra a oggi, infatti, il Giappone vanta una democrazia solida e resiliente, si è saputo adeguare alla globalizzazione con intelligenza e pragmatismo fino a diventare un Paese leader nel libero scambio e oggi è in grado, al pari della Cina, di utilizzare l’impegno economico come strumento diplomatico.

Dopo le dimissioni del primo ministro Shinzo Abe, però, i cittadini sono preoccupati per la stabilità della leadership interna del Paese, che ritengono essere troppo vincolato a Cina e Stati Uniti in tema di economia e sicurezza. Nonostante il Giappone non ambisca a diventare una superpotenza, sostiene Foreign Affairs, le sue scelte strategiche potrebbero farne un attore capace di giocare un ruolo importante nel conflitto in corso tra Cina e Stati Uniti.

Mentre le democrazie occidentali, Stati Uniti in testa, stanno vivendo un momento di grande fragilità economica e sociale, il Giappone ha dimostrato di sapersi adattare con successo ai cambiamenti degli ultimi decenni, resistendo alla delocalizzazione della produzione e alla difficile integrazione col mercato cinese. La rivalutazione dello yen negli anni ’80 ha innescato una serie di investimenti esteri tali che oggi circa il 50 per cento delle attrezzature di trasporto è prodotto fuori dal Giappone, così come il 30 per cento dell’elettronica di consumo e degli impianti generici.

Dal punto di vista commerciale, il Giappone rappresenta per la Cina un partner più forte rispetto agli Stati Uniti. Nel 2019, Tokyo dipendeva dalla Cina per il 24 per cento dell’export e per il 19 per cento dell’import, mentre gli Stati Uniti si fermavano rispettivamente a quota 18 e 7 per cento.

Se la perdita di posti di lavoro causata dall’esternalizzazione e dalle massicce importazioni ha generato grande malcontento nei cittadini americani, un sondaggio del 2018 condotto da Adam Liff e Kenneth McElwain rivela che al contrario i cittadini giapponesi considerano il libero scambio una risorsa preziosa per l’economia del Giappone, in grado di migliorare la vita quotidiana e di garantire la pace e la stabilità raggiunte dopo la Guerra fredda.

Tale popolarità si spiega in primo luogo per gli effetti positivi che il commercio con l’estero ha avuto sul mercato del lavoro giapponese, dove a causa del rapido invecchiamento della popolazione l’offerta della forza lavoro è diminuita e la disoccupazione si aggira intorno al 2,4 per cento, con un picco del 5 per cento all’indomani della crisi finanziaria del 2008 e del 2,8 per cento a sei mesi dall’inizio della pandemia.

È per questo che in Giappone le politiche illiberali e populiste non hanno trovato terreno fertile, e sebbene il numero dei lavoratori stranieri sia raddoppiato nell’arco dell’ultimo decennio, il pensiero sovranista e la retorica anti-immigrazione non sono riusciti ad attecchire. Al contrario, scrive Foreign Affairs, l’establishment si è rafforzato.

Prima delle sue improvvise dimissioni, Shinzo Abe era diventato il primo ministro più longevo nella storia giapponese. Nonostante gli scandali che hanno colpito la sua amministrazione e alcune sconfitte politiche (la mancata revisione della Costituzione o il fallimento del trattato di pace con la Russia), Abe ha elevato la posizione diplomatica del Giappone trasformando il Paese in un leader globale del libero scambio e ha rafforzato la politica estera con l’istituzione del Consiglio di sicurezza nazionale e con la cosiddetta “strategia indo-pacifica”, che ora altri Paesi occidentali stanno cercando di replicare.

Oggi il Giappone detiene tra il 50 e il 100 per cento delle quote di mercato del comparto high-tech, rivaleggia con la Cina in termini di investimenti e finanziamento di progetti infrastrutturali all’estero e la supera quanto a investimenti nel sud-est asiatico. Ma il suo ruolo nei negoziati commerciali è evidente anche su altri fronti. Il Giappone ha collaborato con gli Stati Uniti e l’Ue per modernizzare le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio sui sussidi, ha condotto una campagna per bilanciare il libero flusso di dati con la tutela della privacy e della sicurezza informatica e ha contribuito a stabilizzare la politica commerciale britannica conducendo rapidamente negoziati bilaterali con il Regno Unito all’indomani della Brexit.

«Il consolidamento del ruolo del Giappone come potenza economica internazionale metterà alla prova il coraggio dei successori di Abe» scrive Mireya Solís. Dal loro successo o fallimento dipenderà la possibilità per le medie potenze di sostenere un sistema economico internazionale aperto in un momento in cui l’Organizzazione mondiale del commercio conta sempre meno e Pechino e Washington si sono rifugiate in una guerra commerciale sempre più serrata.

Sebbene i rapporti con la Cina siano sostanzialmente migliorati nell’arco dell’ultimo decennio, la cattiva gestione del Covid-19 da parte di Pechino e alcune cattive scelte in politica estera, come la legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong – in disaccordo col principio “un Paese, due sistemi” -, hanno raffreddato i rapporti tra i due Stati. Fare troppo affidamento su Pechino viene descritto ora come un rischio da molti leader politici, e ad aprile il governo Abe ha stanziato 2,2 miliardi di dollari per ristrutturare le catene di approvvigionamento giapponesi in settori dove la produzione è fortemente concentrata in Cina.

Parallelamente, il Giappone ha reinvestito nell’alleanza statunitense, ha reinterpretato la Costituzione per garantirsi il diritto di usare la forza in caso di necessità e ha riattivato il Quad (Quadrilateral Security Dialogue), un’alleanza con Australia, India e Stati Uniti volta a tutelare la sicurezza in chiave anti-cinese. In primo luogo quella informatica, dove Pechino punta all’egemonia. Per questo il Giappone ha rifiutato di utilizzare le apparecchiature di telecomunicazioni cinesi per costruire la sua rete 5G, e ha rafforzato i criteri di screening per gli investimenti esteri in modo da rendere più difficile per la Cina mettere le mani su una tecnologia critica. Tuttavia la politica protezionistica di Donald Trump e il suo America First hanno indebolito la rete di alleanze e cancellato le speranze di uno sforzo coordinato per resistere alla Cina.

Nel quadro così composto, scrive Mireya Solís, il Giappone «favorisce una concorrenza selettiva che gioca con i suoi punti di forza nella politica economica, sperando di ridurre il rischio di un eccessivo affidamento sulla Cina ma senza rinunciare all’interdipendenza e lasciando comunque spazio a una cooperazione selettiva con Pechino sui cambiamenti climatici e il commercio regionale».

Determinante per il suo futuro strategico, sostiene Foreign Affairs, sarà anche la risposta di Tokyo alla pandemia. Se il Giappone è riuscito a frenare la crisi sanitaria (a metà ottobre si contano 94 mila casi e 1.600 decessi), l’economia ha subito una contrazione del 7,8 per cento nel secondo trimestre del 2020, la più grande dal dopoguerra, e al governo è mancata una strategia coordinata nonostante il parlamento abbia approvato un budget extra pari a 298 miliardi di dollari.

La nomina a primo ministro del capo di gabinetto e braccio destro di Abe, Yoshihide Suga, è una scelta che va nella direzione della continuità politica e la sua candidatura ha ricevuto ampio sostegno da parte dell’opinione pubblica. Non avendo alcuna esperienza diplomatica, sostiene Foreign Affairs, è probabile che Suga abbraccerà la consolidata strategia indo-pacifica, e al momento la sua priorità è quella di guidare le riforme strutturali e una politica monetaria espansiva per fronteggiare la pandemia.

«Nessuno si aspetta cambi radicali nella politica interna o estera nell’amministrazione Suga», scrive Foreign Affairs, «ma il nuovo capitolo del Giappone inizierà solo quando la sua leadership articolerà una strategia di rivitalizzazione in grado di fornire una crescita resiliente ed equa e offrirà una visione del ruolo internazionale del Giappone post-pandemia».

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