Agenda urbanaPerché il Recovery Plan deve parlare (anche) di territorio

I 209 miliardi del Next Generation Eu possono essere l’occasione giusta per rendere lo sviluppo più sostenibile ed ecologico ma anche per affrontare molti dei nodi che hanno creato il divario tra l’Italia e altri Paesi europei in questo settore

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In Italia l’attenzione per gli effetti delle politiche territoriali è sempre stata molto bassa come dimostra la mancata integrazione delle policy infrastrutturali, energetiche, ambientali e insediative ma anche lo scarso interesse per l’elaborazione di un’Agenda urbana nazionale quale strumento che, in ambito europeo e oramai da decenni, consente di sviluppare programmi integrati di mobilità sostenibile, welfare, adattamento ai cambiamenti climatici e politiche per la casa, ad esempio.

La pandemia ci sta facendo capire che è impensabile, oltre che non auspicabile, un semplice ritorno al passato, ma ci deve spronare a elaborare misure che rendano più resilienti la nostra società e le nostre comunità. E quando si parla di resilienza, adattamento e sviluppo non si può dimenticare la dimensione territoriale.

I fondi del Next Generation Eu possono portare ingenti risorse, impensabili solo fino a qualche mese fa, per investimenti e riforme strutturali centrati essenzialmente sui due obiettivi fissati dall’Unione Europea: transizione verde e digitalizzazione, ma molti dei temi contenuti nel Recovery Plan, dal contrasto al cambiamento climatico fino alle misure per il dissesto idrogeologico, passano dalla pianificazione territoriale e dal governo delle città.

Per questo è urgente passare da un approccio settoriale e verticale, con progetti gestiti da livelli istituzionali diversi, che spesso non comunicano tra di loro, a un approccio che ponga al centro la dimensione territoriale. Non certo per esaltare campanilismi o istanze localistiche, ma perché l’efficacia di molte scelte dipende da come un territorio è capace di generare sviluppo economico e sociale. Per fare questo l’approccio macroeconomico dall’alto non basta. Servono politiche mirate per le città e i territori, place-based come direbbe Fabrizio Barca.

Guardando l’area urbana milanese ci sono almeno due temi che richiederebbero un adeguato approfondimento per elaborare politiche urbane e metropolitane coerenti con gli obiettivi di sostenibilità del Recovery Plan.

Il primo tema è legato alle dinamiche che stanno attraversando il mondo del lavoro: il diffondersi dello smart working sta cambiando anche le nostre città, con ripercussioni su due dei settori immobiliari, terziario e commerciale, che sono stati fondamentali per la vitalità, e per le entrate, della città. In America molti headquarter – le sedi centrali – di importanti aziende si stanno riducendo, a fronte della previsione di rendere stabile, almeno in parte, le diverse forme del lavoro da casa anche post covid. Se il trend è questo, è lecito domandarsi cosa ne sarà di molti interventi urbanistici milanesi previsti per ospitare nuovo terziario o di molte delle attuali sedi che, con il lavoro in presenza ridotto, sono sovradimensionate.

In parallelo, i dati dimostrano come molti studenti e lavoratori fuori sede, dopo il lockdown e l’attivazione della didattica a distanza o del lavoro da casa, non sono tornati a vivere in città. I siti di gestori di affitti certificano come l’offerta di appartamenti sia quadruplicata rispetto al 2019, effetto di un ripensamento sulla scelta, fino a un anno fa considerata la migliore, di stare a Milano, the place to be.

Queste dinamiche, che stanno mettendo a forte rischio la dinamicità che ha caratterizzato la città negli ultimi anni, non possono essere affrontate come un banale derby tra pro e contro smart working, ma dovrebbero portare a una riflessione più ampia sull’economia della città, sul modello di sviluppo e anche sulle dinamiche in evoluzione del mercato del lavoro.

Il secondo tema riguarda la dotazione dei servizi e la loro prossimità. Lo slogan “città dei 15 minuti” che ha raccolto gli entusiasmi di molti anche sull’onda del successo parigino della sindaca Anne Hidalgo è certamente un ottimo indirizzo, che però ha bisogno di essere interpretato e attuato in modo differente a seconda di comuni e di quartieri che partono da dotazioni di servizi molto diversi.

Se nel perimetro dell’area C di Milano può essere sufficiente completare qualche tratto di pista ciclabile, nei quartieri periferici o nei comuni di cintura metropolitana (soprattutto quelli più piccoli) gli interventi da realizzare devono essere più strutturali e complessi e necessitano di una visione di scala un po’ più ampia per rientrare in una dimensione urbana e metropolitana realmente più sostenibile e più equilibrata, fatta di dotazione di servizi pubblici efficienti, di reale policentrismo di funzioni pregiate e di trasporto sostenibile.

Sullo sfondo, quando si parla di territorio, rimane l’inadeguatezza, sempre più profonda, dell’apparato normativo nazionale del 1942, pensato per gestire e organizzare la ricostruzione post bellica, che dovrebbe indicare i principi ispiratori per le legislazioni regionali.

Peccato che nel 1942 non si parlasse mica di contrasto al consumo di suolo, di dissesto idrogeologico o di cambiamento climatico. Tutti questi temi vengono quindi affrontati in modo diverso da regione a regione e in modo settoriale quando invece dovrebbero essere integrati nell’ambito del governo del territorio e della pianificazione territoriale con univoci indirizzi per tutto il territorio italiano.

Servirebbe una nuova legge nazionale che si ispiri alle virtuose esperienze di pianificazione territoriale, che riconosca l’importanza delle risorse naturali e ambientali e ne promuova la loro valorizzazione anche in ambito urbano, che introduca nel sistema della dotazione di spazi pubblici obbligatori, i famosi standard urbanistici, anche le reti ecologiche e le infrastrutture per i sistemi di drenaggio urbano sostenibile, che preveda la compensazione ambientale come obbligo per ogni intervento edilizio, che renda strutturale una forma di ecobonus per opere di riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente con sgravi fiscali progressivi sulla base del risparmio ottenuto, e che pensi a nuovi strumenti per consentire alle amministrazioni pubbliche di evitare lo spopolamento dei centri storici, di tornare a fare edilizia residenziale pubblica e di investire sui servizi di prossimità.

Il Recovery Plan è un’occasione per affrontare molti dei nodi che hanno creato il divario esistente tra l’Italia e altri Paesi europei negli ultimi decenni, un gap che è fatto anche di mancate riforme sul territorio. Per indirizzare lo sviluppo verso un modello sostenibile e più ecologico è necessario parlare (anche) di territorio.

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