Buone intenzioni, cattiva gestioneIl cortocircuito sui beni confiscati alla mafia

Il primo bando nazionale per enti e associazioni del terzo settore a cui verranno distribuiti immobili appartenenti alla criminalità organizzata non prende in considerazione lo stato degli immobili. In Sicilia ci sono terreni introvabili, ingressi delle ville murati e boss ancora “residenti”. I fondi sono pochi e la copertura è garantita fino al massimo del 20% delle spese di ristrutturazione

Afp

Il primo bando nazionale per l’assegnazione diretta dei beni confiscati alla criminalità organizzata è un passo importante, ma forse non del tutto previdente. L’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) lo ha indetto per enti e associazioni del terzo settore a cui verranno assegnati, a titolo gratuito, immobili confiscati affinché siano destinati a finalità sociali.

Lo Stato mette in palio direttamente 1.400 particelle catastali (porzioni di terreni e fabbricati, ndr), quasi la metà (657) in Sicilia. Il “concorsone” è stato aperto il 1° agosto e scadrà il prossimo 31 ottobre. Solo negli ultimi 8 anni la nostra magistratura ha sequestrato o definitivamente confiscato un totale di 65.502 fra mobili, immobili, beni finanziari e aziende. Dalla legge 109 del 1996, che prevede l’uso sociale dei beni al 31 ottobre 2018, i beni immobili tornati alla collettività sono stati 15.037, mentre quelli ancora in mano all’Agenzia sono 17.318, perché la confisca non è definitiva o perché non è riuscita ancora a dargli una destinazione.

Per le aziende: dal 1982 ne sono state destinate 944, mentre 3.023 risultano ancora in gestione. Sono quasi 600 all’anno le imprese confiscate e poi lasciate inutilizzate, non totalmente ma quasi, e quindi fatte marcire, per un valore in termini di produzione cumulata, nonostante sia la Corte dei Conti sia l’Anbsc dichiarano di non avere tutt’ora un censimento preciso della portata commerciale, di circa 10 miliardi di euro.

Sempre la Corte dei Conti, nel 2016, ricorda che fra la confisca di un bene e la sola comunicazione all’Agenzia Nazionale trascorrono in media 470 giorni, fino a punte di 5.400 giorni, vale a dire 15 anni.

Insomma, oltre al valore economico e sociale, il bando è una svolta in un settore rimasto ai blocchi per troppo tempo. Che adesso, però, deve fare i conti con le criticità che si sono sviluppate in alcune realtà locali. In Sicilia, su tutti, a incidere è lo stato di salute dei beni inseriti nel bando. C’è un casolare, per esempio, nella Piana di Catania di cui «il coadiutore giudiziario sconosce letteralmente l’ubicazione», spiega Claudio Fava, presidente dell’Antimafia dell’Ars (Assemblea regionale siciliana). E ci sono altri casi di immobili «tuttora occupati da soggetti riconducibili alle organizzazioni criminali a cui erano stati confiscati» continua Fava. Senza contare quelle ville con gli ingressi murati o «in condizioni spesso fatiscenti, con terreni difficilmente raggiungibili e privi di utenze o con immobili raggiungibili solo tramite passaggi di proprietà».

Le buone intenzioni pertanto ci sono, ma per le tante lacune che il documento presenta il presidente dell’Antimafia ha chiesto di «congelare» per la Sicilia il bando di assegnazione. Considerando anche i massimali che lo Stato fornisce: la copertura, si legge nel testo, è fino al massimo del 20% delle spese di ristrutturazione e messa in sicurezza, con a disposizione un fondo di appena un milione per circa mille particelle, in teoria 1.000 euro per ognuna.

Cifra che non basterà sicuramente, come si legge in una nota a firma i Siciliani, Giardino di Scida’ e Arci Catania, per gestire i beni della famiglia Zuccaro (ville e palazzine, piscine, giardini e garage) a Gravina. Confiscati nel 2013, per un valore complessivo di 30 milioni, a Maurizio Zuccaro, ritenuto esponente del clan Santapaola (è cognato del boss Vincenzo Santapaola), alcuni immobili del lussuoso complesso, come emerge anche dalle audizioni in Antimafia, «risulterebbero attualmente occupati» e «alcuni familiari risulterebbero ancora residenti in quei locali».

Quello degli immobili non è il solo fenomeno in cui boss e teste di legno sono in grado di muovere le pedine a loro piacere nonostante sequestri e arresti. Il meccanismo che avvolge le ex aziende dei boss mafiosi si avviluppa su vari piani. Le imprese prima mafiose non riescono a essere competitive sul mercato legale perché schiacciate dalla pressione fiscale che le precedenti gestioni evitavano. La messa in regola dei lavoratori in nero, le utenze passate e attuali, la mancanza di fondi per rimettere mano alle strutture che, durante gli anni del processo, cadono in rovina o peggio ancora vengono depredate dalle mafie stesse. Una sopravvivenza messa a dura prova dall’aggravante delle banche: gli istituti fiutando l’arrivo dello Stato, ai primi segnali di un coinvolgimento in indagini antimafia dei clienti chiudono i rubinetti e la possibilità di un qualsiasi finanziamento. Anche dopo che l’azienda è stata tolta ai boss e affidata a un curatore.

«Chi si occupa dei beni confiscati, ovvero gli amministratori giudiziari, sono in genere avvocati, non esperti del territorio», spiega Salvatore Inguì, coordinatore responsabile di Libera. «Dalla confisca alla riassegnazione passano circa 10 anni: in quel frangente la proprietà è priva di custodia e vittima di punizioni criminali, al tal punto che le cooperative che riescono a subentrare si trovano di fronte a beni devastati» continua Inguì.

A marcare l’esigenza di un diverso registro di attuazione del bando di regione in regione è il contesto milanese. Il capoluogo lombardo compare con 15 particelle catastali, fra cui un’appartamento di 200 metri quadrati in corso Venezia e un rustico a Bruzzano di 120 metri quadrati finito sotto sequestro nel 2015. Il Comune in questi anni ha lavorato con successo, riassegnando 204 beni confiscati alla criminalità organizzata, di cui centododici sono stati assegnati a enti del terzo settore sulla base di progetti di ospitalità di persone “fragili”. A novembre scatterà inoltre un altro bando per l’assegnazione di otto immobili, per un totale di 33 appartamenti.

A Palermo, invece, l’Agenzia conta 1991 immobili destinati, di cui 177 dichiarati inutilizzati e 83 occupati abusivamente. A Caltanissetta su 270 immobili destinati se ne contano appena 39 registrati e per 24 di questi non appare alcun dato sull’utilizzazione. Al centro Italia i numeri scendono vertiginosamente: con il Comune di Bologna che ne gestisce 13 e la Toscana che in totale riassegna nel bando solo 10 immobili. «A Campobello di Mazara per esempio ci sono stati alcuni beni consegnati, ristrutturati e vandalizzati dai mafiosi e di nuovo confiscati. Questo per dire che il bando è un buon punto da cui partire, ma servono verifiche sul territorio dove la realtà dei fatti è differente dai registi ministeriali» conclude Inguì. Viene da chiedersi realmente se Agenzia e Ministero dell’Interno sono al corrente di tutto ciò.

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