MemoriaPerché il libro e la serie sugli anni del terrorismo basco non smettono di far discutere

“Patria” di Fernando Aramburu ha attirato successo e critiche. Ora c’è una nuova polemica per gli episodi prodotti dalla Hbo. Una locandina giudicata poco rispettosa solleva l’indignazione tra i parenti delle vittime di quegli anni e riapre una ferita su cui, forse, non si è ancora ragionato abbastanza

frame del trailer “Patria”

«Da buone intenzioni possono nascere libri cattivi», spiega lo scrittore spagnolo Fernando Aramburu. Ma da buoni libri nascono sempre serie televisive. È una legge, e vale anche per il suo ormai celebre romanzo “Patria”, del 2016 (in Italia è arrivato nel 2019, con Guanda), che la Hbo ha trasformato in una miniserie di otto puntate.

Cambia il mezzo ma la storia rimane la stessa: un complesso conflitto tra due famiglie covato sullo sfondo della battaglia separatista basca, con gli abusi dell’Eta e delle forze di polizia, proprio mentre l’organizzazione terroristica annuncia il suo “addio alle armi” nel 2011.

A spiegare il suo successo rimasto invariato anche quando il libro è stato esportato all’estero, non è solo il tema – ancora importante nell’immaginario collettivo spagnolo – ma anche il trattamento.

In una intervista al Guardian lo scrittore spagnolo, residente da anni in Germania, ha fatto notare che il libro tratta tematiche universali, di cui si può comprendere la portata e capirne le implicazioni anche se non si è spagnoli o baschi. Si tratta di una storia di famiglia(e), di viaggi, amori e universi. Oltre che di legami e fedeltà. Dietro a tutto questo, campeggia la parola più importante e impegnativa di tutte: patria, appunto.

Non è un caso che lo scrittore, che ha abbandonato il Paese per amore, viva la sua lontananza come un punto di forza. Gli permette di vedere le cose da una giusta prospettiva. O, almeno, da una prospettiva diversa. Anche se a volte è costretto a tornare – come aveva raccontato nel 2019 all’inaugurazione di BookCity – per riprendere contatto con la lingua. «Vivere fuori mi ha obbligato a ripensare a ogni parola che utilizzavo, a concentrarmi sul modo in cui parlavo». Per cui, «ogni volta che sono in Spagna, vado in giro con un taccuino. E segno tutti i vocaboli nuovi, o con accezioni nuove, che incontro per strada. È importante, altrimenti sembra che scrivo con la lingua di quarant’anni fa».

Adesso si è passati a un’altra dimensione. “Patria”, con le sue 600 pagine e oltre, è stata tradotta, tra le altre 32 lingue, anche in inglese (“Homeland” nel titolo del libro) ed è stata adattata per la televisione, mantenendo il titolo spagnolo e, nelle intenzioni, anche lo spirito originale.

Dopo aver superato il ritardo imposto dal Covid – doveva uscire a maggio 2020, ma la postproduzione, a causa delle restrizioni imposte dal coronavirus, ha subito rallentamenti – è stata presentata al Festival di San Sebastian. E dal 27 settembre è disponibile anche su Hbo (non ancora in Italia).

Ma come il libro di Aramburu aveva suscitato dibattiti, discussioni e commenti, così anche la trascrizione di Aitor Gabilondo, uno dei più importanti sceneggiatori spagnoli, è subito stata investita dalle polemiche.

Colpa della locandina, che con la sua doppia immagine – a sinistra, in strada, la moglie di Txato, uno dei personaggi del libro, che abbraccia il marito ucciso dall’Eta; a destra il corpo steso di un terrorista in un commissario di polizia. Sopra, la scritta: “Siamo tutti parte di questa storia” – ha suscitato l’indignazione delle associazioni delle vittime e, a ruota ha suscitato la reazione del governo spagnolo, nella voce del ministro dell’Interno Fernando Grande Marlaska.

L’immagine sarebbe una banalizzazione del terrorismo e, al tempo stesso, una umiliazione per le vittime e i loro familiari. Tomas Caballero, presidente della Fondazione per le vittime del terrorismo, ha chiesto subito la rimozione del poster. Perfino lo stesso Aramburu ha lanciato la sua critica: la locandina, ha detto, «è stata un errore», la strategia di marketing «poco delicata». Ma la serie, al contrario, lo è: ricalca lo stesso atteggiamento che si era imposto durante la scrittura del romanzo, cioè il «rispetto e comprensione per il dolore delle vittime».

Per una storia che cerca di dipanarsi in un periodo complicato del recente passato spagnolo, le forzature pubblicitarie appaiono fuori luogo. Serve sensibilità e molto studio prima di farsi un’idea. Scrivere quel libro, spiega Aramburu, lo ha obbligato a documentarsi in profondità. È stato in quel momento che, da basco, ha cominciato a vedere la situazione in modo nuovo. Per lui l’Eta è stato un gruppo di persone che ha preso le armi e ha cercato di imporre agli altri il proprio progetto, e una parte della società era d’accordo. Il libro lo ha aiutato a essere una testimonianza dell’orrore e, al tempo stesso, a ribadire l’importanza della democrazia. La serie, si spera, farà la stessa cosa.

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