La prostituzione a Roma non si ferma mai«In tanti anni non ho preso l’Hiv, perché ora dovrei prendermi il Covid?»

La Capitale è la città italiana con il più alto tasso di sex workers: sono circa 2500 donne e trans che scendono in strada e almeno altre 1500 le persone che lavorano in appartamenti e centri massaggi. Un fenomeno che nonostante le nuove misure restrittive e i pericoli non sembra particolarmente toccato dalla pandemia

VALERY HACHE / AFP

«Se veramente ci fosse stato il coronavirus io l’avrei preso ventimila volte. Sono qui tutte le notti e non mi è mai successo nulla. È solo un’influenza, non mi spaventa». Maria è originaria della Romania, ha vent’anni, i capelli neri e un viso bellissimo senza nessuna mascherina a coprirlo. Lei, come decine di colleghe che lavorano sui marciapiedi di viale Palmiro Togliatti, periferia est di Roma, ostenta tranquillità e continua il suo turno come se nulla fosse.

A Tor Sapienza, enclave delle transessuali, si contano decine di prostitute dai fisici statuari. Attirano i clienti a pochi metri dal centro carni adibito a drive-in per i tamponi, dove all’una di notte ci sono già dieci macchine in coda. Sotto il Fungo, il ristorante panoramico dell’Eur, le trans ricevono direttamente nelle proprie auto. Fari accesi e cappotti vistosi anche davanti ai circoli sportivi nel quartiere Parioli.

Trentacinque nazionalità diverse: principalmente romene, brasiliane e nigeriane. Ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette. Roma è la capitale della prostituzione con circa 2500 donne e trans che scendono in strada. A loro vanno aggiunte almeno altre 1500 persone che lavorano in appartamenti e centri massaggi. Secondo le stime della cooperativa Parsec, che da anni fa servizio anti-tratta e prostituzione, nella Città Eterna è concentrato il 15 per cento delle lucciole presenti in Italia.

Nei giorni in cui il governo vara nuove misure restrittive e anche nel Lazio arriva il coprifuoco notturno, a Roma l’industria della prostituzione non si ferma. L’impennata di contagi viene ignorata, saltano tutte le cautele. Le associazioni denunciano il «ritorno alla normalità» dopo il primo lockdown. Da una parte all’altra della città, quasi tutte le sex workers si mostrano senza mascherina, prudentemente riposta nella borsetta in caso di controlli. D’altronde, raccontano le dirette interessate, sono pochissimi i clienti che chiedono di indossare i dispositivi di protezione. «Se ne fregano», sorride Roberta.

Accento est-europeo, stivali leopardati e minigonna di velluto, dichiara di essere appena maggiorenne. Batte su viale Marconi, zona sud di Roma. «Non c’è nessun virus qui, non ho paura, sono tranquilla». Il suo tariffario è chiaro: venti euro per il sesso orale, quaranta per una prestazione completa. Chi preferisce farlo senza profilattico, deve spendere il doppio.

«Negli ultimi anni è aumentata esponenzialmente la richiesta di prestazioni più trasgressive come i rapporti non protetti, figuriamoci se oggi le ragazze si pongono il problema della mascherina». Irene Ciambezi è la referente del progetto anti-tratta della comunità Papa Giovanni XXIII. «La contrattazione tra la prostituta e il cliente non è mai alla pari, tantomeno in questo periodo. Nei 15 minuti dell’incontro può succedere qualunque cosa».

Il quadro che emerge dall’esperienza quotidiana degli operatori è inquietante. Luca Scopetti, coordinatore delle unità di strada per la Cooperativa Parsec, racconta: «C’è molta tensione nell’aria, adesso oltre ai profilattici distribuiamo gel e mascherine. Forniamo tutte le informazioni sanitarie, ma le ragazze sottovalutano il problema. Il loro ragionamento è: “In tanti anni non ho preso l’Hiv, perché ora dovrei prendermi il Covid?”»

Il rischio contagio, neanche a dirlo, è altissimo: nell’abitacolo delle auto, coi finestrini chiusi, senza nessun filtro né distanziamento. Il cliente paga e impone le regole. Eppure quasi tutte le donne minimizzano o negano la pericolosità del Covid. Per molte di loro è una sorta di autodifesa psicologica. Altre sono persuase dalle organizzazioni criminali affinché continuino a incassare.

Sotto gli archi dell’Acquedotto Alessandrino c’è Stefany, trans brasiliana, l’unica che indossa la mascherina: «Io ho tanta paura ma ho bisogno di lavorare e non posso fermarmi, non saprei come fare. Se il cliente accetta lo porto a casa mia e gli faccio lavare le mani prima di fare sesso». La pensa diversamente la sua collega Patricia, che riceve a Tor Sapienza con tacchi vertiginosi e un top rosso dalla scollatura profonda. Mostrando il suo viso femminile, incalza: «Il virus non è un problema, ma se vuoi facciamo l’amore con la mascherina».

In un periodo di restrizioni, quello dei marciapiedi sembra un mondo parallelo e dimenticato. Una fonte della Questura racconta: «In questo momento la priorità dei controlli è rivolta ai giovani e alle zone della movida contro gli assembramenti». Le forze dell’ordine fanno quello che possono, ma gli strumenti non sono molti. Con il nuovo regolamento di polizia urbana approvato dal Campidoglio, sono arrivate multe e daspo per le “lucciole”.

Adesso scattano anche i verbali per la violazione dell’obbligo delle mascherine. È successo a viale Marconi, dove il commissariato Cristoforo Colombo sta organizzando servizi mirati. Qui, a differenza di molte altre zone, si vedono diverse pattuglie in strada, più giorni a settimana, per cercare di scoraggiare il fenomeno.

Ma la città è troppo grande e il mercato cittadino non sembra risentirne. Il sesso si vende ovunque, le organizzazioni controllano ogni aspetto. «Si può combattere lo sfruttamento e tutto quello che gira intorno alla prostituzione. Facciamo azioni di disturbo come le sanzioni e il controllo dei documenti. Possiamo contenere il fenomeno, non arrestarlo», continua il poliziotto.

Col Covid il giro d’affari è diminuito. Giovanissimi e anziani temono il contagio e hanno smesso di presentarsi. Resiste la clientela affezionata, quella compresa tra i 30 e i 50 anni. Per le lavoratrici della strada il lockdown della primavera scorsa ha rappresentato un dramma. Tra irregolari e richiedenti asilo, in tante si sono ritrovate sole, senza tutele. «Il 90 per cento di loro non ha accesso a nessun tipo di sussidio, abbiamo consegnato moltissimi pacchi cibo perché non avevano nulla da mangiare», racconta Luca Scopetti di Parsec.

Con la pandemia, alcune donne hanno deciso di ricevere in appartamento. Quelle pochissime che possono permetterselo si limitano alle videochiamate erotiche. Ma la stragrande maggioranza è dovuta tornare a battere i marciapiedi. Per necessità. Per ripagare i debiti con le organizzazioni criminali.

Nella Capitale si può stilare una vera e propria mappa del sesso a pagamento. Le prostitute si vendono sulle grandi arterie: dalla Salaria alla Tiburtina, dalla Prenestina alla Colombo. Nelle periferie come Tor Sapienza e Laurentina, ma anche in quartieri residenziali come Eur e Parioli. Di notte il fenomeno è più evidente, certo. «Di giorno è solo camuffato, magari le ragazze cambiano zone, vestono con abiti meno succinti, si mettono alle fermate degli autobus».

La fascia d’età di chi lavora sul marciapiede è compresa solitamente tra i 17 e i 25 anni. Ma ogni strada romana è un mondo a sè: su viale Palmiro Togliatti è più facile trovare ragazze di 25 anni, mentre su viale Marconi e all’Eur ci si imbatte anche nelle minorenni.

Alle diverse nazionalità corrispondono più livelli di sfruttamento. Si va dall’affitto del marciapiede alla schiavitù vera e propria. Mentre le prostitute dell’est Europa riescono a intascare circa il cinquanta per cento dei guadagni, le colleghe nigeriane vivono in condizioni umilianti, costrette a ripagare il proprio debito per il viaggio dall’Africa e la permanenza in Italia.

Con il lockdown della scorsa primavera, raccontano da Parsec, «le nigeriane sparirono immediatamente dalla circolazione. Le loro organizzazioni sospesero il lavoro in strada aumentando il debito delle ragazze di 50-100 euro al giorno. Un modo per rafforzare la liquidità e il potere dei clan».

Difficile uscirne, ma le cooperative e le associazioni lavorano per sostenere le vittime dello sfruttamento. Che non risparmia le transessuali. Lo racconta Luca Scopetti di Parsec: «Quella sudamericana delle transgender è un’altra tratta strutturata e violenta. Al debito da viaggio, bisogna aggiungere quello per gli interventi chirurgici. Queste persone accumulano insoluti di 25-30 mila euro e sono sottoposte a pressioni molto forti da parte di chi le sfrutta. Senza contare che per loro il costo della vita è più alto. A partire dagli affitti degli appartamenti».

Le reti criminali impongono un controllo del territorio serrato, spesso invisibile, con un indotto sempre attivo e attento intorno alle sex workers. Che sono monitorate costantemente. Sui marciapiedi c’è chi fornisce protezione, chi porta caffè e cornetto, chi accompagna le ragazze nel tragitto casa-lavoro. Un’economia capillare, a prova di pandemia.

Nemmeno il coprifuoco, che adesso nel Lazio scatta da mezzanotte alle cinque, è in grado di fermare chi gestisce il traffico di donne. D’altronde a Roma le prestazioni si consumano a qualunque ora, in tutti i quadranti della città. Luca Scopetti di Parsec non ha dubbi: «Le organizzazioni sono attente a quello che accade, leggono i giornali e si documentano. Hanno molta liquidità e sono sempre un passo avanti nella pianificazione. In caso di coprifuoco possono riorganizzarsi nel giro di due o tre giorni spostando le persone, cambiando gli orari e le modalità di lavoro». La Capitale della prostituzione non chiude mai.

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