Chiacchiere e distintivo?Perché le sanzioni sono state uno strumento inutile per l’Unione europea, finora

A Bruxelles non mancano gli strumenti per ricoprire un ruolo geopolitico di maggiore peso, ma deve tenere in considerazione gli interessi di 27 Stati differenti. Minacciare l’applicazione senza essere poi in grado di imporle non fa che minare la credibilità a livello internazionale

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Il 12 ottobre i ministri degli Esteri dei 27 Paesi dell’Unione europea hanno trovato un “accordo politico” per imporre sanzioni contro il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e coloro che sono ritenuti responsabili dell’avvelenamento dell’oppositore politico russo Alexei Navalny. 

Poco più di una settimana fa il Consiglio dell’Unione europea aveva deciso di non inserire il capo di Stato bielorusso nella lista dei soggetti da sanzionare, volendo offrire a Lukashenko la possibilità di ammorbidire la propria posizione nei confronti dei manifestanti e per lasciare aperta la strada del dialogo. Per tutta risposta, il presidente bielorusso ha represso con ancora maggiore forza le proteste in tutto il Paese, rendendo quindi vano lo sforzo diplomatico europeo. 

Bruxelles ha quindi deciso di agire con maggiore forza contro il Governo bielorusso, optando per una riduzione della cooperazione bilaterale con le autorità centrali e aumentando invece il sostegno alla società civile grazie a una maggiore assistenza finanziaria. L’Unione ha infatti messo a disposizione risorse aggiuntive per le vittime delle violenze, le organizzazioni non governative e i media indipendenti nel tentativo di promuovere la democrazia e l’indipendenza della Bielorussia. 

L’Europa ha anche ribadito che le elezioni presidenziali del 9 agosto «non sono state né libere né eque», che Lukashenko «manca di qualsiasi legittimità democratica» e che sono necessarie nuove consultazioni nel rispetto delle richieste provenienti dalla società civile. La posizione europea tuttavia è meno netta di quello che sembra. I rappresentanti degli Stati membri si sono accordati per imporre nuove sanzioni contro il presidente, ma hanno offerto a Lukashenko una via d’uscita. Se il presidente dovesse aprire al dialogo con i manifestanti e gli oppositori politici per «cercare una soluzione pacifica e democratica alla crisi attraverso un dialogo nazionale», allora le sanzioni verrebbero ritirate. 

La posizione assunta dall’Unione alla fine del Consiglio per gli Affari esteri è stata poi ancora più debole nei confronti della Russia, per non parlare della Turchia. Germania e Francia avevano proposto nel corso di una conferenza stampa congiunta di sanzionare i responsabili dell’avvelenamento di Navalny e la loro proposta è stata accolta in sede europea. Nel testo finale del Consiglio non appare però alcun riferimento al presidente russo Vladimir Putin e lo stesso Borrell ha affermato che le relazioni con la Russia non cambieranno a causa di un episodio a suo parere isolato. Secondo l’Alto rappresentante «non si può ridurre tutto il mondo a questo infelice evento» ed è necessario mantenere aperto il dialogo con Mosca sulle questioni di politica estera di comune interesse. Le parole di Borrell ricordano la strategia francese di apertura al dialogo con la Russia promossa dal presidente Emmanuel Macron e dimostrano una differente percezione della minaccia russa tra i Paesi Ue.

Nel corso della conferenza stampa non sono poi mancati i riferimenti alle ultime azioni della Turchia nel Mediterraneo orientale. Secondo Borrell la riapertura della spiaggia di Varosha a Cipro «mina la fiducia reciproca», mentre l’ultimo Navtex diramato da Ankara per annunciare la ripresa delle attività esplorative della nave Oruc reis nelle acque contese con la Grecia è «spiacevole (…) e porterà a nuove tensioni anziché contribuire agli sforzi di pacificazione a cui abbiamo fatto appello nell’ultimo Consiglio». L’Alto rappresentante ha poi invitato la Turchia ad agire in maniera positiva nel Mediterraneo, ma ha rimandato alla fine dell’anno la revisione della posizione comunitaria nei confronti di Ankara. L’Unione quindi non ha alcuna intenzione di approvare nel breve periodo delle sanzioni nei confronti della Turchia.

A Bruxelles ultimamente si è parlato molto spesso di sanzioni. La prima a farlo è stata la presidente del Consiglio dell’Unione, Ursula von der Leyen, che in occasione del suo discorso sullo Stato dell’Unione ha proposto di passare al voto a maggioranza qualificata per l’adozione di regimi sanzionatori. L’obiettivo è rendere più rapida la risposta comunitaria ed evitare che il veto di un solo Paese membro limiti l’azione dell’Europa, come successo recentemente con l’adozione di sanzioni contro la Bielorussia a lungo rimandata a causa del veto di Cipro. 

Il Governo di Nicosia aveva infatti preteso che le stesse misure venissero adottate anche nei confronti della Turchia e l’ultimo Consiglio europeo si è trasformato in una vera e propria lotta per l’inserimento della parola “sanzioni” all’interno del testo finale. I leader dei Paesi membri hanno accettato di usare dei toni più duri nei confronti di Ankara, minacciando l’uso di «tutti gli strumenti a disposizione» nel caso di «ripetuta violazione del diritto internazionale», ma era chiaro fin da subito che si trattava soltanto di parole. 

Ciò che infatti manca all’Unione non sono gli strumenti per ricoprire un ruolo geopolitico di maggiore peso, bensì la volontà di contare realmente in politica estera. Le sanzioni – già di per sé messe molto spesso in discussione in termini di efficacia – risultano inutili se chi le applica non è disposto ad andare fino in fondo e a mantenere salda la propria posizione. 

L’Europa deve tenere in considerazione gli interessi di 27 Stati differenti, per cui manca in primis la coesione interna necessaria per adottare misure come le sanzioni. Inoltre, minacciarne l’applicazione senza essere poi in grado di imporle non fa che minare la credibilità europea a livello internazionale. Bruxelles dovrebbe trovare altri strumenti per implementare la propria agenda in politica estera, puntando più sul soft che sull’hard power, considerando anche la mancanza di un esercito comune europeo.

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