Piccoli sistemi presidenziali Sono passati tre mesi dalle elezioni ma la Serbia non ha ancora un governo

Lo scorso 21 giugno il Partito progressista serbo (Sns) ha ottenuto da solo oltre la metà dei seggi del Parlamento e non esiste alcun ostacolo formale che impedisca di formare un nuovo esecutivo. Secondo i media locali lo stallo è dovuto al presidente Aleksandar Vučić che vuole mostrare di tenere in pugno il Paese

ARMEND NIMANI / AFP

(Pubblicata originariamente da Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa il 28 settembre 2020)

A tre mesi dalle elezioni politiche, la leadership di Belgrado, guidata dal Partito progressista serbo (SNS) del presidente Aleksandar Vučić, non ha ancora portato a termine la composizione del nuovo parlamento e non ha nemmeno avviato la procedura di nomina del nuovo premier e di formazione del nuovo governo. Una situazione insolita, tenendo conto del fatto che alle elezioni dello scorso 21 giugno l’SNS e i suoi alleati hanno conquistato la maggioranza di due terzi del parlamento. Tanto più insolita perché l’SNS da solo ha ottenuto oltre la metà dei seggi; al momento non sembrano esserci tumulti in seno all’SNS, e comunque Vučić, come figura politica dominante, sarebbe in grado di attenuare, rapidamente e facilmente, ogni eventuale dissidio all’interno del suo partito.

Non vi è quindi alcun ostacolo formale per procedere alla formazione del nuovo governo e la sua mancata formazione è dovuta ad altri motivi. Gli oppositori di Vučić e i media che non sono sotto il diretto controllo della leadership al potere ritengono che gli indugi sul nuovo governo siano innanzitutto legati al desiderio di Vučić di dimostrare agli elettori che la situazione complessiva in Serbia dipende in gran parte da lui e dalle sue mosse. Diffondere questa narrazione è molto più facile se il Parlamento e il governo – che, secondo la costituzione, sono i principali organismi legislativo ed esecutivo (incaricati di prendere e attuare decisioni politiche) – non lavorano a piena capacità. Ad ogni modo, Vučić e l’SNS non hanno ancora oltrepassato i termini per la formazione del governo previsti dalla costituzione e dalla legge, e hanno tempo fino a fine ottobre per dar vita al nuovo esecutivo.

Pur non essendoci stata alcuna violazione di legge, è difficile sottrarsi all’impressione che la tattica adottata dalla leadership al potere tradisca lo spirito della costituzione e quindi violi lo stato di diritto. Il sistema in pratica funziona anche senza un governo pienamente operativo, fatto che rende credibile l’affermazione secondo cui in Serbia ormai vigerebbe, seppur non ufficialmente, un sistema presidenziale e che sarebbero Vučić e il suo entourage a prendere tutte le decisioni di peso. È opinione diffusa che, nelle circostanze attuali, conti poco chi siederà nel nuovo governo. Il nuovo esecutivo sarà formato quando il presidente lo riterrà opportuno, e si ha l’impressione che in pochi si preoccupino per il continuo rinvio dell’intera procedura.

È vero che, considerando la maggioranza di due terzi del parlamento conquistata alle ultime elezioni, Vučić può facilmente ottenere l’appoggio del parlamento per le sue decisioni e azioni, ma è altrettanto vero che, bypassando le procedure, Vučić riesce a far passare le sue decisioni ancora più facilmente. Non vi è infatti alcun dubbio che i dibattiti parlamentari rallenterebbero alcuni processi attualmente in corso, come il palese avvicinamento della Serbia agli Stati Uniti, accompagnato da promesse sulla normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina.

È logico supporre che la leadership di Belgrado voglia evitare potenziali rischi, ed è altrettanto logico supporre che l’Occidente, che auspica un miglioramento delle relazioni tra Serbia e Kosovo, non voglia esercitare una pressione esplicita sul presidente serbo, dal quale però si aspetta risultati concreti.

Incertezze
Data l’attuale situazione in Serbia e nella regione, la leadership di Belgrado ha motivo di credere di essere al sicuro e che il continuo indugiare sulla formazione del nuovo governo non possa arrecarle alcun danno. Sul piano interno, l’élite al potere è protetta dalla maggioranza di due terzi del parlamento, e a suo favore gioca anche il fatto di non aver infranto alcuna legge rinviando la formazione del nuovo esecutivo, mentre l’opposizione è troppo debole per intraprendere azioni serie e dimostrare che assistiamo a una violazione sostanziale dello stato di diritto. Sul piano della politica estera, invece, la leadership al potere spera di trarre vantaggio dall’avvicinamento a Washington e dall’atteggiamento cooperativo assunto nei negoziati sulla normalizzazione delle relazioni con Pristina. Questa combinazione per ora sta dando i suoi risultati.

Rimandando la formazione del nuovo esecutivo, Vučić tiene col fiato sospeso sia gli attivisti che i principali esponenti dell’SNS che non sanno con certezza chi manterrà e chi invece perderà le posizioni finora occupate. Non è possibile accertare se le speculazioni su possibili combinazioni nell’assegnazione degli incarichi, che compaiono quasi quotidianamente sui media e sui social network, siano fondate o meno, ma è chiaro che queste speculazioni contribuiscono a rafforzare la disciplina nell’SNS e spingono gli esponenti di spicco dell’entourage di Vučić a dimostrare continuamente la propria lealtà al capo, sperando così di riuscire a mantenere la posizione occupata o a ottenere un incarico più vantaggioso, a cui eventualmente aspirano. Ed è per questo che la glorificazione di Vučić è diventata parte integrante di quasi tutte le esternazioni pubbliche degli esponenti dell’SNS e dei funzionari statali.

È in corso anche un tentativo di “disciplinamento” dei partner di coalizione dell’SNS nel governo uscente, che non dimostrano (almeno non pubblicamente) né il desiderio né la capacità di opporsi al volere del partito di Vučić. L’aspetto più interessante del “puzzle delle poltrone” nel nuovo governo sarà indubbiamente rappresentato dall’atteggiamento che l’SNS assumerà nei confronti del Partito socialista serbo (SPS), che nel governo uscente ha avuto addirittura sei ministeri.

Alle elezioni dello scorso 21 giugno l’SPS si è presentato da solo e non ha ottenuto un gran risultato, ma comunque ha mantenuto i suoi seggi in parlamento. Nei corridoi della politica si specula sulla possibilità che l’SPS possa perdere fino a metà delle poltrone ministeriali occupate nel governo uscente, ma dall’SPS non arriva alcun segnale di malcontento. In parole povere, l’SPS è consapevole della realtà dei fatti e non gli resta che aspettare “il giudizio finale” di Vučić.

L’atteggiamento dell’SNS nei confronti dell’SPS è importante anche nel contesto delle relazioni bilaterali tra Serbia e Russia. L’SPS è infatti considerato, ormai da decenni, come principale punto d’appoggio per Mosca in Serbia. È logico supporre che questo fatto abbia giocato un ruolo molto importante nella determinazione del numero dei dicasteri affidati all’SPS nei governi precedenti. Se la posizione dell’SPS in seno al nuovo governo dovesse essere radicalmente indebolita, ciò significherà che le relazioni tra l’SNS e Vučić, da un lato, e Mosca, dall’altro, si sono fortemente deteriorate.

In questo contesto, particolarmente suscettibile è il settore energetico perché la Russia praticamente detiene il monopolio sulle risorse di gas e petrolio in Serbia, mentre gli esponenti dell’SPS tradizionalmente ricoprono posizioni chiave nel ministero dell’Energia e nelle compagnie petrolifere e del gas.

Opposizione
L’opposizione serba mantiene un atteggiamento passivo, è priva di idee e iniziative e ancora non ha accesso ai media mainstream. Così com’è oggi, è incapace di costringere la leadership al potere a rispettare lo spirito della Costituzione e a rafforzare lo stato di diritto. Il nuovo governo, una volta che sarà formato (e deve essere formato entro fine ottobre), dipenderà da quegli stessi centri di potere da cui dipendeva anche il governo uscente e manterrà la stessa linea politica.

Il nuovo esecutivo verrà eletto dal parlamento in cui praticamente non c’è opposizione, il che significa che non ci sarà alcun ostacolo interno a un ulteriore rafforzamento del regime autoritario di Vučić. Quindi, è chiaro che, se non dovessero riuscire a riorganizzarsi e raggrupparsi in tempo, le forze di opposizione verranno ulteriormente marginalizzate.

Fra meno di due anni, nel 2022, in Serbia si terranno le elezioni presidenziali, ma anche le elezioni amministrative a Belgrado, che rappresentano un appuntamento molto importante. La leadership al potere “coprirà”, sul piano della propaganda, il periodo tra la fine di quest’anno e l’inizio dell’anno prossimo con la formazione e le prime attività del nuovo governo, riducendo così ulteriormente lo spazio di manovra e la visibilità dei già poco visibili partiti di opposizione.

I leader dell’opposizione vengono demonizzati in modo sistematico da parte dei funzionari della coalizione al governo e accusati quasi quotidianamente di aver rubato centinaia di milioni di euro e di aver tradito la Serbia. Gli esponenti dell’opposizione non hanno la possibilità di difendersi pubblicamente da tali accuse perché non hanno accesso ai media mainstream.

È per questo che l’opposizione insiste sulla necessità di “liberare i media”, come uno dei presupposti fondamentali per organizzare elezioni eque. Si parla già della possibilità di riavviare il dialogo tra maggioranza e opposizione sulle condizioni per lo svolgimento del processo elettorale. L’opposizione è unita nel chiedere che l’intero negoziato si svolga sotto l’egida di Bruxelles, ma ancora non si sa quale forma potrebbe assumere questo dialogo, né quando potrebbe iniziare.

Un eventuale allentamento del controllo governativo sui media mainstream avrà effetti sulle elezioni solo se inizierà molto prima della campagna elettorale. Se dovesse iniziare durante la campagna elettorale, non avrà alcun effetto rilevante sugli elettori che ormai da anni sono esposti a pressioni propagandistiche da parte della leadership al potere.

Un altro problema serio per gli oppositori del governo è la mancanza di una chiara strategia nei rapporti con Bruxelles e Washington, senza il cui aiuto non possono organizzare un fronte contro Vučić.

Vučić se la sta cavando abbastanza bene per quanto riguarda alcune questioni difficili e importanti, come la crisi kosovara, e offre di più rispetto all’opposizione che non ha ancora abbandonato l’idea secondo cui il Kosovo è parte integrante della Serbia, un’idea irrealizzabile nelle circostanze attuali. I leader dell’opposizione non sono in grado di offrire all’Occidente qualcosa in più rispetto a Vučić né tanto meno sono disposti ad appoggiare le proposte avanzate dal presidente serbo, per cui hanno scelto, per ora, di ignorare il nodo del Kosovo, una questione delicata e di grande importanza per le relazioni con Bruxelles e Washington.

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