L’affetto che diventa possessoQuando la cosa più difficile del mondo è dare una carezza

Una vita di coppia che diventa una trappola, un rapporto di manipolazione, omertà e segreta violenza. Così Silvio Danese, in “Intervista alla sposa” (La Nave di Teseo), esplora le oscure contraddizioni della famiglia e le implacabili forme del dominio tra le persone

da Flickr, di Kenneth Lu

A quante persone posso dare una carezza? Non sulla carta, ma concretamente, in una vita. Pochissime. Ci sono miliardi di persone, guance, braccia, pance, sederi, gambe, mani, decine di migliaia di chilometri di pelle. Ma potrò dare una carezza a pochi metri quadrati, forse quattro metri quadrati di pelle umana non della stessa persona in una vita.

No, forse di più, quando si fa l’amore quanta pelle si accarezza? Sì, forse di più. A mia moglie, a mio figlio, a un’amante. Se la do a mia madre e non se l’aspetta potrebbe dire: ma che cosa vuoi? A mio padre, mah, ci devo pensare, non si fa tra uomini, se non in quel momento di massima compassione, e quando tocchi la testa, una madre, un padre, un braccio, ancora la pelle, è sempre intimo e sconosciuto, la materia di chi non so, anche nell’addio.

Fosse soltanto il surrogato dell’unica carezza lucente e viva, e impossibile, che si desidera: che cosa implora un figlio al limite del tempo? Una carezza della madre morta, una carezza calda ancora in vita. Il tempo rovesciato, l’impossibile. Questo desidera. Oggi vado a casa e do una carezza a mio figlio. La A nell’alfabeto delle carezze. Per niente, solo perché ci sei. Forse è anche un buon modo per disegnargli finalmente un’espressione forte su quella faccia.

Se è una figlia, be’, qualcosa cambia, forse, una femmina è, non so. Carezza, singolare femminile. Come la mettiamo con questa indicazione della grammatica. Caricia, caresse, Liebkosung, паска. Se è un figlio, più probabile stupore, riluttanza. Sospetto. Dal sospetto viene la pioggia di congetture. Perché mi dai una carezza, proprio adesso? Che cosa vuoi da me? Farti perdonare, farti assolvere, prepararmi al peggio, aprire una tregua? Vuoi creare un precedente, vuoi riprenderti il mio cuore bambino, davvero vuoi anche volermi bene così come sono adesso, e basta?

Dipende dalle cose della vita, dipende da come è andata, perché lui potrebbe essere invece quel figlio che con mezzo sorriso si prende questa carezza e via, come la risacca che raccoglie e riunisce il mare. Mezzo sorriso, e via sulla tastiera del computer. Ma potrebbe finire diversamente. Darò a mio figlio una di quelle carezze che non ho mai dato, a sorpresa, senza scopo, no target, la A, e tutto dipenderà da come mi guarderà.

Dipenderà da come lo guarderò. Lo so che dovevo pensarci prima, contano le carezze primitive, le carezze materne rigenerate paterne. E se invece sono un padre, o una madre, che ci ha pensato, e lo fa anche oggi, che è quasi-adulto, perché non dimentichi mai, mai!, affetto, tenerezza, accoglienza, amore.

C’è sempre quella domanda implicita: ma che stai facendo, perché. Non me l’aspetto, perché non c’è nessun motivo al mondo, nella storia nostra come nella mia minuscola vita, che mi indichi che lo merito, e se penso di meritarmelo non sono degno di quest’amore che mi sorprende. La carezza e il volto: ma dai, potrebbe farmi sentire un imbecille, anche restando immobile, di spalle. Cazzo fai? Cos’è, adesso mi dai le carezze? Stupore, appunto.

In una storia, non la mia, in una, magari anche la mia, entrerò a un’ora insolita, inopportuna, importuna, felice perché inopportuna e importuna. In casa c’è silenzio, l’ordine quieto delle stanze senza corpi.

L’odore di pulito dice che le cose sono state fatte. Le cose sono pronte per un nuovo inizio della giornata, verso sera, quando ci riuniremo tutti, avendo scelto senza scegliere di vivere qui, nella famiglia, il luogo mentale più fisico della storia dell’umanità, la sede perpetua della libera prigionia.

Non arriva la musica dalla sua stanza, anzi la porta è aperta. Non sento nessuno, lui non c’è, deve essere ancora a lezione dove forse sta tentando di sfuggire alla noia, all’oppressione che gli sento dentro da qualche tempo. O forse sta disegnando, ed è contento, soddisfatto. Mio figlio con la matita fa quello che vuole, e lo sa, senza orgoglio. Beato lui.

Ma se non c’è ora, non darò quella carezza, perché se non è adesso non sarà più la stessa. Gli darò quella carezza perché oggi ho incontrato Stefania. Cammino in corridoio e i miei passi sono muti, scarpe di gomma usata sul pavimento di marmo chiaro lucido. Dovrò inventare qualcosa, tipo perché sono tornato, perché entro nella sua stanza come un’ombra.

Le finestre sono chiuse, il mondo è lontano. Supero la porta della camera da letto. Ho dormito lì questa notte con mia moglie, in un altro silenzio. Ho dormito lì anni e anni, in altre carezze, quante, date, eluse, richieste, rifiutate, archiviate. Ma quante sono le carezze archiviate in un matrimonio. E quelle sfumate. È una cosa molto semplice.

Andare alla sua scrivania, è sempre lui, il piccolo caos universale che mi scappava dalle braccia con gli occhi puntati al grande vuoto. È molto semplice. Ho sulla mano questa carezza. Ho sulla mano la decisione, la strada che ho fatto, il tempo impiegato. E tutto questo sarà nei miei occhi. E i miei occhi forse incontreranno i suoi.

Cuffia.
«Pensando agli occhi di mio marito c’è una cosa». Ancora di quella sera?
«No. È per un tavolo della mia cucina. Gliela dico?»

Faccio un cenno.

«Nella mia cucina, nella mansarda dove sono andata ad abitare dopo la separazione, c’è un tavolo rotondo. C’era, voglio dire».

Il tavolo della cucina, dico. Guardiamo entrambi il rettangolo verde che ci separa.

«Con un tavolo rotondo non sei veramente uno di fronte all’altro. Mi è sempre piaciuto per quello. Ti aspetti che arrivi qualcuno a chiudere il cerchio. Magari i ragazzi. Oppure in due è già chiuso. Quel tavolo l’avevo scelto per la nostra prima casa. Poi l’ho portato nella nuova. E poi me lo sono preso per la mia. Quella da separata».

Controlla se la seguo, ormai scoperto il bisogno di attenzione pari al bisogno di non restare delusa.

«Al negozio ci fu una discussione. Io volevo quel tavolo in noce».

Di quando parliamo?
«Sarà vent’anni fa. Di più».
Sposati.
«Da poco. Un anno credo. Non sapevo di aspettare Laura. Probabilmente era un giorno feriale, mi ricordo l’emporio vuoto. Uno di quei saloni dove sparisci tra mobili tutti uguali. Cento cucine, cento salotti, camere dei bambini. E tu cammini in mezzo, case senza pareti, come in un sogno. Avevo detto alla commessa: prendo quello. E lui: è troppo grande, non ci facciamo niente. I ragazzi non c’erano ancora, ma che volevamo dei figli lo sapevamo. Sto divagando?»

Si ferma e aspetta. Dico: Non so, eravamo a suo marito seduto al tavolo.

«Appunto. Quel tavolo».

Lo portò anche nell’ultima casa?
«Gliel’ho appena detto. Era che non accettava la mia decisione, capito? Era la prima volta che io–»

A lei piaceva, a lui no.
«Non è questo. È stata la prima volta che gli ho visto quella faccia. Non voleva. Non voleva perché era una cosa che avevo visto io, e l’avevo portato lì. Tenga presente che io non mi rendevo conto: quasi sempre, quello che facevamo era lui a deciderlo, cioè solo lui. La casa, la macchina. Anche per me. I viaggi. Quello che voleva mangiare a casa. A pensarci adesso è incredibile quanto..».

Sulla grandezza del quanto si blocca, un contenitore enorme, la grandezza del tempo forse.

«Quanto si scivola in qualcun altro e non si è più niente. E ti va bene così. Ma quella volta mi è venuto fuori qualcosa. Gli ho detto che me lo pagavo io, lavoro, posso comprarlo io, qualcosa del genere ho detto».

Stefania mi guarda, se afferro.

«Era la prima volta nella nostra vita insieme».

Si ferma ancora.
«La prima volta che mi era uscita una cosa così».

Per suo marito era un atteggiamento sbagliato?, chiedo alla soglia dell’ingenuità. «L’ha fatto andare in bestia».

Comprare il tavolo.

«Che io compravo il tavolo. Con i miei soldi. Senza il suo consenso».

Lei non era libera di acquistare qualcosa con i suoi soldi?

«Io non ero libera neanche di pensarla una cosa così. Di dirla. E poi di fronte a qualcuno».

Lei non aveva un suo conto?
«Questo non c’entra. Lei non capisce».

Ma aveva un conto suo o no?
«No».

Capisco, dico per convenzione, ma per Stefania è sostanziale. «No. Il conto non c’entra. Potevo anche avere i soldi in tasca».

Li aveva?
«Lei non capisce. Non capivo nemmeno io, ai tempi. Per mio marito non esisteva che decidessi io come usare i soldi. Non esisteva che io dicessi davanti a qualcuno: decido io, tu non c’entri».

Era un oggetto per la casa, si può fare insieme, si fa insieme.

«Certo. Ma il problema ero io. Lui si sentiva scavalcato. Eravamo sposati e io lavoravo in ufficio con lui. Avevo il mio stipendio, ma il conto era in comune. Ero come..».

La voce quasi le si spegne.

«Una sua dipendente. E per me andava bene. Ma era una concessione, nella sua testa, non un diritto. Vallo a capire a quei tempi. Lui in casa controllava tutto. Le mie spese erano controllate».

Per gelosia? Interrompo.

«Non era gelosia. Non ancora. È venuta dopo. Era la mia libertà di esistere al di là di lui. Poi ci sono arrivata».

Penso: è l’elastico della coppia, l’aldilà non esiste. Che cos’è un accordo? In musica tre note, ciascuna fa la sua parte, ma insieme sembrano una cosa sola. Chiedo: Avete litigato?

«Stava diventando pesante, davanti alla commessa. Devo aver detto qualcosa tipo: Me la sbrigo io, tu torna in ufficio, ed era per dire che erano cose da donna. Ha cambiato faccia. A lui veniva il collo rosso. E gli occhi. Prima sembra un sorriso cattivo, poi senti la sfida, diventa forte con gli occhi».

Sembra, senti, diventa. Ma che cos’ha dentro ancora che usa il presente.

La mia voce richiama un passato: Era la prima volta, così? «Era una cosa fisica. Nello stesso tempo c’era sotto quella specie di implorazione, qualcosa proprio di addolorato: ma perché mi stai facendo questo? Lui ogni volta che aveva questa domanda negli occhi, rivolta a me, come se io fossi… Mi ha stretta sopra il gomito, così forte. Me lo ricordo ancora adesso. Che il muscolo mi scoppiava. Mi ha spinta. Sgambettavo di fianco a lui come un papera, ma mi faceva male, e mi spingeva tra tutte quelle cucine senza dire una parola. Per stargli dietro sbattevo. Anzi, prima mi ha tirato via e ha detto: Tu adesso devi fare solo una cosa, quello che ti dico io, quella roba a casa mia non ci entra. Avevo i tacchi, mi ricordo ancora, dei veri tacchi voglio dire. Non sono riuscita a dire niente. Aveva gli occhi pieni di odio. Non l’avevo mai visto così».

da “Intervista alla sposa”, di Silvio Danese, La Nave di Teseo, 2020, pagine 528, euro 19

 

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