Il bastone e la carota La doppia strategia europea sulla Turchia che divide l’Unione

Il Consiglio europeo ha approvato all’unanimità le sanzioni nei confronti di Ankara nel caso in cui dovesse riprendere le esplorazioni di idrocarburi nelle acque contese del Mediterraneo, ma ha anche proposto un incremento delle relazioni se il Paese anatolico metterà fine «ad azioni unilaterali contrarie al diritto internazionale»

Afp

Dopo settimane di stallo, il Consiglio europeo è riuscito a trovare un’intesa su due importanti dossier: Bielorussia e Turchia. Negli incontri precedenti, l’applicazione delle sanzioni contro il presidente Alexander Lukashenko era stata bloccata dal veto di Cipro, che aveva chiesto che lo stesso regime sanzionatorio fosse adottato anche nei confronti della Turchia. 

La richiesta cipriota non era stata però accolta in sede comunitaria, dando così vita a un corto circuito diplomatico e paralizzando l’azione dell’Unione. Nel summit dell’1 e 2 ottobre l’impasse è stata superata – dopo il rifiuto da parte di Grecia e Cipro di tre diverse conclusioni considerate troppo morbide – ma la frattura all’interno degli Stati membri rimane e rischia di riaprirsi entro fine anno. 

Le sanzioni contro Bielorussia e Turchia
I leader dei 27 Paesi europei hanno approvato all’unanimità l’imposizione di sanzioni contro quaranta persone vicine al regime di Lukashenko, senza però colpire direttamente il presidente bielorusso. Come spiegato dal presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, questa decisione è stata presa per incoraggiare Lukashenko ad assumere una posizione più conciliante e ad accettare la mediazione dell’Osce nella risoluzione della crisi politica bielorussa.

Il vero nodo della questione però non erano tanto le sanzioni contro il regime di Lukashenko, quanto il futuro dei rapporti tra l’Ue e la Turchia. Cipro e Francia – con il sostegno questa volta anche dell’Austria – hanno chiesto ai leader europei di prendere una posizione più decisa nei confronti di Ankara. Il presidente francese Emmanuel Macron ha usato toni duri durante il summit, affermando che la solidarietà nei confronti di uno Stato membro minacciato «non è negoziabile» e che l’Ue non può scendere a compromessi su «questioni di sovranità, valori e diritti». Critico è stato anche il capo di Stato austriaco, Sebastian Kurz, che ha definito l’adesione di Ankara all’Ue un capitolo chiuso e chiesto agli Stati membri di «far vedere al presidente turco dove sono le linee rosse» che è bene non superare.

Alla fine dell’incontro, dopo il rifiuto da parte di Atene e Nicosia di tre diverse conclusioni, il Consiglio ha approvato un testo in cui l’Ue si impegna a imporre immediatamente sanzioni nei confronti della Turchia nel caso in cui Ankara dovesse riprendere le esplorazioni di idrocarburi nelle acque contese. A questo proposito, Bruxelles ha avvertito che «monitorerà da vicino» le azioni turche e che a dicembre i Paesi membri si riuniranno nuovamente per prendere una decisione sulla risposta da dare alla Turchia. 

La frattura all’interno dell’Unione
La posizione comunitaria, tuttavia, è meno netta di quello che le parole usate nel documento finale lasciano intendere. Il presidente del Consiglio ha infatti precisato che Bruxelles ha deciso di adottare una “doppia strategia” nei confronti di Ankara: da una parte l’Ue ha messo sul tavolo la minaccia delle sanzioni, ma ha anche proposto un incremento delle relazioni bilaterali con la Turchia se il Paese anatolico metterà fine «ad azioni unilaterali contrarie al diritto internazionale». 

Come affermato anche dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in caso di nuove violazioni Bruxelles «userà tutti gli strumenti a sua disposizione», ma in generale la priorità comunitaria è quella di «lavorare [con la Turchia] per migliorare alcune questioni come immigrazione e commercio. Vogliamo costruire una relazione più forte con la Turchia». L’Europa si è infatti impegnata ad ammodernare l’unione doganale, a incrementare le relazioni commerciali con Ankara e a investire nelle comuni politiche in materia di immigrazione. 

L’atteggiamento più conciliante promosso dai presidenti di Commissione e Consiglio rispecchia la posizione della cancelliera tedesca Angela Merkel, secondo la quale è importante mantenere buoni rapporti con la controparte turca anche in virtù della comune appartenenza alla Nato. Non a caso, proprio la Germania nel corso del summit si è rifiutata di accogliere la richiesta greca di imporre automaticamente nuove sanzioni alla Turchia a dicembre in caso di violazione delle acque cipriote. Il testo finale invita infatti la controparte anatolica ad «accettare l’invito di Cipro al dialogo per risolvere la disputa» sui confini marittimi, privilegiando ancora una volta la via negoziale rispetto a quella sanzionatoria.

Nonostante l’accordo raggiunto tra i Paesi membri nel corso del summit, il dossier turco rischia di spaccare nuovamente in due il Consiglio tra soli tre mesi e di minare ancora una volta la capacità di risposta comunitaria, nonché la stessa reputazione europea in politica estera. Di questa debolezza continua ad approfittarne il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che oltre a non temere le minacce europee sta anche cercando sostegno a livello internazionale e all’interno dell’Ue.

Il summit tra i leader europei è infatti coinciso con l’incontro tra il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, e il suo omologo italiano Luigi Di Maio. Nel corso della conferenza stampa conclusiva, il capo della Farnesina ha ribadito l’importanza delle relazioni tra Italia e Turchia e ricordato il sostegno offerto da Roma allo sforzo di mediazione con Cipro. “La riduzione delle tensioni nel Mediterraneo orientale è fondamentale per la cooperazione tra la Turchia e l’Ue”, ha affermato il ministro Di Maio, che ha anche parlato del rafforzamento del dialogo con Ankara “sulla base di un’agenda positiva”. Parole queste ultime usate anche dal presidente del Consiglio Ue per indicare l’approccio comunitario nei confronti della controparte turca. 

A livello internazionale pesa invece la recente registrazione da parte dell’Onu dell’accordo siglato a fine 2019 tra Turchia e Libia sui rispettivi confini marittimi sulla base dell’articolo 102 della Carta delle Nazioni Unite. Da questo momento in poi, secondo quanto previsto dalla legge internazionale, il Governo turco può far valere l’accordo davanti agli organi dell’Onu e spingere per una ridefinizione delle proprie Zone economiche esclusive a danno di Grecia e Cipro. L’Ue nel frattempo cerca di mostrarsi coesa nel suo approccio alla Turchia, ma il summit di dicembre è più vicino di quello che sembra ed entro quella data i Paesi membri dovranno decidere da che parte stare.