Il Medioriente dopo TrumpGli Accordi di Abramo potrebbero portare alla formazione di una nuova Nato asiatica

L’Arabia Saudita starebbe pensando di coinvolgere nel patto con Israele anche il Pakistan: un nuovo alleato per accerchiare l’Iran e rafforzare la trincea sunnita attorno a Teheran

AP/LaPresse

Legare le mani a Joe Biden in Medio Oriente: è stato questo l’obiettivo del recente viaggio di Mike Pompeo in Israele con l’incontro di cinque ore tra Bibi Netanyhau e Mohammed bin Salaman a Ryad, alla presenza del Segretario di Stato americano.

Una svolta storica con implicazioni dalle quali il neo presidente statunitense non potrà prescindere. Né deve destare sorpresa il fatto che questo straordinario vertice sia stato smentito dal ministero degli Esteri saudita (ma è stato confermato da fonti più che attendibili di Gerusalemme).

Il re dell’Arabia Saudita (padre di Mohammed bin Salman) è infatti il custode delle città Sante della Mecca e della Medina ed è saudita la presidenza dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, che coordina i 61 paesi islamici (1.600.000 musulmani). Quindi, la formalizzazione di pieni rapporti diplomatici con Israele non può che maturare tenendo conto dei vincoli – anche d’immagine – conseguenti e deve procedere con estrema prudenza.

Ma, scontata una abituale dose di ipocrisia, una intensa partnership con Israele è palese e ormai rivendicata nei fatti da Mohammed bin Salman (detto Mbs), vero governante di Ryad, garante dell’Accordo di Abramo.

In questo contesto è trapelata la notizia che – oltre a intensi rapporti tecnologici e a una collaborazione israeliana piena per la costruzione della megalopoli ti-tech e industriale di Neom, un progetto da 500 miliardi di dollari – nel vertice israelo-saudita si sia prospettata l’adesione del Pakistan all’Accordo di Abramo.

Se e quando questo avverrà, l’Accordo di Abramo assumerà rilevanza planetaria che influenzerà tutto il quadrante asiatico. Strettissimo alleato dell’Arabia Saudita, il Pakistan è infatti l’unico Paese islamico dotato di bomba atomica (finanziata, appunto, da Ryad) ed è il secondo paese islamico per popolazione del pianeta.

Una eventuale normalizzazione dei suoi rapporti con Israele avrebbe conseguenze immense. Sul piano politico segnerebbe la fine di fatto dell’ostracismo compatto nei confronti di Gerusalemme, a partire dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, da parte dei paesi islamici non arabi.

Sul piano economico garantirebbe la proiezione in Asia di progetti di collaborazione hi-tech e industriale dell’enorme potenziale di ricerca di Israele, veicolando possibili progetti di investimento della finanza israeliano-ebraica.

È dunque interessante notare come la strategia di apertura e di fattiva collaborazione con Israele sviluppata da Mohammed bin Salman proceda con una sottile prudenza ma con grande determinazione. Rompendo con la tradizione parolaia e roboante della politica estera dei paesi arabi, Mbs sta costruendo una solida ed estesa rete che non a caso è partita dai paesi arabi più piccoli, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, per poi rafforzarsi con un grande paese arabo (il Sudan) e ora aggiungendo al network un grande e potente – anche dal punto di vista militare – paese islamico non arabo.

Paese, non va dimenticato perché questo è un dato di fatto cruciale e strategico, che confina da Oriente con l’Iran: in questo modo si estenderebbe, se l’accordo con Israele dovesse maturare, la trincea sunnita anti Iraniana, con la collaborazione di Gerusalemme, alle spalle del paese degli ayatollah. Una novità assoluta che sicuramente non farà piacere al regime iraniano, da sempre in pessimi rapporti con Islamabad.

Biden, con grande esperienza personale di politica estera, dovrà quindi prendere atto della obsolescenza di tutte le linee di politica estera mediorientale e asiatica sulle quali si è mosso come vice presidente di Barack Obama (tutte fallite a suo tempo, peraltro); dovrà modificare radicalmente le stesse strategie con le quali si è presentato in campagna elettorale e dovrà fare i conti con una nuova, inedita, impensata, alleanza politico-economica asiatica imperniata su Ryad, Gerusalemme e Islamabad con enorme capacità di attrazione nei confronti dei paesi arabi (a iniziare dal Marocco).

Si intravede in trasparenza, dietro le linee di sviluppo dell’Accordo di Abramo, la formazione di una alleanza dalla massa critica di una nuova Nato mediorientale, che scombina tutti i giochi e le regole degli ultimi 70 anni.

Il tutto segnato dalla grande e innovativa aspirazione dell’Arabia Saudita, della quale la nuova megalopoli di Neom è la prima concretizzazione, di trasformare la storica monocultura energetica delle monarchie del Golfo, in economie produttrici di beni immateriali, industriali e hi-tech. Una evoluzione, una maturazione economica, dalle immense conseguenze sul piano sociale e politico, in grado di fare traballare le regole feudali delle monarchie del Golfo. Il tutto, con la compartecipazione dello Stato ebraico.

Un salto epocale di fase che chiude definitivamente gli equilibri mediorientali in atto dal 1945 a oggi. Nel quale, peraltro, la stessa questione palestinese viene sempre più marginalizzata e ridimensionata degli stessi paesi islamici. Anche di questo Biden dovrà tener conto.

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